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Cesare Accetta: “Il nero può essere il colore più luminoso” (LUCE 350, dicembre 2024)
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Agosto 2025
INDICE
- 1 Buon compleanno anzitutto, Maestro, il 24 dicembre 2024 compirà i suoi 70 anni. Traguardo o un nuovo punto di partenza come sembra dire il recente trasloco?
- 2 Maestro su cosa sta lavorando?
- 3 “Stavo recitando Dante e intanto osservavo la bellezza del Duomo. Ho avuto negli occhi la meraviglia”, ha confidato Toni Servillo, dopo aver fatto risuonare “Le voci di Dante” nel Duomo di Modena. Arte e spiritualità si sono fuse con un evocativo disegno luci per una serata di rara bellezza e intensità emotiva. Come ha costruito il disegno luci?
- 4 La sperimentazione caratterizza il suo lavoro. È una compagna costante…
- 5 Cos’è per lei il buio?
- 6 Cosa è per lei la luce?
- 7 Perché è interessato alla luce?
- 8 “Il silenzio è luce”: è un verso della poetessa argentina Alejandra Piznarick. Cosa ne pensa?
- 9 Come nasce il suo lavoro con la luce?
- 10 Fotografia, teatro, cinema, il suo percorso artistico interseca, quasi come un collante, questi ambiti e tiene insieme il buio e la luce.
- 11 Dal buio alla luce. Penso alla sua mostra del 1985 in cui erano esposte le foto di scena scattate durante le esperienze del teatro di ricerca. Il titolo era “Nero sensibile” e l’elemento privilegiato era quell’oscurità quasi statica, il nero profondo che la avvolge e nello stesso tempo la luce che la fa emergere. Poi nel 2016 ha fatto seguito il progetto fotografico “In Luce”: tre proiezioni video su cui scorrono più di cinquanta volti di attori, attrici, registi, personaggi del mondo dello spettacolo, collaboratori e amici, Toni Servillo, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Mimmo Paladino e tanti altri, sui quali la luce si posa e scorre.
- 12 Arriviamo al progetto “Drama” nel 2024: quindici ritratti femminili in bianco e nero realizzati in studio, insieme a un video. Ma mentre nel progetto del 2016 i volti e i corpi venivano messi a nudo dalla luce, con il nuovo lavoro sotto l’effetto di imperscrutabili variazioni della luce i volti sembrano dissolversi completamente. Filamenti di luce che quasi smaterializzano il soggetto e creano immagini sospese tra le due polarità dell’assenza e della presenza.
- 13 Il primo gesto alla base di ogni progettualità “illuministica”?
- 14 Spesso subentrano anche sfide tecniche che riguardano l’illuminotecnica: restrizioni di budget, limiti dello spazio, eccetera.
- 15 Proviamo a passare su un piano concreto? Parliamo di “Antonio e Cleopatra”, un allestimento teatrale dalla fascinazione ipnotica, diretto e interpretato da Valter Malosti, con una straordinaria Anna Della Rosa, che abbiamo visto allo Strehler di Milano a giugno 2024, e ha seguito una lunga tournée in molte città, Cesena, Perugia, Ferrara, Roma, Ancona e Forlì. La luce ha un ruolo centrale: irrompe a rivelare lo spazio teatrale, trasmettendo a tratti effetti di straniamento in un continuum narrativo con la scenografia di Margherita Palli ispirata a un quadro di De Chirico. Scolpendo la luce a volte violenta i volti e i corpi degli attori. Nell’oscurarsi e nel riaccendersi, “spostandosi” con cambi di luce fra Roma e Alessandria d’Egitto. La casa di Cesare e il Palazzo di Cleopatra. Qual è stata la sfida maggiore da affrontare?
- 16 Quando “sente “che le luci sono pronte?
“Nel silenzio, il buio cerca la luce”. Inizia così con questa immagine in bianco e nero che ricorda la poetica del grande cinema d’Autore, la nostra chiacchierata con Cesare Accetta, uno dei più importanti fotografi e light designer italiani, premio Ubu 2023 per La Cupa di Mimmo Borelli come migliore light designer. Accetta ci racconta – misurando le parole con la sua solita modestia di persona schiva, appartata – il suo appassionato percorso artistico e professionale, dagli anni ’70 nel circuito del teatro di sperimentazione come fotografo di scena, alle luci sul set, come direttore della fotografia e light designer per il cinema e il teatro.
A 70 anni ha da poco traslocato in un nuovo studio all’Avvocata, uno dei quartieri storici di Napoli, sua città natale, “è vicino a casa, raggiungibile a piedi, e lo spazio è più grande di quello dove stavo prima e qui posso continuare a costruire il mio teatro”. Il luogo per eccellenza dove indagare “il nero dentro cui irrompe il raggio della luce”. La luce quella “materia ineffabile che riesce a dire pure quello che non si può, o non si vorrebbe, che riesce ad arrivare pure dove sembrava impossibile ci fosse qualcosa di più dell’ombra, del buio”.
Buon compleanno anzitutto, Maestro, il 24 dicembre 2024 compirà i suoi 70 anni. Traguardo o un nuovo punto di partenza come sembra dire il recente trasloco?
In verità, non ho mai festeggiato i compleanni, non ne avevo il tempo. A 70 anni, un po’ è inevitabile fare una riflessione su quello che si è fatto nella vita e la mia vita è stata fatta di incontri straordinari, umani e formativi, forse anche per la capacità di cercarmeli, in primis con la mia compagna Laura Angiulli (regista teatrale e sceneggiatrice, NdR), con Antonio Neiwiller, personaggio cardine della Scena teatrale partenopea, Mario Martone, Toni Servillo, Enzo Moscato, Pappi Corsicato, Mimmo Paladino (l’elenco continua, NdR), ma al tempo stesso c’è ancora la voglia della ricerca, come del resto ho sempre fatto in tutta la mia vita.
Maestro su cosa sta lavorando?
Un documentario per la regia di Pippo Delbono sulla figura di Bobò, un piccolo uomo, sordomuto e analfabeta, una figura emblematica del suo teatro. Pippo lo aveva conosciuto quando aveva tenuto dei laboratori teatrali nel manicomio di Aversa dove Bobò era entrato a sedici anni. Ed è lì che nasce un sodalizio profondo e tenace. Gireremo a dicembre 2024 in teatro e in esterni, stiamo già facendo dei sopralluoghi per cercare la luce giusta.
“Stavo recitando Dante e intanto osservavo la bellezza del Duomo. Ho avuto negli occhi la meraviglia”, ha confidato Toni Servillo, dopo aver fatto risuonare “Le voci di Dante” nel Duomo di Modena. Arte e spiritualità si sono fuse con un evocativo disegno luci per una serata di rara bellezza e intensità emotiva. Come ha costruito il disegno luci?
Toni non ha bisogno di effetti particolari, si potrebbe illuminare con una lampadina! Avevamo deciso di non creare effetti particolari sulla sua lettura, quello che abbiamo fatto è stato progettare un disegno luci che esaltasse, pur sempre in modo molto discreto per rispettare la sacralità del luogo, l’architettura del Duomo, con la sua bellezza gotica e le sue maestose navate, i grandi archi a tutto sesto, che poggiano su pilastri compositi alternati a colonne. Un’atmosfera raccolta e al contempo sacra. Dal punto di vista tecnico, ho privilegiato corpi illuminanti a batteria per evitare l’intralcio dei cavi sulla scena sotto le due navate laterali, puntati verso l’alto, e poi una serie di corpi illuminanti LED nascosti dietro l’altare per illuminare i bassorilievi e la cripta sullo sfondo. Ho scelto una luce calda, a mattone, un bianco neutro invece per Toni Servillo.
La sperimentazione caratterizza il suo lavoro. È una compagna costante…
Non ho mai avuto alcun interesse per il “realismo” dello spazio fotografato, né al momento di vederlo, né al momento di momento di vederlo, né al momento di catturarlo in una fotografia. Nella costruzione di una immagine fotografica, per me ciò che si intravede ha la stessa importanza di ciò che si vede. E le materie prime con cui lavoro sono la luce e il tempo. Ciò che il fotografo mostra rimane un’immagine ambigua, instabile, imprecisata. La folgorazione definitiva l’ho avuta quando ho scoperto il lavoro del fotografo americano Duane Michals, in particolare la celebre sequenza di fotografia dal titolo Things Are Queer (Le cose sono ambigue) che presentava la parvenza di ciò che era assente. Michals esplora proprio questo: ciò che è nascosto, non visto o fuori dall’inquadratura. Alla fine degli anni Sessanta, quando tutto il mondo celebrava l’istante decisivo di Henri Cartier-Bresson, lui opera una sorta di rivoluzione e usa la fotografia come mezzo creativo capace non di mostrare la realtà, ma di fotografare ciò che non si vede e ci costringe a interrogarci su cosa sia davvero la realtà. I fatti e l’informazione non costituiscono di per sé significato. Nelle parole di Michals: “Ciò che non posso vedere è infinitamente più importante di ciò che posso vedere”.
Cos’è per lei il buio?
È un momento drammaturgico. È anche uno spazio e non è vuoto. A teatro il buio può essere agito, giocato, raggirato. Va pensato così come va pensata la luce, E si offre a infinite scansioni tematiche ed estetiche. Dal buio che porta luce a quello che la annulla in un abisso senza fondo.
Cosa è per lei la luce?
Sarà una risposta banale ma per me la luce è la visione, è lo strumento per creare delle immagini.
Perché è interessato alla luce?
Tutto con la luce deve e può succedere. Quello che si vede e quello che si intravede, ma anche “quel che non si vede”, come diceva Antonio Neiwiller, ed è proprio ciò che non si vede a far sì che il fruitore possa sentirsi profondamente coinvolto. La luce è strumento inquieto, duttile, si concede con sottrazione o accrescimento, territorio dinamico per esplorazioni imprevedibili. Crea le distanze, le relazioni e il rapporto tra l’essere e l’essere visto, concetto fondamentale per il teatro. È anche un elemento della quotidianità che ha moltissimo a che fare con la scansione del tempo. A senza l’oscurità non può esservi luce. In fondo, il nero può essere il colore più luminoso.
“Il silenzio è luce”: è un verso della poetessa argentina Alejandra Piznarick. Cosa ne pensa?
Non lo conoscevo ma vi risuona il mio sentire. Un mio caro amico e critico tempo fa scrisse che la luce l’avevo “messa finalmente nel suo alveo primario del silenzio”.
Come nasce il suo lavoro con la luce?
Sono autodidatta. Come fotografo di scena ho iniziato guardando il lavoro degli altri. È stata Laura che mi ha spinto a provare in teatro, ho cominciato nel 1995 proprio con il suo L’uomo, la bestia e la virtù. Antonietta De Lillo mi ha incoraggiato nel cinema: il primo film a cui ho lavorato da direttore della fotografia è stato il suo I racconti di Vittoria.
Fotografia, teatro, cinema, il suo percorso artistico interseca, quasi come un collante, questi ambiti e tiene insieme il buio e la luce.
Sono le coppie concettuali in contrapposizione di cui è intessuta la cultura occidentale che condizionano ancora il nostro modo di pensare e di costruire la realtà. La polarità metaforica della luce e del buio. Quello che invece mi affascina e che credo valga davvero la pena di ricercare è di dare sostanza al buio ponendolo allo stesso livello della luce senza con questo volerlo separare da essa. Hanno la stessa ambivalenza. Il buio preso a sé è qualcosa che ci sfugge, è l’estraneità che resta sempre tale. Come la luce più intensa, peraltro, non si può fissare senza accecarsi, cioè senza sprofondare nel buio. Portare un po’ di luce non elimina il buio. Però, facendolo, creiamo ombre, sfumiamo i suoi orli.
Dal buio alla luce. Penso alla sua mostra del 1985 in cui erano esposte le foto di scena scattate durante le esperienze del teatro di ricerca. Il titolo era “Nero sensibile” e l’elemento privilegiato era quell’oscurità quasi statica, il nero profondo che la avvolge e nello stesso tempo la luce che la fa emergere. Poi nel 2016 ha fatto seguito il progetto fotografico “In Luce”: tre proiezioni video su cui scorrono più di cinquanta volti di attori, attrici, registi, personaggi del mondo dello spettacolo, collaboratori e amici, Toni Servillo, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Mimmo Paladino e tanti altri, sui quali la luce si posa e scorre.
Sono filmati, sequenze di ritratti lunghi 5 minuti. Sono passato all’immagine in movimento perché questa mi permetteva di studiare proprio la modificazione che avveniva sul volto dei soggetti al variare della luce. L’idea risale a un momento teatrale. Sul palco c’era Enzo Moscato che interpretava un suo monologo. Io ho variato la luce che lo colpiva e questo ha provocato un cambiamento della visione. Le dissolvenze generavano sul suo viso un’espressione nuova.
Arriviamo al progetto “Drama” nel 2024: quindici ritratti femminili in bianco e nero realizzati in studio, insieme a un video. Ma mentre nel progetto del 2016 i volti e i corpi venivano messi a nudo dalla luce, con il nuovo lavoro sotto l’effetto di imperscrutabili variazioni della luce i volti sembrano dissolversi completamente. Filamenti di luce che quasi smaterializzano il soggetto e creano immagini sospese tra le due polarità dell’assenza e della presenza.
L’unica richiesta che facevo ai soggetti era di sostenere lo sguardo in macchina, affinché l’osservatore si sentisse a sua volta scrutato. Come dice il filosofo Jacques Derrida, davanti a un quadro non si guarda, ma si è guardati. L’estraneità più assoluta di un volto è ciò che si manifesta nella sua massima evidenza restando incomprensibile. È l’incomprensibile di tutto ciò che ci circonda dandosi a vedere nella luce più abbagliante, e lasciandoci al contempo al buio più completo.
Il primo gesto alla base di ogni progettualità “illuministica”?
È mettere su un foglio i punti luce, le possibili direzioni, i movimenti della luce: una piantina molto grezza dello spazio scenico che può ovviamente subire delle modificazioni in corso d’opera. Il periodo delle prove è utile proprio per fare dei tentativi, per verificare quello che hai immaginato. C’è un fare, è un addentrarsi, passo dopo passo. Quindi la composizione si disvela progressivamente, nel trovare poco alla volta qualcosa. Anche la luce è nel qui e nell’ora, è legata a ciò che accade realmente dalla prima lettura a tavolino e fino alle prove. È lì che si costruisce la luce dello spettacolo. E può nascere da tante cose: lo spazio, i movimenti che fa un attore, il testo, la scenografia. Credo sia un misto di tante cose, che conosciamo ma anche che non conosciamo. Qualcosa di istintivo, sicuramente, che arriva dopo il nutrimento, e che ti fa pensare a quella determinata luce in quel preciso momento, o a un’idea di insieme dello spettacolo. E se il rapporto con il regista è forte, il risultato sarà forte. Non amo avere la totale libertà di scelta perché ritengo la luce un elemento complementare alle scelte registiche. Così come non procedo mai “di mestiere”, accontentandomi di uno schema riproducibile in maniera passiva, prediligo la sfida, lo stimolo della ricerca.
Spesso subentrano anche sfide tecniche che riguardano l’illuminotecnica: restrizioni di budget, limiti dello spazio, eccetera.
Sì, è un tema importante questo, perché spesso ci ritroviamo a dover realizzare lavori che presentano delle difficoltà, ma si riesce sempre a sormontarle se si coltiva la concretezza dietro a un pensiero, perché l’idea va tradotta, adattata, pensata. Sono molto pragmatico, al di là di quella che può essere una espressione poetica, mi confronto sempre con i mezzi che ho a disposizione, le risorse economiche, il tempo.
Proviamo a passare su un piano concreto? Parliamo di “Antonio e Cleopatra”, un allestimento teatrale dalla fascinazione ipnotica, diretto e interpretato da Valter Malosti, con una straordinaria Anna Della Rosa, che abbiamo visto allo Strehler di Milano a giugno 2024, e ha seguito una lunga tournée in molte città, Cesena, Perugia, Ferrara, Roma, Ancona e Forlì. La luce ha un ruolo centrale: irrompe a rivelare lo spazio teatrale, trasmettendo a tratti effetti di straniamento in un continuum narrativo con la scenografia di Margherita Palli ispirata a un quadro di De Chirico. Scolpendo la luce a volte violenta i volti e i corpi degli attori. Nell’oscurarsi e nel riaccendersi, “spostandosi” con cambi di luce fra Roma e Alessandria d’Egitto. La casa di Cesare e il Palazzo di Cleopatra. Qual è stata la sfida maggiore da affrontare?
Credo che non ci sia una scena facile e una scena difficile, è tutto molto complesso. Sicuramente l’altezza vertiginosa della splendida scenografia e l’inclinazione del pavimento rendevano complicati i sistemi di puntamenti classici sull’americana. Siamo dunque partiti ponendoci la domanda: “Che tipo di spazio c’è a disposizione per le luci?”. Abbiamo lavorato sulla concretezza. Il problema è stato aggirato con l’uso dei motorizzati, una quarantina tra Profile Aria 700 con sagomatori LED da 400W e teste mobili wash. I motorizzati sono fantastici: in ogni momento possono cambiare direzione e colore. Ho scelto una luce, come dire, abbastanza freddina, bianca, che rendeva i contorni netti e precisi e che permetteva di far risaltare anche i costumi e i colori della scenografia.
Quando “sente “che le luci sono pronte?
In verità, fino all’ultimo continuo a fare cambiamenti. La luce che il giorno prima mi sembrava giusta, il giorno dopo vorrei cambiarla. Anche dopo la messa in scena, c’è sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio, anche soltanto modificare una frazione infinitesima dell’intensità della temperatura della luce.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
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