Light Art
Un volo tra oscurità e luce leggero come una piuma, di Alessandro Algardi
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Ottobre 2026
INDICE
- 1 Quando ha scelto di fare l’artista?
- 2 Come e quando nasce Icaro, grandi ali in legno laccato, arso, di quattro metri, con l’aggiunta del neon rosso esposta a Biella?
- 3 Cosa intende comunicare con Icaro?
- 4 Da quando ha adottato il neon nel suo poliedrico lavoro e perché?
- 5 In quali altre opere ha introdotto il neon?
- 6 Quali gallerie o istituzioni promuovono il suo lavoro in Italia e all’estero?
- 7 Cosa pensa del successo della Light Art Pubblica e del suo obiettivo di valorizzazione dei luoghi urbani e del territorio?
- 8 Quando la luce artificiale diventa arte?
- 9 Perché continua a fare l’artista “analogico” nell’epoca dell’AI?
- 10 Quale mostra sta preparando?
Abbiamo incontrato Alessandro Algardi, classe 1945, nato a Milano, artista polimorfico, interdisciplinare che ha frequentato la Scuola Superiore d’Arte spaziando dalla fotografia fino alla pittura e alla scultura. Non è alla ricerca di uno stile unico e si definisce artista per vocazione, attratto dalla sperimentazione di linguaggi differenti, in particolare dal neon che include nei suoi lavori dalla fine degli anni Novanta, come segno di riflessione critica sui nostri tempi “bellicosi”, come nel caso di Icaro (1998), scultura di grande impatto ispirata alla mitologia greca che narra la storia di un giovane che sognava di volare e si costruì ali di piume e cera per fuggire dal labirinto di Creta dove era stato imprigionato con il padre Dedalo. La scultura è una struggente metafora contro l’arroganza, l’ambizione umana e la trasgressione dei limiti della natura, l’hybris per gli antichi greci, tema sempre contemporaneo, da Odisseo a oggi.
Quando ha scelto di fare l’artista?
Non ho scelto di fare l’artista, era già presente in me da che ho memoria. Assecondare il desiderio-bisogno di esprimermi attraverso le arti figurative. Il primo piccolo studio, nella metà degli anni ’60, mi ha permesso di iniziare la ricerca di un linguaggio personale, autonomo che è proprio delle arti.
Come e quando nasce Icaro, grandi ali in legno laccato, arso, di quattro metri, con l’aggiunta del neon rosso esposta a Biella?
Icaro nasce dal desiderio di affrontare un nuovo linguaggio espressivo oltre la fotografia e la pittura, ovvero la scultura, cosa che ho fatto nel 1998. Ho scelto Icaro poiché sono da sempre affascinato dalla mitologia greca. In quell’occasione ho incluso per la prima volta nel mio lavoro la luce al neon.
Cosa intende comunicare con Icaro?
Rileggo e reinterpreto il mito greco come desiderio e senso profondo di Libertà, slegata dalle convenzioni, dalle restrizioni, dall’obbedienza. Considero la scelta di Icaro come libero arbitrio dell’uomo nelle proprie scelte, con la consapevolezza che il valore della Libertà a volte può avere una conseguenza tragica. Ripropongo, dopo quasi un trentennio, questa scultura arricchita di nuovi elementi ed ora finalmente esposta nella sua completa interezza, consapevole dell’attualità drammatica che pervade anche l’oggi quotidiano.
Da quando ha adottato il neon nel suo poliedrico lavoro e perché?
L’ho introdotto alla fine degli anni ’90. Era ciò che andavo cercando nel mio lavoro. Dovevo rafforzare la “tavolozza”. Dovevo enfatizzare alcuni elementi dipinti sulla superficie della tela. Questa possibilità mi è stata data dalla luce al neon, con i vetrosi tubi potevo anche dare forma tridimensionale e, cosa importante, fare uscire letteralmente dall’opera l’elemento colore.
In quali altre opere ha introdotto il neon?
In un ciclo di opere del 1998, coloratissime, dove la presenza della luce al neon era indispensabile a completare l’opera stessa. Sulla superficie apparivano segni colorati che solo in apparenza sembravano casuali, avevano una struttura tale da comporre delle forme dipinte astratte, e il neon sottolineava tutto questo. Frammenti di luce. Le dimensioni dei quadri erano importanti, cm. 180 x 300, e alcuni ancor più grandi. Volutamente lasciati senza titoli.
Quali gallerie o istituzioni promuovono il suo lavoro in Italia e all’estero?
Collaboro con la Galleria Gracis di Milano. All’estero con Opera Gallery che ha 16 sedi nel mondo.
Cosa pensa del successo della Light Art Pubblica e del suo obiettivo di valorizzazione dei luoghi urbani e del territorio?
È mia convinzione che il successo sta proprio nell’utilizzare lo strumento luce in senso spettacolare. Per quanto mi riguarda, l’obiettivo di valorizzare luoghi urbani e territorio con la Light Art trova il mio più completo plauso, poiché la luce ci mostra monumenti, piazze, territori cambiando la loro tradizionale, abituale, consueta immagine. Ben venga questo continuo mutamento, principio di stupore e meraviglia.
Quando la luce artificiale diventa arte?
Tralasciamo di parlare dei maestri della luce in pittura, vedi Vermeer, Rembrandt, Caravaggio. La luce cessa la sua funzione per cui è stata inventata, la funzione pratica d’illuminare, quando la creatività dell’artista le dona un’altra funzione, non solo per ridefinire gli spazi. Porto ad esempio le opere di Dan Flavin, ma anche quelle poliedriche di Ólafur Elíasson del quale ricordo l’emozionante esposizione a Palazzo Strozzi a Firenze. Sensazione fisica e sensazione mentale trasmesse dall’artista e da me assimilate contemporaneamente alla visione delle opere. Cito anche Mario Merz con i suoi neon installati sugli igloo, contrasto tra mondo primordiale e mondo tecnologico dell’oggi.
Perché continua a fare l’artista “analogico” nell’epoca dell’AI?
Essendo da sempre sperimentatore, l’avvento dell’AI è per certamente causa di curiosità e interesse. Potrò con essa sviluppate la mia creatività come supporto? O continuerò a usare mezzi analogici come ho sempre fatto? Il futuro risponderà.
Quale mostra sta preparando?
A giorni inaugurerò un’esposizione presso la sede di Milano di Banca Mediolanum. Mi è stata chiesta una mostra-conferenza. Esporrò quadri che hanno titolo a mostre passate come Aufèro, ciò che l’occhio non vede e viene letto dalla mente, là dove si assentano le parole e così via.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
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