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Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo Alice Merola

Pier Paolo Pasolini: poesia di luce in scena

By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Ottobre 2026

“La poesia è qualcosa di oscuro, che fa luminosa la vita”. Le parole di Pier Paolo Pasolini (tratte da La Guinea, pubblicata nella raccolta Poesia in forma di rosa) diventano materia sonora e visiva, intrecciandosi al corpo del performer Nicola Pianzola e alle architetture bramantesche del chiostro, scolpite dalla luce dei LED che ne trasfigura forme e prospettive in uno spazio che pare senza confini, fuori dal tempo. Il volto di Pasolini, sagomato come uno schizzo a matita, affiora dal buio fra le colonne illuminate, sospeso tra memoria e visione. La parola si fa presenza, eco, epifania luminosa.

È stata una serata davvero speciale quella dedicata al più grande intellettuale del dopoguerra, scrittore, poeta, drammaturgo e regista, e alla sua poesia, che ha chiuso l’estate del Teatro Fontana di Milano, con sede proprio accanto ai Chiostri Bramanteschi del complesso di Santa Maria alla Fontana, un autentico gioiello architettonico cinquecentesco, con affreschi attribuiti alla bottega di Bernardino Luini e addirittura alla mano di Leonardo da Vinci.

Lo spettacolo

L’evento si è svolto nell’ambito di Chiostri Suite, la rassegna che porta il teatro contemporaneo in questo suggestivo palcoscenico open air, in un dialogo tra performance, ricerca e nuovi linguaggi della scena. Lo spettacolo Luce, della compagnia Instabili Vaganti, con la regia, il video mapping e il disegno luci di Anna Dora Dorno e la performance di Nicola Pianzola, ha intrecciato la poesia di Pasolini con la musica classica di Bach e Couperin, eseguita dal vivo, e con un minuzioso lavoro di videoproiezioni e mapping site-specific.

All’inizio dello spettacolo, brilla già alta nel cielo, quasi allo zenith, la luminosa Vega. Nel cortile del chiostro, circondato dal porticato a colonne, il pubblico è disposto a semicerchio attorno allo spazio scenico.

La luce dei LED dipinge il chiostro di tonalità calde e fredde, dal bianco al blu, fino alle sfumature rosse e dorate, creando un’atmosfera mutevole e intensa, che trasformano lo spazio scenico sospeso tra evocazione e astrazione.

Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo dell'Autrice
Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo dell'Autrice
Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo Alice Merola

Nel silenzio si ode dapprima un soffio appena percettibile. Poi il rumoreggiare del vento cresce, diventa impetuoso, ululante, fischia e sembra portare con sé l’immaginaria sabbia bianca di un deserto barbarico e mitico, così presente nella filmografia di Pasolini, annunciando l’irruzione della parola poetica. Non viene declamata né enfatizzata da Pianzola: è una parola viva, fisica, che si offre allo spettatore nella sua nuda forza, facendosi presenza, corpo, voce, con castissima intimità e rispetto. E arriva intensa, forte, necessaria, con l’urgenza di un pensiero che ancora interpella il nostro presente.

La musica ne accompagna il respiro come una seconda scrittura. Bach, che Pasolini ha scelto per alcuni dei suoi film, da Accattone a Il Vangelo secondo Matteo, ma anche le Variazioni Goldberg. E poi François Couperin, la cui musica compare in Salò o le 120 giornate di Sodoma. A eseguirla dal vivo è Enrico Bernardi, al pianoforte digitale e alla spinetta.

I cinque sagomatori isolano il performer dal buio, scolpendone la presenza nello spazio, fasci netti, cangianti per intensità e tonalità, ne seguono i movimenti mentre rende viva la poesia pasoliniana, fino a farne una seconda pelle che, come un tatuaggio, si imprime sul corpo.

Un intervento di videomapping trasforma la facciata del chiostro in una superficie di scrittura luminosa: una pagina architettonica attraversata da un corsivo fluido, ritmico e volutamente sfuggente. Le parole scorrono seguendo la geometria dell’architettura, fino a fondersi con la struttura stessa dell’edificio.

Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo Alice Merola
Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo Alice Merola
Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo dell'Autrice

In scena, il performer interagisce poi con danzatori e altri performer tunisini, protagonisti di un video girato nel sito storico di Uthina, in Tunisia, proiettato sulla facciata del chiostro e integrato, attraverso il videomapping, con il corpo di Pianzola, le pareti e le architetture circostanti, trasformandolo così una sorta di “schermo umano”: le immagini dei performer tunisini si sovrappongono al suo corpo e dialogano con i suoi movimenti.

Alla fine, l’applauso lungo e intenso attraversa il chiostro. Il pubblico tarda ad alzarsi, come se volesse sentire ancora la voce di questo grande poeta. Si avverte d’improvviso la vaga sensazione di un’assenza luminosa. La percezione di un posto vacante in una società che avrebbe ancora bisogno di qualcuno che dia scandalo, che sia pietra di inciampo, come solo Pasolini sapeva fare, con le contraddizioni e i paradossi delle sue provocazioni corsare. I suoi sorrisi timidi.

Intervista con Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola

Continuiamo il discorso con i fondatori di Instabili Vaganti. Anna Dora Dorno, regista, lighting e set designer, nata a Taranto nel 1976; Nicola Pianzola, attore, performer e pedagogo teatrale, nato a Novara nel 1977.

Partiamo dal titolo dello spettacolo: Luce

Anna Dora Dorno: Guerre, disuguaglianze economiche e sociali sempre più marcate, terribili violazioni dei diritti umani: non possiamo negare di trovarci in un periodo buio, col quale abbiamo imparato, giorno dopo giorno, a convivere e, forse, persino ad accettare.

Dall’altra parte, siamo avvolti da una pesante cappa di parole: stanche, usurate, stremate. Parole che, invece di rivelare, velano; invece di illuminare, confondono; invece di raccontare, ingombrano, ingannano, deformano, spettacolarizzano. Parole consumate dall’uso, che hanno finito per perdere il loro significato e non riescono più a dirci davvero nulla. È forse proprio qui, in questo tempo di parole impoverite e di sguardi assuefatti, che ritrovare la poesia diventa necessario. “La poesia è qualcosa di oscuro che fa luminosa la vita”, scriveva Pier Paolo Pasolini. Nessun poeta, autore o artista è mai stato, forse, così profondamente “corpo e incarnazione della parola” come lui. Al funerale, davanti a una figura che ormai tendeva a essere identificata soprattutto con il polemista, l’intellettuale corsaro, il regista e la figura scandalosa, Moravia riporta tutto all’essenziale: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta”. E forse, in un tempo in cui tutto sembra essere già raccontato, commentato, consumato e trasformato in spettacolo, è questo che ci chiede oggi la poesia di Pasolini: di ritrovare quella luce che fa luminosa la vita.

Nicola Painzola: Per Pasolini la poesia era veramente una metafora di luce, di illuminazione in qualche modo. Se guardiamo all’opera di Pasolini nel suo insieme, la luce appare come un vero e proprio filo rosso. Non solo nella poesia, ma anche nel cinema e nella prosa, dove Pasolini, artista a tutto campo, costruisce ambienti e atmosfere proprio attraverso la luce. È una presenza che ritorna continuamente: la luce non si limita a illuminare ciò che racconta, è ciò che permette alla realtà di manifestarsi, di acquistare un significato ulteriore, quasi di rivelare il proprio carattere sacro. È, in fondo, anche un modo di guardare il mondo.

Cosa era la luce per Pasolini?

ADD: È una metafora complessa, capace di mettere in relazione etica, sacralità laica, memoria e visione della realtà. Per riferirci a due poesie dello spettacolo, Nella poesia Una luce (1959), è una luce fragile e dolorosa, che conserva quasi una traccia della memoria; Pasolini costruisce un’atmosfera sospesa e sbiadita, simile a un in bianco e nero. È dedicata alla figura della madre, Susanna Colussi, e si intreccia al dolore per la morte del figlio Guido, partigiano ucciso a Porzûs. Ne La Resistenza e la sua luce, invece, la luce diventa metafora della speranza, della libertà e della giustizia e si collega alla memoria della Resistenza, che dal passato continua a illuminare il presente.

Possiamo dire, in qualche modo, che è proprio attraverso la luce che il sacro si manifesta?

NP: Sì, secondo me c’è molto questo aspetto. Per Pasolini la realtà possiede un valore sacro intrinseco. E la luce diventa lo strumento attraverso cui questa sacralità si rivela, senza mai smettere di essere quotidianità.

La scritta luminosa “Pura luce” sulla facciata è un’immagine molto forte: come nasce?

ADD: Pura luce è una celebre espressione ricorrente nella poesia di Pier Paolo Pasolini e richiama diverse metafore presenti nella sua opera, a seconda dei contesti: dall’aspetto sacrale a quello dell’innocenza, fino all’idea di una purezza originaria e incontaminata. Credo che questa “purezza” possa essere interpretata anche in rapporto al tema del ricordo. Ci sono infatti ricordi che, quando ritornano alla memoria, sembrano acquistare una luce particolare: diventano più luminosi, più vivi, più nitidi. È ciò che accade, per esempio, nei ricordi della giovinezza trascorsa a Casarsa, in Friuli: i campi infiniti, i cieli sospesi, la pioggia che “sospira sui prati di erba viva”. E penso che questo valga anche per quei ricordi legati persino a esperienze dolorose. Per esempio, quando Pasolini racconta della fuga da Casarsa, un’esperienza evidentemente dolorosa, però nel ricordo diventa “pura luce”. È come se la memoria non cancellasse il dolore, ma lo rendesse più limpido, più intenso, preservandone una sorta di purezza originaria.

Immagine dello spettacolo "Luce" di Instabili Vaganti. Photo dell'Autrice

Nicola, qual è il suo rapporto con la luce di scena? Che effetto fa sentirsi colpire e attraversare da essa?

NP: La luce diventa qualcosa di fisico, così come la parola: si imprime sulla pelle, colpendo il corpo quasi come in una performance di body art, se vogliamo.

Racconto qualcosa anche di autobiografico. Quando preparavamo lo spettacolo, mi sono ritirato in soffitta, uno spazio che non avevo mai utilizzato prima. Ho portato con me soltanto una scrivania e il libro delle poesie di Pasolini. Sopra la mia testa c’era un lucernario e, in certe ore della giornata, un raggio di luce cadeva esattamente sulla scrivania, illuminando il libro e le parole del poeta. Quel raggio di luce mi ha accompagnato durante tutto il lavoro ed è rimasto accanto a me anche in scena.

Fra i tanti colori delle luci dello spettacolo mi ha colpito in particolare una sfumatura di viola chiaro delicata che ricorda il glicine

NP: Pasolini amava proprio il glicine, tanto da dedicargli una delle sue poesie più celebri. In quel fiore vedeva qualcosa di fragile e insieme tenace, una forza vitale, arcaica e profondamente legata alla natura. Il glicine sui muri di Roma diventa così il simbolo di una vitalità che si scontra con la nuova alienazione del Nuovo Capitale, il consumismo e l’omologazione della società.

Davvero suggestivo il suono del vento che apre e chiude lo spettacolo. Come nasce questa idea?

ADD: Per questo spettacolo abbiamo girato dei video ad hoc nel sito storico di Uthina, in Tunisia. Lì, quasi in mezzo a una landa desertica, sotto quelle colonne, c’era un vento molto forte. Ed è proprio questo vento a diventare parte integrante dello spettacolo: trasporta e preannuncia l’eruzione della forza della poesia di Pasolini.

Prossimo impegno?

Porteremo lo spettacolo aI Festival internazionale del cinema di Mar del Plata che si terrà dal 5 al 15 novembre a Mar del Plata, in Argentina. Ne siamo felici.

La luce plebea nella filmografia di Pasolini

Nel suo cinema in bianco e nero, Pasolini crea uno stile visivo inconfondibile, che rifiuta tanto la patina hollywoodiana quanto i grigi sfumati di quel cinema che il regista associava al “grigiore” dell’omologazione borghese. Insieme al direttore della fotografia Tonino Delli Colli, costruisce un bianco e nero fatto di contrasti netti e violenti. Pasolini amava girare nelle ore centrali della giornata, sotto un sole zenitale, accecante e spietato. La luce delle borgate romane appare così bruciata: il bianco diventa abbagliante, mentre le ombre sprofondano in neri profondi e assoluti e i corpi acquistano una presenza quasi arcaica.

Il volto diventa allora un’icona. Il ladruncolo di borgata di Accattone o la prostituta di Mamma Roma non vengono mostrati attraverso lo sguardo pietistico del documentarismo, ma investiti da una luce capace di conferire loro la stessa dignità ieratica dei santi nella pittura di Giotto e Masaccio.

È quella che Pasolini stesso definiva una “luce plebea”: una luce quotidiana e, allo stesso tempo, drammatica. I suoi personaggi, spesso interpretati da attori non professionisti incontrati per strada, vengono filmati in pieno sole o in un forte controluce che mette in evidenza le imperfezioni, i pori della pelle, le rughe e la durezza dei lineamenti.

Si tratta di una scelta profondamente politica e poetica. Per Pasolini, infatti, la luce diventa uno strumento di consacrazione: restituisce al mondo quella dimensione di sacralità che la modernità e la società dei consumi stanno progressivamente distruggendo. Il sacro non scende dall’alto e non appartiene più soltanto alle chiese o ai dogmi; è piuttosto una forza arcaica, misteriosa e quasi biologica, legata alla natura e alla fisicità dei corpi. È ancora presente nelle cose e negli esseri umani e può manifestarsi nei volti degli ultimi, nei corpi dei ragazzi delle borgate romane, nella pelle di un contadino, nella polvere di una strada e nelle pietre.

Ne Il Vangelo secondo Matteo, la luce del sole sui sassi di Matera è talmente intensa da risultare quasi insostenibile. In Edipo Re e Medea, invece, la luce sacra assume le forme dei deserti, della terra battuta e dei cieli tersi. È una luce calda, dorata e ancestrale, che rimanda a un’umanità preindustriale e prerazionale, nella quale l’uomo viveva ancora in una sorta di simbiosi con la natura e con il divino.

In Teorema, la luce cambia radicalmente: diventa più fredda, asettica e diffusa. Riflette visivamente il mondo borghese, nel quale la razionalità e l’ordine della società industriale sembrano aver spento ogni traccia di sacralità e di mistero, lasciando emergere un profondo vuoto esistenziale. Allo stesso tempo, nelle scene con il misterioso ospite interpretato da Terence Stamp, la sua presenza è spesso associata a una luminosità solare, intensa e quasi abbacinante, che entra in contrasto con l’artificiosità della villa borghese. È un’energia luminosa che irrompe dall’esterno e incrina l’ordine apparentemente stabile della famiglia.

Nell’ultimo, tragico film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma, la luce diventa infine espressione di quella che il regista definisce la “morte della storia”. È una luce fredda, geometrica e spietata: all’interno della villa, luogo in cui si consumano le torture, appare livida e spettrale, privata ormai di qualsiasi possibilità di riscatto o di trascendenza metaforica. Se nei film precedenti la luce poteva ancora rivelare una presenza del sacro nel mondo, in questo film essa sembra invece testimoniare la sua definitiva scomparsa.

AUTHOR

Cristina Tirinzoni

Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)

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