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Hand-hooked Rug: wool yarn, linen 2023. Photo courtesy Henry Miller and All The Sudden

Nel nome del cane: arte, ricamo e memoria secondo Emily O’Leary

By Sabino Maria Frassà
Pubblicato il
Agosto 2025

INDICE

In occasione dell’International Dog Day – la Giornata Mondiale del Cane, istituita nel 2004 per celebrare il ruolo insostituibile che i cani svolgono nelle nostre vite e per promuovere la consapevolezza sull’adozione e la cura responsabile – incontriamo l’artista statunitense Emily O’Leary, la cui pratica creativa intreccia l’animo animalista con l’arte tessile, la pittura e la memoria.

Dog Rugs at Portal. Installation view. Photo courtesy Emily O'Leary

Questa giornata, celebrata ogni 26 agosto, è nata dall’idea dell’attivista americana Colleen Paige, con l’obiettivo di onorare i cani non solo come compagni affettuosi, ma anche come esseri senzienti che spesso salvano vite, offrono supporto emotivo, assistono persone con disabilità e portano conforto nei momenti più fragili dell’esistenza. È una giornata che parla di legami, empatia, rispetto – temi profondamente presenti anche nell’opera di Emily O’Leary, artista originaria del Massachusetts che ha studiato al Massachusetts College of Art and Design e ha conseguito un MFA presso l’Università del Texas nel 2018. Il suo lavoro, denso di riferimenti alla tradizione tessile e alla ritualità del gesto, oscilla tra il familiare e l’inquietante, portando alla luce immagini che sembrano al tempo stesso intime e sconosciute.

Nel cuore di Brooklyn, tra il profumo del caffè e il fruscio del filo che scorre tra le dita, O’Leary dà forma a un mondo fatto di ricami, pittura e tessuti. Cani – e non gatti –, donne e gesti quotidiani emergono dalle sue opere come frammenti di storie sospese tra arte e intimità, tradizione e sperimentazione. In questo giorno dedicato ai nostri amici a quattro zampe, le sue creazioni assumono una risonanza speciale: non semplici rappresentazioni, ma testimoni silenziosi di affetti duraturi, di presenze costanti, di quella forma di amore disinteressato che solo i cani sanno donare.

Giant Rug (dettaglio). Photo courtesy Emily O'Leary
Sampler Wunderfische (dettaglio). Photo courtesy Emily O'Leary
Dog Rugs 2024. Photo courtesy Emily O’Leary

Nel panorama dell’arte contemporanea, il lavoro di O’Leary si distingue per l’uso ibrido di tecniche artigianali e concettuali. Attraverso il ricamo e il rug hooking, l’artista americana esplora i confini tra arte e artigianato, trasformando materiali e motivi tipici del lavoro domestico in un linguaggio visivo che riflette sulla memoria, sul tempo e sulla manualità. I suoi sampler ricamati, popolati da figure enigmatiche e scene quasi oniriche, evocano il quotidiano con una sottile tensione narrativa, rendendo visibile il gesto del fare come atto di riflessione e significato.

In questa intervista – in un momento in cui si celebra la fedeltà, la cura e il valore dell’affetto non condizionato – O’Leary ci accompagna tra fili e trame del suo immaginario visivo. Ci racconta il suo approccio creativo, le sue paure, e il significato che affida al tempo, alla ripetizione e alla scelta di includere i cani come presenze silenziose ma potenti nella sua narrazione visiva.

Come ha sviluppato la sua tecnica unica che “intreccia” pittura, arte tessile e ricamo?

Sono attratta da processi che possono essere disfatti e rifatti, lavorati e rielaborati, piuttosto che da metodologie in cui si pianifica tutto in anticipo per poi eseguire. Le tecniche tessili che utilizzo sono spesso percepite come statiche o rigide, ma in realtà offrono grande flessibilità. Sia il rug hooking che il ricamo sono accessibili: i materiali sono economici e i punti base facili da apprendere. Anche i miei dipinti condividono questa elasticità nella loro esposizione, possono essere spostati, ricombinati e messi in dialogo tra loro.

Sandwich boards, 2017. Photo courtesy Emily O’Leary
Horse bite, 2012. Photo courtesy Emily O’Leary

I suoi lavori traggono ispirazione dai “sampler” ricamati, esercizi di cucito storicamente usati per dimostrare le virtù domestiche delle giovani donne. Cosa l’affascina di questa tradizione e come la reinterpreta nel contesto dell’arte contemporanea?

Inizialmente, mi colpiva il modo in cui l’assenza di informazioni contestuali lasciasse ampio margine all’immaginazione. Ora, invece, mi interessa il valore di ciò che può essere decifrato studiando gli indizi fisici: la traccia della mano che li ha realizzati, le peculiarità individuali, i materiali disponibili. Naturalmente, c’è anche l’idea di dare rilievo a questi oggetti a lungo ignorati, anche se i loro creatori rimangono anonimi. Trovo affascinante come tappeti e sampler appaiano sorprendentemente contemporanei per il loro modo di affrontare i problemi compositivi adattando immagini e motivi ai margini.

Dog Rug. Photo courtesy Emily O’Leary
Member of tiny cult, 2015. Photo courtesy Emily O’Leary

Le figure ricamate nei suoi lavori sembrano impegnate in gesti ripetitivi, quasi rituali, spesso legati al lavoro manuale. Qual è la relazione tra artigianato, tempo e processo nella sua ricerca artistica?

A volte provo una strana sensazione, come se ogni cosa — oggetti e persone — fosse intrisa di un significato misterioso, quasi magico. Nei miei ricami, cerco di tradurre questa percezione di un mondo incomprensibile, ma colmo di senso. Il gesto ripetitivo del cucire e dell’intrecciare diventa esso stesso un rituale. Credo anche che viviamo in una società che ci tiene distanti dal lavoro manuale che rende possibile la nostra esistenza. Raffigurare il lavoro significa renderlo visibile. Inoltre, la pratica tradizionalmente femminile del “decorare” con il ricamo e altre tecniche tessili è più significativa di quanto si pensi. Una parte enorme della storia dell’umanità è stata dedicata alla produzione tessile e il tempo investito nella decorazione testimonia la sua importanza culturale.

Dog Rug (dettaglio). Photo courtesy Emily O’Leary
Dog Rug (dettaglio). Photo courtesy Emily O’Leary

Il cane è un motivo ricorrente nei suoi lavori. Qual è il suo significato per lei e come si inserisce nella sua narrazione visiva?

Sia gli esseri umani che i cani sono animali sociali. I cani vivono ai margini della nostra società, scrounger per natura, finché non decidiamo di controllarne la vita, la riproduzione, l’alimentazione. Allo stesso modo in cui empatizziamo con gli altri esseri umani, attribuiamo ai cani emozioni umane, dimenticando ciò che di selvatico ancora li caratterizza. Nei miei lavori raffiguro sempre cani, mai lupi o coyote. Questo perché, pur essendo simili ai loro parenti selvatici, i cani hanno subito trasformazioni radicali attraverso la domesticazione. Sono al tempo stesso conoscibili e misteriosi. È un aspetto che ho osservato nei miei stessi cani: due sorelle, una incredibilmente espressiva e leggibile, l’altra più enigmatica e indecifrabile.

Dog Rugs on brick. Photo courtesy Emily O’Leary
Dog Rug Mottled. Photo courtesy Emily O’Leary

Perché mai i gatti?

Penso che, nell’immaginario collettivo, i gatti siano già creature selvatiche, strani esserini misteriosi. Per questo è più interessante complicare l’immagine del cane fedele, adorante e quasi “sbavante”. I gatti poi non passano molto tempo a dormire a terra, si arrampicano ovunque, quindi non si prestano in modo così naturale a diventare “tappeti”. Inoltre, rappresentarli con la tecnica del rug hooking sarebbe una sfida perché sono più piccoli, e il rug hooking è una tecnica limitata dalla risoluzione: il mio lino ha una griglia di 14×14 spazi per pollice (anche se non riempio ogni spazio, farlo renderebbe il tappeto troppo denso e tenderebbe ad arricciarsi) e la bassa risoluzione di questa tecnica renderebbe un animale più piccolo, come un gatto, meno dettagliato.

Hand-hooked Rug: wool yarn, linen 2023. Photo courtesy Henry Miller and All The Sudden

Nonostante il suo forte interesse per la materialità e la tattilità, il suo lavoro predilige una rappresentazione bidimensionale anziché espandersi nella scultura. Come mai?

Penso sia qualcosa di profondamente radicato nella mia sensibilità. Sono sempre stata attratta da opere d’arte che enfatizzano la bidimensionalità. Lo spazio illusionistico nella pittura ha una tradizione ben definita nella storia dell’arte occidentale, ma non sento la necessità di adottarlo nel mio lavoro. Credo anche che il mio approccio sia influenzato dal modo in cui realizzo i pezzi. Lavoro i sampler in grembo, aggiungendo dettagli come elementi narrativi. Le mie sculture tessili, come i tappeti, trattano il mondo tridimensionale nello stesso modo in cui i sampler trattano il piano bidimensionale: come una superficie su cui inserire figure e dettagli. Nei tappeti, mi interessa il gioco tra le ombre reali della superficie in rilievo e quelle create dall’uso del filato.

Dog Rug Cobalt. Photo courtesy Emily O’Leary
Cording Rug with secret embroidery, 2017. Photo courtesy Emily O’Leary

C’è un forte elemento di ambiguità e narrazione frammentata nei suoi lavori, lo spettatore è invitato a interpretare e riempire i vuoti ricorrenti?

Mi piace includere dettagli molto specifici ma lasciare ampi spazi vuoti. Mi affascina il modo in cui piccoli elementi possano suggerire parti di una storia più ampia. In realtà, mi sento anch’io come se avessi accesso solo a frammenti delle storie che racconto. Non sento il bisogno di guidare lo spettatore: in un certo senso, partiamo dallo stesso punto.

Dog Rug. Photo courtesy Emily O’Leary

Nel panorama dell’arte contemporanea, il ricamo viene sempre più riconosciuto come medium concettuale piuttosto che puramente decorativo. Si sente parte di una nuova generazione di artisti che ridefiniscono i confini tra arte e artigianato?

Sono attratta da tecniche come il rug hooking e il ricamo per le stesse ragioni che, storicamente, hanno portato (soprattutto le donne!) a praticarle: la facilità di accesso ai materiali e il piacere del processo. Lavorare con queste tecniche significa confrontarsi con un equilibrio tra la padronanza del mezzo e la frustrazione produttiva dei suoi limiti. Non penso che la distinzione tra arte concettuale e decorazione sia davvero utile. Per me è più un continuum. Alcuni artisti usano il ricamo come fondamento concettuale, ma vorrei sottolineare anche il valore della pura decorazione.

 

Dog Rug White Dog Injured Shoulder. Photo courtesy Emily O’Leary

Vive e lavora a Brooklyn, uno dei centri artistici più vivaci al mondo. Come influisce questo ambiente sulla sua pratica e su quali progetti sta lavorando attualmente?

Sono piuttosto riservata e partecipo poco agli eventi artistici attorno a me, ma traggo nutrimento dall’attività che mi circonda. Non avendo uno studio, spesso porto il mio lavoro in caffè e biblioteche, dove il movimento delle persone mi aiuta a rimanere nel flusso creativo. Attualmente sto lavorando a un nuovo tappeto e sperimentando con la cartapesta, cercando modi per integrarla con il rug hooking.

Dog Rug White Dog. Photo courtesy Emily O’Leary

Quello che sta accadendo in America con la nuova presidenza influenza il suo mondo, che, nonostante sia piuttosto privato, ha indubbiamente una dimensione sociale?

Non ho una buona risposta a questa domanda. La nuova realtà politica ha gettato le mie stesse motivazioni in un’incertezza surreale. Ti fa chiedere se il mondo dell’arte scorra semplicemente in parallelo rispetto al mondo in cui vive la maggior parte delle persone. Mi sento come un alieno fuori dal mondo, qualcuno il cui lavoro conta ancora meno di quanto già contasse prima. Se una buona parte del Paese sostiene misure discriminatorie che trovo aberranti, a chi può parlare il mio lavoro? Solo per le persone che sono più vicine a me sullo spettro politico? Essendo il mio un lavoro piuttosto interiore, ma che comunque attrae un pubblico ampio, dovrei invece cercare di creare opere che affrontano esplicitamente e respingono gli spettatori che nutrono opinioni ostili verso le minoranze?

Brown Black Dog. Photo courtesy Emily O’Leary

E torna ancora una volta la metafora del cane e del branco, o sbaglio?

Gran parte del mio lavoro si concentra sul mettere in discussione il confine tra ciò che consideriamo naturale e innato e ciò che, invece, è frutto di un apprendimento culturale. Credo che la narrazione promossa dall’ideologia trumpiana, secondo cui le persone “non bianche” sono viste come intrusi e le donne bianche come virtuose fattrici da proteggere, rifletta un atteggiamento escludente che molti accettano passivamente, come se fosse un dato di fatto, un ordine naturale delle cose. È come se la preferenza per il proprio gruppo di appartenenza fosse inevitabile, inscritta nel sangue. Eppure siamo animali sociali, capaci di trasformare il nostro mondo più e più volte, guidati da motivazioni che vanno ben oltre ciò che viene spacciato per istintivo o “naturale”.

Dog Rugs in the sun. Photo courtesy Emily O’Leary

AUTHOR

Sabino Maria Frassà

Sabino Maria Frassà è un curatore e giornalista professionista, esperto di arte e CSR. È direttore creativo di Cramum, ente non profit che dal 2012 è impegnato nell'attività di scouting e sostegno alle eccellenze creative in Italia.

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