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Luce come lingua di pace. Il Water Light Festival di Bressanone
By Cristina Ferrari
Pubblicato il
Maggio 2026
INDICE
Una sola parola, ma di grande significato e urgenza: pace. È questo il “filo luminoso” che attraversa la settima edizione del Water Light Festival 2026 che, dal 29 aprile al 16 maggio, trasforma Bressanone in un palcoscenico di luce, suono e arte contemporanea.
Luce che parla di pace. IMAGINE PEACE
Pace “non come slogan, ma come interrogazione profonda: le installazioni del festival non offrono risposte, aprono spazi. La luce — immateriale, condivisa, universale — si fa strumento per costruire ponti tra generazioni, culture e prospettive diverse. In un tempo segnato da tensioni globali, il festival si propone come luogo aperto di riflessione e incontro”.
Il 2026 segna anche una svolta nella storia della Manifestazione: per la prima volta il Water Light Festival aderisce a IMAGINE PEACE, progetto europeo dedicato alla pace composto da una rete di cinque festival internazionali di light art (in Danimarca, Germania, Norvegia, Croazia e Italia) co-finanziata dall’Unione Europea. Bressanone è l’unica città italiana a far parte di questa alleanza culturale e qui il progetto raggiunge un nuovo livello di visibilità in quanto le opere, fino a oggi sviluppate nell’ambito dell’iniziativa e presentate singolarmente nelle diverse location interessate, vengono riunite in un’unica città, “trasformando il centro storico in uno spazio condiviso di riflessione su pace, responsabilità e convivenza” e presentando IMAGINE PEACE nella sua interezza artistica.
“Questo momento rappresenta una svolta nel percorso del progetto, che passa da una narrazione diffusa a un’esperienza collettiva. Ciò che finora si sviluppava oltre i confini geografici diventa ora tangibile come mostra unitaria”, rendendo la pace visibile, discutibile e collettivamente esperibile, scopo del progetto stesso.
Il Water Light Festival diventa così molto più di un semplice ospite, agisce come catalizzatore che offre un’occasione unica per vivere la profondità di IMAGINE PEACE non come insieme di opere isolate, ma come corpo connesso di idee.
E la pace nasce dalla connessione, dagli incontri tra generazioni, culture e prospettive. “Oltre al programma artistico, l’iniziativa comprende workshop, attività di coinvolgimento della comunità e un monitoraggio scientifico a cura di Eurac Research e dell’Università di Innsbruck, con particolare attenzione agli impatti culturali, sociali e legati alla sostenibilità”, dando anche risonanza locale al progetto internazionale.
“La luce è un medium immateriale che può tuttavia generare un forte impatto emotivo e sociale — spiega Nika Perne, curatrice responsabile della linea concettuale e delle posizioni artistiche internazionali nel contesto di IMAGINE PEACE —. Il nostro obiettivo è presentare opere che non illustrano, ma pongono domande, che aprono spazi in cui il significato si costruisce nel dialogo con il pubblico”.
Le installazioni luminose si innestano tra architetture storiche, spazi pubblici e ambienti intimi di Bressanone, invitando i visitatori a muoversi alla loro scoperta, ma anche a fermarsi e partecipare in un dialogo che diventa visibile come la complessità della pace, plasmata da memoria, partecipazione, conflitto e ricostruzione.
Messaggi di luce tra pace, memoria e responsabilità collettiva. Le installazioni 2026
Memoria e partecipazione appunto. Quest’anno, infatti, oltre alla pace, il Water Light Festival affronta una pluralità di temi in dialogo tra loro, tra cui memoria, identità, sostenibilità, come si vede nelle installazioni: 24 opere e performance firmate da 24 artiste, artisti e collettivi da 13 Paesi, dispiegate nel centro storico, lungo i corsi d’acqua e fino al Forte di Fortezza, alla cui base c’è una riflessione sugli aspetti ecologici, economici e sociali intorno all’acqua e alla luce, in quanto “l’acqua è vita, la luce è arte” (titolo stesso della Manifestazione). “Il festival cresce non solo nelle dimensioni, ma anche nella profondità dei contenuti: rafforza il legame con il territorio e amplia al tempo stesso la propria dimensione internazionale”.
Al centro c’è l’idea di partecipazione con il pubblico visto non come spettatore passivo, ma parte attiva del processo. “Lo spazio pubblico diventa così una piattaforma condivisa in cui l’esperienza artistica si trasforma in esperienza collettiva”, in percorso intuitivo e poetico che si snoda ogni sera lungo un filo luminoso blu che guida i visitatori attraverso installazioni che trasformano lo sguardo.
Pace, coesistenza e responsabilità collettiva restano alla base di alcune delle installazioni più significative, a partire da Identity dell’artista italiano Alessandro Lupi (presso il giardino dell’Hotel Jarolim), rientrante nel progetto IMAGINE PEACE e presentata per la prima volta. Si tratta di una scultura interattiva, un tetraedro sospeso e privo di vertice che riflette i sistemi di potere basati sulla dominanza e mette in discussione percezione ed ego: quando ci si avvicina, il proprio riflesso si dissolve in una nube di luce lasciando emergere soltanto la presenza dell’“altro”, aprendo un dialogo sottile ma potente su empatia e responsabilità condivisa.
Sempre nell’abito di IMAGINE PEACE, VOID, studio di design sperimentale norvegese, presenta Nadir, una piramide rovesciata — simbolo di potere invertito — la cui superficie di lenti di Fresnel evoca l’immagine di un falò, simbolo di convivialità e ospitalità (Parco Guggenberg).
Trasforma Piazza Duomo in un luogo di libera espressione, offrendo spazio a contributi anonimi e non censurati, il collettivo spagnolo Luzinterruptus con On Blank Pages, un’installazione luminosa poetica con migliaia di pagine bianche che formano un archivio-collage vivente e in continua crescita di pensieri anonimi e disegni, intimi e politici, fragili e potenti, che si ricompone costantemente al movimento del vento, svelandosi in composizioni sempre nuove, dove tutti possono inserire la propria voce nel dialogo collettivo.
Tra le opere più intense sul tema della pace spicca Sette Arrese di Giulio Boccardi (Trento), performance site-specific che trasforma la resa in forza: “per sette giorni l’artista rimane sospeso in aria al Vertikale, ammainando ogni sera al tramonto una bandiera bianca — gesto poetico e simbolico contro la violenza. Una pratica ascetica del ‘consegnarsi’ che diventa invito collettivo a riflettere sull’ego, l’empatia e la responsabilità condivisa della pace”.
Legate al tema della memoria della guerra sono le opere nate dall’esperienza diretta del conflitto, viste attraverso voci femminili.
Altra novità di IMAGINE PEACE è Voice of Ukraine dell’artista ucraina Julia Shamsheieva (Piazza Maria Hueber), un’animazione audiovisiva dalla dimensione profondamente personale e politica che rivela la forza e la resilienza del popolo ucraino attraverso figure femminili ispirate alla mitologia: Dolya, Nedolya, Bereginya e Morena — destino, prova, protezione e rinascita. Il suono intreccia canti tradizionali ucraini con arrangiamenti contemporanei, creando un ponte tra memoria individuale e coscienza collettiva. “L’animazione mostra un volto cantante parzialmente velato, ispirato alla bambola Motanka — la tradizionale bambola senza volto, simbolo di protezione e armonia. In un gioco di luci e ombre, la proiezione racconta la memoria, la perdita e la speranza, accompagnata da una composizione sonora che fonde motivi dei canti tradizionali ucraini con arrangiamenti contemporanei”.
Ucraine, ma residenti in Norvegia, sono anche Olga Kryzhanovska e Svitlana Danylchenko, fondatrici del collettivo Lysteater, che portano nella Chiesa della Madonna Imagine Peace, una performance di sand animation che offre una prospettiva femminile su guerra e pace, segnata sia dall’esperienza fisica della maternità che da quella della fuga e dell’esilio. “Dal punto di vista di una madre, ogni bambino possiede un valore unico e incondizionato, laddove la guerra cancella l’individualità e subordina la vita umana a idee astratte”. Al centro della performance un’animazione di sabbia creata attraverso la luce e la proiezione con immagini fugaci che prendono forma “creando un dialogo visivo che mette a fuoco la fragilità e il valore intrinseco della vita umana, risvegliando l’empatia e invitando a una riflessione su pace, responsabilità e compassione”.
Si ispira al Kintsugi giapponese — l’arte di riparare le fratture con l’oro — Fractions dell’artista della luce tedesca Claudia Reh (Portici Maggiori), un progetto luminoso in costante evoluzione, nato nell’ambito di IMAGINE PEACE, per creare una proiezione fluida che ricorda un fiume in cui “galleggiano” frammenti e ritagli di immagini, raccolti da festival precedenti in Europa, che si compongono lentamente in un’immagine comune: la pace come processo continuo.
Attenzione viene data anche al tema dell’identità nei territori di frontiera, confine e dialogo tra culture.
Ne è esempio A Mesa Usc del collettivo Kokoschka Revival, presentata per la prima volta al Forte di Fortezza, imponente complesso militare ottocentesco. Si tratta di un’installazione site-specific di luci e suoni che riflette sul concetto di confine politico che “connette i dialetti tedeschi e ladini e dedica il suo cuore alla memoria orale femminile: le tradizioni del canto popolare come strumento per preservare e far evolvere le identità culturali nelle zone di confine. Partendo da registrazioni effettuate in Friuli Venezia Giulia con il quartetto Anutis e il coro Stu Ledi, la drammaturgia sonora si arricchisce di nuovi contributi dall’Alto Adige”. La musica “viene vissuta come mezzo di consolazione e, al tempo stesso, come paesaggio”. L’opera, sviluppata a partire dal lavoro Sot Glas (che trasforma le sale del forte in uno spazio di ascolto per voci, memorie e canti di frontiera), è ideata da Ana Shametaj e Giuditta Vendrame, prodotta da Kokoschka Revival, e nasce in stretta collaborazione con il sound artist Renato Rinaldi, il lighting designer Giulio Olivero con il supporto aggiuntivo al light design di Nicolò Brunetto e la direzione tecnica di Fabio Brusadin.
Nasce dalla collaborazione con la comunità locale di Bressanone e si intreccia con tessuti conservati nel Museo Nazionale di Copenaghen risalenti all’Età del Bronzo (circa 5.000 anni fa), Walking Towards Peace dell’artista visiva e danzatrice danese Eva Esmann Behrens che porta sulla Torre Bianca un cammino attraverso il tempo che celebra la connessione con il passato, la natura e gli altri. L’opera è basata su una proiezione che esplora l’atto del camminare e le esperienze che maturiamo a ogni passo e trae ispirazione dalla natura circostante, celebrando la connessione (con il passato, con la natura e con gli altri) attraverso il gioco, la danza e tracce secolari che riemergono alla luce. “Legati al nostro passato, camminiamo verso il futuro portando con noi la nostra storia”.
Si diffonde in tutta la città Luminous Routes, una serie di installazioni luminose site-specific dell’artista saudita Ziyad Alroqi che trasforma paesaggi urbani e naturali attraverso forme luminose al neon sospese — quadrati, cerchi, triangoli, linee o poligoni — che fungono da segnali silenziosi, invitando a momenti di riflessione scardinando la propria stessa logica (quadrati fluttuanti, triangoli ancorati al suolo, linee vibranti che squarciano l’oscurità) e rendendo tangibile la tensione tra ordine ed emozione, tra struttura e abbandono, e la percezione di una sosta necessaria.
Non vengono trascurati nemmeno i grandi temi del presente come tecnologia, potere e sistemi.
L’artista cinese Gan Jian installa nell’Hofburg Cornerstone.INTEG, una monumentale installazione audiovisiva immersiva in cui un raggio di luce verticale — asse strutturale, simbolico e autonomo — compone un sistema percettivo chiuso che interroga il rapporto tra tecnologia, potere e sacro. “La proiezione a terra mostra paesaggi industriali astratti, griglie urbane e geometrie basate sui dati. Da una prospettiva aerea, la scala e il contesto narrativo svaniscono … Chi entra viene orientato, adattato e al tempo stesso reso parte del sistema stesso attraverso la luce, il suono e lo spazio. L’immersione diventa così un atto ritualizzato di orientamento e percezione”.
Nell’Urban Lab dell’Areale Schenoni va in scena +3° Hot Machines del duo italiano Liminal State, “una nebbia radente che incontra le correnti calde dei monitor, rendendo tangibile il calore invisibile prodotto dalle macchine — dalle lampadine ai data center — e il loro impatto sul pianeta”, con il fumo che, alzandosi, rivela i flussi termici che riscaldano il nostro ambiente. In una società come la nostra in cui quasi tutte le attività umane si basano su macchine che consumano energia e generano calore, infatti, i centri dati richiedono enormi quantità di elettricità e producono un calore che potrebbe riscaldare migliaia di abitazioni, e circa il 40% di tale energia viene impiegata proprio per il raffreddamento.
Sviluppa concetti audiovisivi che scaturiscono direttamente dall’architettura e dal suo contesto Tropfstein del danese Julian Hölscher Studio in cui “visual ipnotici incontrano un collage sonoro fatto di rumori ambientali e frammenti musicali, che generano impulsi vibranti e traghettano l’immagine verso trasformazioni eruttive”. L’opera rende visibili le strutture nascoste insite nella geometria della facciata della Biblioteca Civica, mentre i movimenti delle immagini, lenti e decelerati, ricordano che il cambiamento verso un futuro sostenibile richiede tempo, invitando ad attivare l’immaginazione e aprendo uno spazio tra percezione, interpretazione e riflessione, rendendo tangibile la relazione tra spazio, suono e luce.
Sostenibilità e materiali vengono esplorati da Nikki Rifiutile Rodgerson, Lucia Freya Pansecchi e Luca Montagner di Mutoid Waste Company (MWC), in collaborazione con gli artisti locali Hartwig Thaler, Alexander Wierer, Eric Gallmetzer e Grant Allen e con il sostegno delle associazioni di Bressanone REX Material und Dinge e Helfende Händecon, che, nell’Areale Schenoni, portano Water (F)light, grande scultura interattiva che riproduce il volo di un airone, interamente realizzata con materiali di recupero. Simbolo di rinascita e strettamente legato al connubio tra acqua e luce, l’airone nell’antico Egitto simboleggiava anche fertilità e abbondanza, processo di rinnovamento rappresentato anche dal riutilizzo di materiali di scarto.
Sostenibilità che diventa anche pratica artistica con Pallets del collettivo croato Visualia Studio (Piazza della stazione), una scultura di luce temporanea e collettiva che, oltre alla sostenibilità, mette al centro la partecipazione collettiva e il valore umano della pace. Collettiva in quanto la popolazione locale è invitata a contribuire attivamente, costruendo insieme una scultura con materiali a noleggio, riutilizzati o riconvertiti, in particolare i pallet (Europallet) reperibili in loco (quindi riducendo traporti e produzione di ulteriori rifiuti) e restituiti dopo il festival. L’allestimento tecnico è volutamente essenziale, limitandosi a un laptop e ai proiettori e anche i sistemi di fissaggio, come cinghie o corde, rimangono nel circuito locale. L’opera rientra in IMAGINE PEACE.
Acqua, uno degli elementi cardini del festival, immaginario, dimensione immersiva sono protagonisti nelle installazioni Horizon, Survey of Waves e Sirens.
Luce, suono, spazio e prospettiva convergono in un punto di fuga immaginario in Horizon dello studio barcellonese Playmodes (Scuola di Musica di Bressanone). Horizon, infatti, oltre che titolo dell’opera, è la linea immaginaria che separa il cielo dalla terra quando volgiamo lo sguardo lontano e rappresenta il regno delle possibilità, l’apertura e le nuove prospettive, il limite della percezione spaziale su cui gioca l’installazione immersiva “aprendo una finestra magica che espande la realtà visibile e trasformano l’ambiente in una superficie aperta: un viaggio oltre la realtà fisica che sposta la percezione e mette in discussione il nostro rapporto con lo spazio e il tempo” in un gioco tra realtà, illusione e immaginazione che invita allo stupore, alla riflessione e all’esperienza diretta.
Invita a immergersi “nelle profondità di acque primordiali e mitiche, dove sogni, visioni e intuizione incontrano la sostanza originaria — quella materia ancestrale da cui tutto ha origine e che rappresenta il potenziale creativo, l’energia e la trasformazione” Survey of Waves di Sabrina Ratté, (soundtrack by Roger Tellier-Craig). Con una proiezione video architettonica realizzata con sintetizzatori video e animazione 3D, l’installazione esplora lo spazio virtuale, creatosi nella Chiesa di Sant’Erardo, come un oceano di onde, segnali e trasformazioni, rendendo tangibile una forza relazionale invisibile che connette i piani fisico, ecologico e immaginario, considerando l’acqua come vettore di energia e metamorfosi.
Messa in scena olografica acquatica, affascinante e misteriosa, è anche Sirens di Studio McGuire (UK) nella piscina dell’Hotel Jarolim, “in cui sirene e creature marine fluttuano attraverso piscine, darsene e porti silenziosi” muovendosi, solo ai margini dalla nostra percezione, tra mito e realtà, trasformando specchi d’acqua familiari in un altro mondo e nascosto, uno spazio vivo e atmosferico, tra sogno e realtà. Luci, riflessi e movimenti sinuosi creano ombre fugaci e superfici riflettenti che sfidano i nostri sensi invitando a fermarsi, a lasciarsi trasportare e a sperimentare il confine tra il noto e l’ignoto.
Non vanno dimenticate anche Utopia di Leonardo Panizza, Spheres di Miriam Prantl, Be Water My Friends di Mara Oscar Cassiani, The Stardust Memory Project di Sophie Guyot, Monopoly di Christoph Hinterhuber e Spatial Divergence di Petar Šćulacsi.
La prima è un’installazione in cui “due proiezioni si sviluppano su dei crash pad da arrampicata, mentre schermi centrali mostrano visual generati direttamente da dati scientifici e un ambiente sonoro derivato riempie lo spazio” di Vertikale e due mani scultoree si incontrano all’esterno. L’intera opera, che non intende la pace come uno stato stabile, bensì come una tensione permanente, è attraversata dalla frase: “Finché cammini, decidi tu se accelerare per colpire la persona davanti a te o fermarti per abbracciarla”, concependo la pace stessa come un equilibrio fragile che può sussistere solo attraverso una scelta costante.
Si compone di quattro anelli interconnessi i cui bordi interni ed esterni sono dotati di linee LED programmate Spheres, dell’artista austriaca Miriam Prantl, che si espande nello spazio (Bressanone Turismo) formando cerchi luminosi, ruote di luce pulsanti e filigranate reti luminose, ampliando “le forme d’arte classiche integrando coerentemente le tecnologie contemporanee e creando un’esperienza spaziale immersiva”. Gli anelli in acciaio sono verniciati a polvere con una finitura iridescente e “le loro tonalità mutano nel corso della giornata, mentre di notte il colore della vernice passa in secondo piano e la luce domina la scultura”. Lungo i profili, sequenze luminose pulsanti in colori cangianti fanno scorrere piccoli punti di luce, dando impressione di assenza di gravità e sospensione.
Si inserisce nel ritmo quotidiano della città, nei giardini Rapp, alla confluenza di due fiumi, Be Water My Friends dell’artista multimediale Mara Oscar Cassiani, opera in tre elementi che trasforma una comune passeggiata in uno spazio di risonanza e invita ad ascoltare oltre i propri confini e a sperimentare la complessità e l’ibridità della società contemporanea. Un’installazione centrale di luci e suoni fonde componenti naturali e artificiali, intrecciando suoni e creature di un altro mondo al mormorio dell’acqua, mentre uno schermo di video arte 3D mostra un’opera digitale stratificata in continua evoluzione che unisce i linguaggi raccolti lungo il suo percorso. Be Water My Friends si completa conuna performance di danza di gruppo partecipativa, caratterizzata dai passi dell’era delle balere italiane.
È già stato realizzato e proseguirà in altre città del mondo The Stardust Memory Project di Sophie Guyot. L’artista svizzera parte dal concetto che, come le stelle continuano a emettere luce anche dopo essersi spente, così gli esseri umani lasciano tracce che rimangono visibili per generazioni (una sorta di “radiazione fossile”) e riprende questa idea rielaborando graficamente 5 fotografie selezionate da archivi fotografici privati e album di famiglia con ricordi di persone care scomparse, raccolti a Bressanone, che vengono proiettate nell’antico rione Stufles. “Ad accompagnare le immagini, l’autrice locale Nadia Runger ha composto testi poetici sulle storie di vita dei protagonisti, che fanno da sottofondo alle proiezioni e trasformano lo spazio in un campo di memoria collettivo e poetico”.
Viene portato avanti dal 2007, sotto il titolo “Monohole”, il progetto di Christoph Hinterhuber, ovvero la creazione “di una sorta di dizionario con cui intende rompere le rigide strutture linguistiche. Si tratta di neologismi con cui si intende creare un nuovo linguaggio organico universale”. Nell’ambito del Water Light Festival, l’artista di Innsbruck “individua nella pista da ballo il luogo ideale per questo nuovo linguaggio, motivo per cui la sala principale della Stadtgalerie si trasforma in una sorta di discoteca”, Monopoly, in cui tutti sono invitati a ballare. “La colonna sonora è a cura del duo di DJ di Innsbruck monomono, che ha composto musica ballabile a partire dai neologismi di Christoph Hinterhuber”.
Infine rientra sempre in IMAGINE PEACE Spatial Divergence dell’artista multimediale croato Petar Šćulacsi (Boutique Hotel Badhaus, cortile interno), composta da due installazioni luminose basate sulla proiezione luminosa analogica che dialogano tra loro attraverso differenze di forma, percezione ed esperienza spaziale, ed esplorano l’interazione tra luce e ombra nel contesto architettonico. La prima “interviene sull’architettura esistente: luci e ombre dissolvono le strutture rigide in forme fluide e organiche, facendo sì che l’edificio sembri perdere temporaneamente la propria solidità”, mentre la seconda “mantiene invece una forma piatta, ma è l’ombra proiettata a generare profondità e volume, laddove l’oggetto in sé rimane essenziale. Il contrasto tra i due approcci indaga la tensione tra spazio organico e costruito, analizzando come le forme architettoniche influenzino la nostra percezione di stabilità spaziale”.
La curatela
Il programma 2026 è firmato da un team curatoriale a tre voci, “capace di offrire una lettura articolata della città”.
Oltre alla già citata Nika Perne, responsabile della linea concettuale e delle posizioni artistiche internazionali nell’ambito di IMAGINE PEACE (che porta a Bressanone la sua esperienza nella light art, nella public art e nello storytelling partecipativo), troviamo Dorothy Di Stefano (Australia), curatrice e creative strategist di respiro internazionale che lavora sull’uso delle tecnologie innovative nello spazio pubblico, il cui approccio parte dall’osservazione del luogo (ogni installazione non si inserisce semplicemente nello spazio, ma ne modifica la percezione) e Nina Stricker, curatrice e produttrice culturale altoatesina, responsabile dei progetti site-specific e del coinvolgimento degli attori locali, che ha costruito una rete di collaborazioni con artisti, istituzioni e associazioni del territorio, radicando il festival nel contesto in cui si sviluppa.
La direzione artistica è a cura di Werner Zanotti, direttore di Bressanone Turismo, “che negli anni ha guidato la crescita del festival fino a renderlo un appuntamento di riferimento nel panorama internazionale della light art”.
L’evento si concluderà il 16 maggio con lo spettacolo di fuoco Imagine Peace by Games with Flames (Mutoid Waste Company) nell’Areale Schenoni, “una grande performance che unisce teatro, fuoco e sculture in un racconto su guerra, distruzione e desiderio di pace. L’assurdità dei conflitti emerge attraverso immagini surreali, lasciando spazio alla speranza di un mondo in pace”.
AUTHOR
Cristina Ferrari
Laureata con lode in lettere classiche all’Università degli Studi di Verona, con tesi in archeologia, è giornalista pubblicista dal 2012 e collabora a diverse testate tra cui Archeo, Medioevo, LUCE
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