Personaggi
Stefano Poda: “Solo la luce può seguire intimamente le curve della musica” (LUCE 350, dicembre 2024)
By Paolo Calafiore
Pubblicato il
Agosto 2025
INDICE
- 1 Maestro Poda cosa significa per lei fare oggi teatro musicale? Dove affondano le radici della sua visionaria poetica?
- 2 Lei è noto nel panorama internazionale dell’Opera lirica per la personalissima cifra stilistica dei suoi allestimenti e per essere non solo regista ma anche scenografo, costumista e light designer dei suoi spettacoli. Come nascono questa vocazione e la scelta di elaborare e creare tutti gli aspetti visivi, in particolare l’illuminazione?
- 3 In tutti i suoi spettacoli, la luce assume un pregnante e raffinato ruolo drammaturgico. Quale dimensione e visione assume la luce nella sua ricerca?
- 4 Come bilancia l’esigenza di illuminare i cantanti, le composizioni coreografiche con la sua visione artistica nell’uso della luce e della scenografia?
- 5 Ha lavorato con o frequentato Maestri da cui ha imparato a creare le luci?
- 6 Possiamo affermare che con il suo lavoro porta avanti una ricerca che va oltre i confini dell’Opera, una vocazione che ha origini antiche ma che si rinnova e ricodifica in una nuova forma di linguaggio e comunicazione veicolato dall’Opera lirica.
LUCE incontra il Maestro Stefano Poda, registra tra i più autorevoli del firmamento internazionale dell’Opera lirica che nel 2023 ha firmato l’allestimento del centenario dell’Aida all’Arena di Verona. Poda è scenografo, costumista, coreografo e lighting designer, nonché artista insignito nel 2024 del prestigioso Premio Abbiati.
Si definisce un “artigiano della messa in scena”, descrizione che ben si coniuga alla sua “vocazione rinascimentale” di artista a tuttotondo, impegnato nell’ideare ingegnose ed emozionanti macchine e dispositivi teatrali in cui musica, luce, scenografia scultura, architettura, danza si fondono in un organismo che dà vita alle sue originalissime creazioni.
Maestro Poda cosa significa per lei fare oggi teatro musicale? Dove affondano le radici della sua visionaria poetica?
Ho sempre amato profondamente il teatro e l’Opera, ma a modo mio. Il teatro come spazio rituale di una comunità, sorta di cattedrale laica universale. E amo l’opera quando infrange la linea divisoria tra le arti. Oggi più che mai mi accanisco su questa idea di opera come unità e totalità, ma soprattutto come genere a sé stante, il cui potenziale è stato solo in minima parte esplorato. L’opera potrebbe arrivare a diventare molto di più di quello che noi crediamo o a cui ci limitiamo. Persino di tutto quello che supponiamo sia riuscita a rappresentare la tragedia per la civiltà antica. L’opera può diventare una delle chiavi della spiritualità perduta, a patto di abbandonare la razionalità e anche il realismo che è stato la trappola del nostro tempo, vertiginosamente regredito dopo le promesse delle avanguardie del primo Novecento. Come il sonno, la musica ci permette di accedere a una sorta di verità parallela e infinita. Dunque mi rifiuto di rendere “concreto” ciò che è libertà, sogno e volo. L’opera mi piace quando diventa astrazione.
In un’epoca in cui si sta perdendo il senso della cultura intesa come patrimonio dei valori persistenti alle nozioni dimenticate, in un mondo disumanizzato (perché tecnologizzato troppo in fretta) e specializzato (opposto dell’Umanesimo, capaci di visione universale), ebbene, io credo più che mai nell’opera come operazione di sfondamento interdisciplinare. Per questo mi interessa sia un pubblico che all’opera non ci andrebbe mai sia un pubblico che, con autonomia di giudizio, finalmente inizi ad approfittare di tutte le opportunità dalla musica e dalla drammaturgia. La musica parla di tutto senza nominare niente. Questo è il miracolo che la musica permette con la sua rappresentazione non necessaria
Da sempre ho dunque inteso l’opera come un’imperdibile occasione di sfondamento interdisciplinare. Come opportunità di far parlare tra loro tutte le arti e tutte le discipline. Da sempre mi ha affascinato la ricerca dei fili nascosti tra architettura e luce, tra scultura e poesia, tra pittura e movimento. Per questo ho speso ogni giorno della mia esistenza nell’appropriarmi dei segreti dei grandi maestri della scultura e della pittura, ma anche lavorando con gli artigiani in ogni parte del mondo o facendo ricerca con la danza contemporanea per carpire una qualche connessione tra emozione e movimento. Eppure il concetto dell’arte contemporanea è una sorta di inversione di prospettiva: non è l’opera d’arte a comunicare un messaggio, ma lo spettatore a crearlo. Questa è la bussola che soprattutto orienta Il mio lavoro: offrire uno strumento ottico sufficientemente complesso e stimolante, affinché chi vede e ascolta non veda e ascolti la storia del proprio sé. In sostanza, essere spettatori di se stessi, in una dimensione profonda come quella dei personaggi, che, cantando, vivono una loro realtà interiore… come un ricordo pregresso… come in una regressione psicologica a cui lo spettatore partecipa in maniera attiva e creativa. Lo spettatore diventa il vero artefice in un gesto che è segno distintivo del contemporaneo.
Lei è noto nel panorama internazionale dell’Opera lirica per la personalissima cifra stilistica dei suoi allestimenti e per essere non solo regista ma anche scenografo, costumista e light designer dei suoi spettacoli. Come nascono questa vocazione e la scelta di elaborare e creare tutti gli aspetti visivi, in particolare l’illuminazione?
Non mi sento un regista nel senso stretto, neppure uno scenografo o un costumista o un coreografo. Ho scoperto, inventato e sviluppato una mia maniera peculiare di esprimermi grazie a un lavoro indipendente e completamente autonomo. Tutto si è sviluppato insieme, parallelamente, e per questo non potrei fare altrimenti. Un percorso chiarissimo ma per nulla facile, in un’epoca in cui non andavano di moda i registi e gli scenografi giovani e in cui non si parlava ancora di “regia moderna”, anche se quello che faccio non credo sia “moderno”, ma sia piuttosto un’altra cosa. A quell’epoca poi non c’erano neppure i DVD, men che meno Youtube… né per mostrare quello che si faceva in parti remote del mondo, ma neanche per documentarsi di quello che avveniva… Dunque, bisognava “scoprire” e ricercare disperatamente.
In tutti i suoi spettacoli, la luce assume un pregnante e raffinato ruolo drammaturgico. Quale dimensione e visione assume la luce nella sua ricerca?
Le luci sono l’unico vero corrispettivo della musica, in quanto sono sostanze misteriose prive di corpo; solo la curva della luce riesce a seguire quella della musica, perché solo loro possono muoversi senza ostacoli: quest’assenza di limiti crea una dimensione libera, come quella del pensiero o del sogno. La luce non marca gli elementi in maniera razionale, bensì frammentaria, evocativa.
Come bilancia l’esigenza di illuminare i cantanti, le composizioni coreografiche con la sua visione artistica nell’uso della luce e della scenografia?
Prima ho imparato a costruire lo spazio (che non è mai scenografia, ma che si avvicina piuttosto a installazione in senso di arte contemporanea), poi a illuminarlo. La luce per me è tutto, perché solo la luce può seguire intimamente le curve della musica e penetrare nei paesaggi reconditi dei sentimenti riposti, nei labirinti più ritorti degli umori e può manifestare l’aura.
Ha lavorato con o frequentato Maestri da cui ha imparato a creare le luci?
A fare luci ho imparato scrutando per ore e ore, per giorni e giorni, i dipinti di Caravaggio. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo e di diverso, come la prima volta. Anche dagli Olandesi, ma principalmente da Caravaggio. Eppure, la luce diventa vita e quindi segna il passaggio del tempo e l’evoluzione spirituale.
Possiamo affermare che con il suo lavoro porta avanti una ricerca che va oltre i confini dell’Opera, una vocazione che ha origini antiche ma che si rinnova e ricodifica in una nuova forma di linguaggio e comunicazione veicolato dall’Opera lirica.
È quello che ho sempre fatto sin dalla prima volta, né avrei mai potuto fare altrimenti. Non lo ho mai neppure deciso. Così si è dato e senza mai fare distinzione o priorità tra ruoli: tutto viene fuori tutto insieme e con il medesimo grado di importanza. Si tratta, forse più che di una vocazione istintiva da artigiano, di uno sforzo non pensato che retrospettivamente potrebbe essere effettivamente interpretato come necessità di unità. In arte tutto ha a che vedere con tutto, come nella vita. La vita ha un suo mistero unitario: si può analizzare oppure intuire. Non si scoprirà mai. Anche in arte dovrebbe valere dunque lo stesso criterio. Ingenuamente, prima di conoscere il reale meccanismo dell’organizzazione teatrale istituzionale, credevo che la messa in scena fosse il prodotto della ricerca di un unico artista. Così come non avrei mai pensato possibile che un pittore potesse delegare a un altro disegnatore i dettagli della sua architettura o che un romanziere si potesse servire di un poeta per completare le proprie riflessioni…
Dipingendo un quadro, non si pensano le forme separate dal colore e dalle luci. Ho impiegato una vita intera per imparare, poi per imparare a disimparare, infine per riuscire a ricreare un universo parallelo. Fin dal liceo ci insegnano a separare e suddividere le materie dello scibile umano, ma è un approccio che nell’antichità non esisteva, frutto del positivismo e del tecnicismo. L’Opera può invece ritrovare una dimensione umanistica, poliedrica, olistica, slegata dalle necessità pratiche.
AUTHOR
Paolo Calafiore
LEGGI DI PIÚ
Interviste
Fabio Novembre: “Il presente è la mia bussola” (LUCE 347, marzo 2024)
BY Monica Moro | 29 Ago 25
Interviste
Cesare Accetta: “Il nero può essere il colore più luminoso” (LUCE 350, dicembre 2024)
BY Cristina Tirinzoni | 27 Ago 25
Interviste
Nel nome del cane: arte, ricamo e memoria secondo Emily O’Leary
BY Sabino Maria Frassà | 26 Ago 25
Interviste
Il design “radicale” di Lapo Binazzi (LUCE 350, dicembre 2024)
BY Pierluigi Masini | 19 Ago 25