Eventi
La danza, la luce silenziosa e le ombre di Cindy Van Acker
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Febbraio 2025
La sua ultima creazione Quiet Light (che potrebbe essere tradotta come luce silenziosa) andata in scena il 4 e 5 febbraio era l’evento più atteso in Triennale Milano, nell’ambito del FOG Performing Arts 2025 (il progetto di Triennale dedicato all’esplorazione delle nuove frontiere delle live art tra teatro, danza, performance e musica). È il nuovo progetto di Cindy Van Acker, una delle coreografe più in vista sul piano internazionale, nata in Belgio nel 1971, svizzera di adozione, vincitrice (2023) del Grand Prix Suisse des arts de la scène. Formatasi in balletto ad Anversa, Cindy Van Acker, ha danzato per il Royal Ballet of Flanders e il Grand Théâtre di Ginevra prima di unirsi, negli anni Novanta, alla scena di danza contemporanea di Ginevra. Nel 2002 fonda la Compagnie Greffe Dance Company che l’ha portata al riconoscimento internazionale, stringendo anche una lunga collaborazione con il regista e scenografo italiano Romeo Castellucci.
Quiet Light
Le sue coreografie attraggono e conquistano con il rigore compositivo dell’essenzialità, con la bellezza del gesto e del movimento dei corpi. Non è più uno spettacolo di danza, diventa un quadro vivente. “Io amo molto l’architettura, la pittura, il cinema, la letteratura, e per me è importante descrivere la scena. Che non è scrivere il movimento, bensì la scena”, racconta la coreografa. Quello che affascina in questa coreografia è proprio la perfetta osmosi tra il movimento nello spazio dei corpi, la luce (disegnata da Victor Roy), il suono (partitura sonora di Denis Rollet che reinterpreta brani della compositrice e sound designer newyorkese Lea Bertucci). Sul palcoscenico Stéphanie Bayle e Daniela Zaghini, danzatrici storiche della Van Acker. C’è movimento ma anche immobilità (un’esperienza visiva che sembra quasi ripercorrere le pionieristiche ricerche sulla fotografia del movimento di Eadweard Muybridge). Momenti di sosta e di ripresa, pronti a svanire. Una danza del “quasi nulla”. Micromovimenti di una danza interiore. Un effimero, evanescente incontro tra corpi e ombre nello spazio vuoto. Tra la potenza del buio che sembra voler catturare quel che resta di immagini e gesti e il potere quasi magico della luce di materializzare assenze o trattenere presenze sul punto di scomparire. “Perché il titolo Quiet Light? L’idea del titolo è come una nuvola che passa, una luce naturale che arriva e cambia tutto senza far rumore. Come una stanza può illuminarsi di colpo perché arriva il sole cambiando tutto l’ambiente. Ovunque, di colpo si può essere sorpresi da un’ombra o da una luce e tutto accade nel silenzio, tutto si stravolge, ma senza rumore”, ha dichiarato la Van Acker in una recente intervista. “Ma non è venuto subito. Dapprima desideravo lavorare con ombre di cui non necessariamente si deve vedere la fonte luminosa, volevo una luce che accarezzasse le presenze senza illuminarle tutto il tempo, come un passaggio che va e viene. Alla base di tutto ci sono le opere del pittore fiammingo Leon Spilliaert: è lui che mi ha dato l’iniziale ispirazione”. Atmosfere di luce e di solitudine. Figure di donne sul punto di scomparire. L’inchiostro della notte.
Ispirazione che Van Acher ritrova anche nella poetica della scomparsa della scrittura di Paul Auster. “Qualcosa accade e, dal momento in cui inizia ad accadere, nulla può più essere lo stesso. Qualcosa accade, altrimenti qualcosa non accade. Un corpo si muove, altrimenti non si muove. E se si muove, qualcosa comincia ad accadere. E anche se non si muove, qualcosa comincia ad accadere”. Per lo scrittore e poeta newyorkese (scomparso nel 2024) il linguaggio “ci dà il mondo e ce lo sottrae”. La parola, in particolare quella poetica, sempre al limite “tra il silenzio e la significazione che preserva la dimensione segreta di ciò che nomina”. A colpire particolarmente la Acher sono stati i suoi Spazi bianchi. “Hanno lo stesso sapore di quello che cercavo di fare emergere”. I grandi spazi architetturali, vuoti come pagine bianche, in cui inscrivere i movimenti dei suoi (pochi) corpi danzanti, in dialogo con la luce, il suono. C’è anche in questa composizione coreografica la sensazione di una impalpabile evanescenza. Un gioco di sottrazione del corpo. Presenza e assenza. Appare il movimento di un corpo e, anche se non accade nulla, qualcosa accade comunque, forse proprio il nulla. Anche la luce sottolinea l’”incompiuto” della performance. Nella prima parte dello spettacolo, Victor Roy immerge la scena nel buio. La luce passa o non passa in una zona o in un’altra dello spazio scenico. Inafferrabile e sfuggente, è capace di comporre traiettorie improvvise. Stéphanie Bayle e Daniela Zaghini, quasi presenze fantasmatiche in tute trasparenti in una ipnotica densità di blu, avanzano come riflettendosi in uno specchio con gli stessi movimenti leggeri, precisi e simmetrici, ripetitivi e minimali, a distanza l’una dall’altra. Allungando braccia e gambe, quasi volessero aggrapparsi a un impossibile da afferrare. Creando misteriose sagome che ricordano i ragni giganti di Louise Bourgeois. La somiglianza dei corpi crea un effetto di doppia visione ma al tempo stesso rimanda agli inquietanti e introspettivi autoritratti di Spilliaret, spesso davanti a uno specchio, creando una dualità visiva che rispecchia il tumulto interiore, della sua anima e della sua psiche. Immagini spettrali, fino a divenire una presenza sempre più opaca e aliena (in Silhouette, Spilliaert diventa solo un’ombra nera simile a uno scheletro contro lo sfondo chiaro della finestra). Le figure di Stéphanie Bayle e Daniela Zaghini si moltiplicano, fra corpo reale e le loro ombre proiettate su una parete sul fondo, continuamente alterate, ingigantite dalle ombre. Come a voler mettere in discussione il modo in cui siamo abituati a orientare il nostro sguardo nella percezione dello spazio. Annullare l’unicità del punto di vista prospettico e, al contempo, frammentare le traiettorie del nostro sguardo.
Nella seconda parte dello spettacolo, una lama di luce (una sorta di totem monolitico, un faro marittimo, che in inglese si dice “Lighthouse”) cade a dividere la scena, addolcita da una morbida luce azzurra, anche la musica, prima dai timbri elettronici stridenti, pare acquietarsi nel risveglio di evocazioni marine, vaporose, il canto di uccelli. Lo spazio si restringe, diventa più intimo. Solo adesso i corpi delle danzatrici si avvicinano, si toccano, si abbracciano. Stabiliscono un contatto. A chiudere lo spettacolo, una nuvola di fumo sottile e poi sempre più persistente oscura il palco e, creando suggestivi effetti “atmosferici”, si allunga spargendosi in sala, ad avvolgerci in una nebbia. Le silhouette diventano lentamente inconsistenti. Scompaiono nella nebbia come le figure di Spilliaert. Un finale che è insieme apocalittico e onirico. Quando il nulla invade tutto, gli applausi calorosi e prolungati del pubblico hanno salutato le due interpreti.
La luce e l'inchiostro della notte nella pittura di Leon Spilliaert
Leon Spilliaert (1881-1946) è nato nella città portuale di Ostenda, sulla costa del Mare del Nord, ed è rimasto per tutta la vita affascinato, quasi stregato, da quel mare del nord, freddo, grigio e infinito. Con lo sguardo rivolto al mare e la tavolozza protetta dal vento (aveva uno studio vicino alla spiaggia). Camminando per le strade deserte e la spiaggia priva di altra presenza umana, durante le passeggiate al chiaro di luna che era solito fare per calmare la sua irrequietezza, indotta dall’insonnia. Dal faro (suo nonno ne era stato guardiano) alle Royal Galleries sul lungomare. Conosceva quel mare a memoria. E le nuvole. E quelle forme mobili e indefinite continueranno ad alimentare le sue fantasticherie e malinconie riflettendole nei suoi quadri misteriosi ed enigmatici (influenzato dalla pittura di Odilon Redon, ruminando il pensiero nietzschiano) intrisi di malinconia e di silenzio. Spaziando dai paesaggi costieri nella luce contrastata, alle visioni notturne delle vie di Ostenda; dagli autoritratti monocromatici alle sue figure solitarie, spesso di spalle, su spiagge deserte, dipinte in tinte cupe, avvolte in spazi onirici: si stagliano come sagome. Ombre. Le spiagge di Spilliaert non sono solo drammaticamente vuote, sembrano contenere il senso di una presenza scomparsa o un luogo da cui le persone potevano improvvisamente scomparire. Combinando acquerello, tempera, pastello e carboncino, realizzava opera calate in un universo fatto di mistero e solitudine, con un uso espressivo del nero. Un mondo monocromatico di inchiostro nero in cui la luce sembra comparire dal nulla. Una volta osservate attentamente, le sue tele sembra inizino a brillare. Non è la luce del sole che riscalda, ma la luce argentea della luna: fredda, irreale, carica di suggestione nel bianco irreale. In opere come Light Reflections, le strade nere come la pece sono trafitte dal bagliore di luci lontane. In Beach in Moonlight quella spiaggia illuminata dalla luce ha tutto il riverbero metafisico d Giorgio De Chirico. È come se, nel mezzo della sua oscurità interiore, Spilliaert fosse costantemente alla ricerca della luce.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
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