Light Art
Quando la luce è una scelta. Le trame luminose di tre giovani artiste: Avvassena, Manfredi e Scuderoni.
By Sabino Maria Frassà
Pubblicato il
Luglio 2025
INDICE
Talvolta la luce non è soltanto materia o metafora: è una scelta consapevole, un atto poetico e politico. Questo si vede nel lavoro di Avvassena (1998), Giulia Manfredi (1984) e Maddalena Scuderoni (1998), tre giovani artiste contemporanee che – pur diversissime per formazione, approccio e linguaggio – condividono una visione dell’arte come spazio di connessione, cura e rigenerazione. La luce, nei loro lavori, non si limita a rivelare: attiva, accompagna, trasforma. E restituisce al visibile una profondità ulteriore, fatta di ascolto, attenzione e tempo.
Tre artiste, tre percorsi, tre poetiche. Eppure, un unico filo luminoso sembra attraversarne le opere: la volontà di usare la luce come atto di responsabilità, gesto che ascolta, scintilla che riscrive la realtà. Non luce come effetto decorativo o artificio tecnico, ma luce come linguaggio affettivo, come strumento di relazione tra il visibile e l’invisibile, tra l’umano e il mondo. Se Giulia Manfredi lavora con l’invisibile cristallizzando il tempo in forme sospese, fragili e contemplative, Avvassena lo riattiva: dà energia a oggetti dimenticati, risveglia gesti, illumina relazioni. Maddalena Scuderoni, invece, sposta l’oggetto urbano nel paesaggio e lo lascia lì: un lampione che ascolta, che non serve, ma significa. In tutti i casi, la luce non è mai neutra: è narrazione, cura, pratica di resistenza.
Una forma di racconto che ci invita a rivedere il nostro stare al mondo, il nostro rapporto con lo spazio, con il tempo, con gli altri. In un’epoca dominata dalla velocità, dalla saturazione dell’immagine e dalla cultura del consumo immediato, queste artiste ci offrono un’alternativa radicale: fare spazio, abitare il vuoto, rallentare il tempo dello sguardo. La loro luce non urla, non abbaglia, non invade: accoglie. È un gesto gentile che segna il tempo, rigenera la materia, riattiva la memoria. Non ci chiede di capire, ma di sentire. Di restare immersi in un’energia silenziosa che tiene insieme le fratture, ecologiche, sociali, emotive.
Il modo in cui queste artiste impiegano la luce ci ricorda che l’arte può ancora illuminare ciò che non si vede, dare forma a ciò che è stato dimenticato, rimettere in circolo senso, cura, presenza. Come ha scritto Gaston Bachelard, “La luce è un sogno dell’anima, una fiamma che pensa”. Ed è forse proprio in questo sogno che si collocano i loro gesti minimi e radicali: il bagliore di un bonsai sospeso, un lampione che ascolta, un oggetto ritrovato che si accende. In queste presenze leggere si manifesta una cura possibile: non per cancellare le ferite, ma per ricucirle con attenzione, con delicatezza, con desiderio di futuro. Una trama luminosa che non impone, ma accompagna. Che non divide, ma intreccia. Che ci invita, ancora una volta, a scegliere la luce – anche quando sembra minuscola – come forma di resistenza, di bellezza, di fiducia.
Maddalena Scuderoni. Luce in posa
Tra le artiste italiane che stanno impiegando la luce in modo più originale e concettualmente incisivo, spicca senz’altro Maddalena Scuderoni (Roma, 1998). Formata fuori dai percorsi accademici tradizionali, ha costruito il proprio linguaggio frequentando studi d’artista e botteghe di restauro, dove ha sviluppato un’attenzione costante per il materiale, l’intensità degli oggetti e il loro potenziale simbolico. Nel suo lavoro, la luce non è mai solo tecnica o decorativa: è gesto narrativo, tempo che si fa spazio. “La luce è sempre presente nei miei lavori,” afferma, “sia nel contesto domestico – con lampadari e abat-jour – sia in quello urbano, con lampioni e semafori. Anche quando non è esplicita, agisce: evidenzia, isola, suggerisce una tensione.”
La luce, nella sua ricerca, è entrata inizialmente come elemento rappresentato nei disegni e nelle composizioni bidimensionali, spesso associata a oggetti del quotidiano. Progressivamente ha assunto una presenza fisica, diventando mezzo costruttivo e spazio espressivo. Dalla pittura è passata alla luce reale, installata, attivata, in grado di generare un tempo interno all’opera. In molte delle sue scene, la luce non serve a far vedere, ma a far percepire. Scuderoni lavora spesso con elementi minimi, ma altamente evocativi. I suoi interventi si inseriscono nella soglia tra oggetto funzionale e figura autonoma, indagando la possibilità che la ripetizione svuoti di senso e, al tempo stesso, apra nuovi significati.
Il lampione, figura normalizzata dell’arredo urbano, viene decontestualizzato e accolto dal paesaggio come presenza altra, sospesa tra naturale e artificiale, tra tempo umano e tempo geologico. La sua è una filosofia dello spostamento e della sospensione: spostare un oggetto dal suo ambiente d’origine per collocarlo in un luogo che lo costringa a ri-significarsi. Il paesaggio non è solo sfondo, ma parte attiva dell’opera. In questo senso, Lampione in posa non è un’installazione da osservare, ma una condizione da abitare mentalmente, dove il tempo della luce diventa tempo di pensiero.
Un esempio emblematico è, appunto, l’opera Lampione in posa, realizzata nel 2024 per il progetto TerraCielo – Museo a cielo aperto in Molise. Un lampione – oggetto urbano per eccellenza, progettato per rendersi invisibile nella sua funzione – viene trasferito nel paesaggio naturale e lasciato lì, isolato, fermo, quasi in ascolto. La sua presenza è discreta ma straniante: di giorno si mimetizza tra gli ulivi, i muretti a secco, la pietra, quasi a voler chiedere il permesso di stare. Di notte, si accende, ma per illuminare nient’altro che sé stesso. La luce non guida, non protegge, non segna un passaggio: è inutilizzata, gratuita, contemplativa.
L’opera si innesta in una condizione di dislocazione e silenzio, che forza l’osservatore a ripensare la familiarità dell’oggetto. Il lampione non è più “servizio”, ma figura totemica, memoria culturale e immagine rallentata dell’umanità nel paesaggio. Scollegato dalla rete elettrica urbana e dalla sua logica funzionale, viene riconvertito in segno autonomo, forma che esiste solo per essere vista, riconosciuta e pensata. È come se, allontanato dalla città, il lampione prendesse la parola per la prima volta. In questa nuova condizione, la luce non “illumina” in senso pratico, ma interroga il tempo. Mette in discussione la nostra percezione di ciò che è utile, di ciò che è presente solo se serve. Lampione in posa è dunque un gesto delicato ma radicale, che trasforma una struttura tecnica in un corpo poetico, e con esso una porzione di territorio in un luogo d’ascolto.
Avassena: ascoltare attraverso la luce
La luce, nei lavori di Avvassena – artista e ricercatrice visiva nata nel 1996 – non è protagonista né spettacolo, ma presenza complice. Una guida silenziosa, che accompagna senza invadere. La sua pratica si radica nella filosofia africana dell’Ubuntu, secondo cui “io sono perché noi siamo”: ogni opera è quindi un atto relazionale, mai un gesto isolato, ma una cura condivisa.
“La luce serve a restituire senso”, afferma l’artista. “È un modo per stare con gli altri. Non mi interessa che illumini: voglio che crei uno spazio in cui sia possibile ascoltare, rallentare, riconoscersi”. Per questo, nei suoi lavori, la luce non si mette al centro, ma si posa sui bordi: là dove si trovano gli scarti, le storie minori, gli oggetti dimenticati.
In Oceanic Humanity (2025), installazione site-specific per One Ocean Foundation, Avvassena intreccia radiografie umane e microfotografie di plancton all’interno di tre cubi luminosi. Quindi due universi in apparenza distanti – il corpo umano e la vita marina – che si fondono in una narrazione visiva fluida, quasi organica.
Il risultato non è un’immagine, ma una materia viva, incandescente, simile alla lava: un’allerta silenziosa sulla nostra fragilità interdipendente.
“Oceanic Humanity nasce da un’urgenza: ricucire ciò che abbiamo separato. Il nostro corpo e il mare, il nostro tempo e quello geologico. Le lastre e il plancton sono mappe: ci ricordano che siamo parte di un tutto. E che questo tutto ci parla, se ci fermiamo ad ascoltarlo”.
L’opera è anche un omaggio visivo all’Ubuntu: dissolve i confini tra individuo e collettività, tra natura e cultura, offrendo un’immagine condivisa della vulnerabilità. Le radiografie raccontano l’unicità di ogni corpo, ma anche la sua completa uguaglianza. Le immagini si sovrappongono, si confondono, generano forme ibride che invitano a ripensare il senso di appartenenza e interconnessione.
Avvassena lavora con materiali raccolti tramite call pubbliche, come vecchie lastre mediche donate da sconosciuti. Non si tratta di nostalgia, ma di rigenerazione: “Voglio rimettere in circolo ciò che abbiamo scartato. Farlo brillare di nuovo, ma senza esibirlo. La luce, per me, è un gesto delicato: non invade, ma chiama”.
Giulia Manfredi. La luce come traccia del divenire
È con Nigredo, scultura luminosa in resina, presentata nel 2017 al Museo del Duomo di Milano, che Giulia Manfredi si è aggiudicata il Premio Cramum. L’opera, un bonsai sospeso in un blocco trasparente, sembrava trattenere il respiro stesso della materia: non un oggetto decorativo, ma un microcosmo vivo, attraversato dalla luce come da un principio vitale. La luce, infatti, non si limitava a illuminare: animava, metteva in tensione, svelava la fragilità e l’eternità apparente della forma sospesa. “La luce” spiega l’artista “è diventata per me uno strumento e metafora tangibile con cui indagare tutto ciò che non è visibile all’occhio umano, le dinamiche telluriche che riflettono i meccanismi cosmici, che sfuggono alla nostra comprensione. La luce mi serve per riflettere sulla morte, come nel caso delle resine, dove il tempo è conservato all’interno dell’involucro geometrico, solido e trasparente allo stesso tempo. In questo istante, la resina si rivela per me un mezzo per contenere la duplicità insita nell’universo dove vita e morte si intrecciano infinitamente tra di loro”.
Nata nel 1984 a Castelfranco Emilia (MO) e formatasi in pittura all’Accademia di Bologna, Giulia Manfredi ha sviluppato un suo linguaggio personale tra Berlino e Roma, muovendosi progressivamente dalla bidimensionalità alla scultura-installazione. Questo passaggio non è stato solo formale, ma ha segnato una trasformazione percettiva, in cui la luce è diventata protagonista invisibile del pensiero plastico. Materiali come resina, vetro e marmo si intrecciano con elementi organici – radici, rami, funghi – in un equilibrio fragile, sospeso tra natura e artificio. In serie come Undertoe e Mandragola, questi frammenti vengono immersi in blocchi retroilluminati, non solo per conservarli, ma per ricollocarli in una dimensione di sospensione assoluta, dove la luce non è sfondo, ma dispositivo di rivelazione e di trasformazione. In queste opere, la luce non ha una funzione descrittiva, ma trascende la materia stessa: penetra il corpo opaco delle cose, svela il tempo al suo interno, lo espone. È una luce che scava e rallenta, che non mostra, ma trasforma, rendendo visibile l’instabilità intrinseca del vivente.
Un esempio emblematico di questa poetica in costante evoluzione, pur nell’evidente coerenza dei temi, è la mostra personale Regno Sottile, ospitata nel 2019 al Museo Francesco Messina di Milano. Al centro dell’installazione, bonsai vivi crescevano dentro il marmo, scolpito e disegnato dall’artista: un corpo minerale che, anziché contenere, si sgretolava lentamente sotto l’azione delle radici, lasciando che la vita modificasse la forma dell’opera. Questo processo di trasformazione era reso possibile da un sistema di irrigazione e luci rosa, non semplicemente funzionale, ma essenziale alla scrittura dell’opera stessa. La luce, ancora una volta, non si limitava a “illuminare”: diventava segno di vita, ma anche presagio di consunzione. Un fuoco lento, che nutre e insieme consuma, che marca il passaggio del tempo, tanto quanto lo protegge.
AUTHOR
Sabino Maria Frassà
Sabino Maria Frassà è un curatore e giornalista professionista, esperto di arte e CSR. È direttore creativo di Cramum, ente non profit che dal 2012 è impegnato nell'attività di scouting e sostegno alle eccellenze creative in Italia.
LEGGI DI PIÚ
Light Art
Nel segno della luce oltre i confini tra reale e immaginario. Dieci anni di creatività a Parma
BY Jacqueline Ceresoli | 14 Mag 26
Light Art
Sculture luminose e un arcobaleno di luce e colore. Marco Lodola illumina Piazza della Scala a Milano
BY Cristina Ferrari | 11 Mag 26
Light Art
Luce come lingua di pace. Il Water Light Festival di Bressanone
BY Cristina Ferrari | 8 Mag 26
Light Art
Acqua solidificata in forme di vetro: la mostra di Fabrizio Plessi per Barovier&Toso ARTE
BY Cristina Ferrari | 15 Apr 26