Personaggi
La luce che parla nelle opere di DRIFT (LUCE 352, giugno 2025)
By Paola Testoni
Pubblicato il
Agosto 2026
INDICE
- 1 La luce è spesso un simbolo di connessione e trasformazione, come la utilizzate nelle vostre opere?
- 2 In che modo la luce vi aiuta a rivelare i fenomeni nascosti della natura e a ristabilire un legame con il nostro pianeta?
- 3 Come superate le sfide tecniche nell'integrare la luce in processi interattivi e nuove tecnologie?
- 4 Avete creato opere che si integrano sia in spazi pubblici che in musei. Come cambia il ruolo della luce in base al contesto?
- 5 C'è un'opera in particolare in cui sentite che la luce ha avuto un ruolo trasformativo nel trasmettere il messaggio? Potreste raccontarcela?
- 6 Guardando al futuro, come immaginate di utilizzare la luce per esplorare nuovi scenari positivi per il nostro pianeta?
- 7 Un nuovo progetto che vorreste condividere con i nostri lettori?
Incontriamo gli artisti Lonneke Gordijn e Ralph Nauta, fondatori, nel 2007, di DRIFT e creatori di sculture, installazioni e performance che fondono tecnologia e natura. I loro lavori, che spesso hanno come protagonista la luce, sono stati esposti in prestigiose istituzioni internazionali come la Biennale di Venezia, The Shed e il Met Museum. Entrando a far parte di collezioni permanenti di musei di fama mondiale, le loro opere ne hanno poi varcato i confini, raggiungendo spazi architettonici e luoghi pubblici. Nel 2017 hanno ricevuto il premio Dezeen Designer of the Year
La luce è spesso un simbolo di connessione e trasformazione, come la utilizzate nelle vostre opere?
La presenza o l’assenza di luce determina l’atmosfera di uno spazio. Per noi, la luce va oltre la sua funzione fondamentale di illuminazione; è un linguaggio a sé stante. Ciò che la distingue dalle altre forme di espressione è la sua natura sensoriale: ci parla attraverso il corpo, suscitando emozioni a un livello profondamente istintivo. Nel nostro lavoro, la luce diventa uno strumento per immaginare un futuro utopico e pieno di speranza, offrendo conforto e trascinando il pubblico in un’esperienza completamente immersiva. Questa visione è rappresentata al meglio in Fragile Future, il progetto di laurea di Lonneke e la prima opera d’arte che riassume il significato di DRIFT. La scultura unisce due evoluzioni opposte – natura e tecnologia – per evocare una visione utopica del futuro in cui entrambe coesistano. Senza luce, la scultura potrebbe essere interpretata in modo completamente diverso. Anche il minimo cambiamento nell’illuminazione, ad esempio l’introduzione di colori, influenza il modo in cui la scultura viene percepita. La luce parla.
In che modo la luce vi aiuta a rivelare i fenomeni nascosti della natura e a ristabilire un legame con il nostro pianeta?
Nelle nostre opere, la luce da sola non è pensata per rivelare aspetti nascosti della natura. Questo è un equivoco comune che cerchiamo di evitare: non siamo light designer, ma artisti che esplorano l’intersezione tra arte, natura e tecnologia. Il nostro profondo fascino per la natura alimenta la nostra creatività e, attraverso la tecnologia, cerchiamo di ricrearne i fenomeni. Ciò che conferisce il senso di magia di DRIFT è la tensione tra artificiale e organico, quando qualcosa di meccanico riesce a rispecchiare la fluidità del mondo naturale. Pensate a Shylight o Meadow, le nostre installazioni di fiori meccanici che abbiamo avuto l’onore di esporre in diverse location in tutto il mondo. Illuminano, certo, ma ciò che affascina il nostro pubblico è il modo in cui si muovono. La luce aggiunge un livello emotivo essenziale all’esperienza, ma non è mai l’unico focus del nostro lavoro.
Come superate le sfide tecniche nell'integrare la luce in processi interattivi e nuove tecnologie?
Quando sviluppiamo un’opera d’arte o un’installazione, l’inclusione della luce, se gioca un ruolo, viene considerata fin dall’inizio e non viene utilizzata semplicemente per un fascino estetico o spettacolare, ma la sua presenza ha uno scopo e un significato perfettamente integrati nel concept fin dalle prime fasi di sviluppo. La luce diventa parte del DNA dell’opera, non un accessorio.
Al centro vi è un profondo impegno per la riflessione e l’intenzionalità. Le nostre opere possono apparire minimali o venire vissute come naturali, ma sotto alla superficie c’è una complessità costruita su innumerevoli decisioni, interazioni e momenti di riflessione. Le tecnologie che utilizziamo sono scelte con cura e perfettamente integrate nel processo artistico, mai fini a sé stesse o come dimostrazione di innovazione, le utilizziamo in maniera poetica, in modi che risuonino a livello umano.
Certo, ci sono delle sfide nel processo, ma evitiamo contraddizione tra gli elementi. Prestiamo molta attenzione al fatto che questi appartengano allo stesso mondo, che parlino la stessa lingua, se qualcosa sembra forzato o innaturale lo accantoniamo: l’armonia è fondamentale.
Avete creato opere che si integrano sia in spazi pubblici che in musei. Come cambia il ruolo della luce in base al contesto?
Il contesto gioca un ruolo fondamentale nel nostro lavoro e questo diventa particolarmente chiaro confrontando le nostre installazioni Shylight e Shy Society, presentate a Palazzo Strozzi di Firenze nel 2024.
Entrambe le opere affondano le radici nel concetto di nictinastia, un sofisticato fenomeno naturale in cui alcuni fiori si chiudono di notte come forma di autoprotezione e risparmio energetico. In natura è un meccanismo di sopravvivenza. Negli esseri umani, questa idea trova risonanza nelle nostre risposte emotive: la capacità di ritirarci, proteggerci e adattarci come mezzo per affrontare le complessità della vita. Il cambiamento è costante e tutto ciò che vive è in continuo mutamento. L’adattamento, in questo senso, non è solo naturale, è essenziale.
In un ambiente museale, dove Shylight è spesso esposta, la luce diventa parte di un ambiente attentamente bilanciato. Non attira l’attenzione su di sé, ma piuttosto ne supporta l’esperienza, esalta la delicata coreografia dei fiori in movimento, senza competere con essi. La luce è lì per guidare, per elevare, ma sempre sullo sfondo, permettendo al movimento poetico di parlare da solo.
Quando la stessa opera viene collocata in uno spazio pubblico, l’interazione con l’opera cambia. Le opere d’arte pubbliche tendono ad avere un certo peso visivo e fisico, sono realizzate per essere permanenti e indistruttibili. Queste qualità conferiscono loro una presenza tradizionalmente maschile. Ma crediamo che lo spazio pubblico abbia anche bisogno di delicatezza: qualcosa di più femminile, nutriente ed emotivamente coinvolgente. La nostra risposta a questa esigenza è Shy Society, dove la luce gioca un ruolo trasformativo. La sua presenza addolcisce l’ambiente, introducendo calore e intimità in un contesto spesso aspro o impersonale.
La luce, in questo contesto, diventa un delicato invito, incoraggia la quiete e la presenza. Invece di richiedere tempo o attenzione, le nostre opere li restituiscono alle persone. Questo scambio è al centro di ciò che speriamo di creare: un momento di calma nel mezzo della vita quotidiana.
C'è un'opera in particolare in cui sentite che la luce ha avuto un ruolo trasformativo nel trasmettere il messaggio? Potreste raccontarcela?
Tra tutte le opere di DRIFT, Tree of Ténéré si distingue come mezzo profondamente trasformativo che aiuta a comunicare un messaggio, evocare emozioni e dare forma a un’esperienza immersiva e condivisa. L’opera è stata ispirata da un vero e solitario albero di acacia che un tempo si ergeva nel mezzo del deserto del Sahara, considerato l’albero più isolato sulla Terra prima di scomparire nel tempo. Per noi, questo albero è diventato un simbolo profondo: la vita che persiste negli ambienti più aspri e improbabili. In quest’opera d’arte, abbiamo reinterpretato quel simbolo, non solo come una scultura, ma come un organismo vivente: reattivo, connesso ed emotivamente carico.
Presentato al festival Burning Man nel 2017, Tree of Ténéré si ergeva come un faro nella vasta distesa del deserto del Nevada, un punto di ritrovo letterale e figurativo. Scolpito in modo da imitare i modelli di crescita organica di un albero vero, è diventato un riferimento umano condiviso in un paesaggio altrimenti arido. Ciò che ha reso l’installazione davvero unica è stata la nostra collaborazione con Muse Headsets che ci ha permesso di integrare la tecnologia di biofeedback nell’esperienza. I visitatori sono stati invitati a indossare delle cuffie che monitoravano la loro attività cerebrale e trasformavano questi dati in schemi luminosi dinamici che si riflettevano sulla chioma dell’albero. Un algoritmo interpretava questi dati, influenzando il movimento e il comportamento della luce in tutta la struttura. Con l’aggiunta di più partecipanti, l’albero si evolveva, reagendo in tempo reale allo stato emotivo e mentale collettivo dei presenti. Così la luce è diventata un mezzo di traduzione: un modo per visualizzare i mondi interiori invisibili degli individui e per tradurre quelle esperienze interiori in una forma esterna condivisa. La velocità, l’intensità e il colore della luce non erano casuali: rispondevano a specifici segnali neurologici dati dalla presenza fisica dei partecipanti. Quando le persone interagivano con l’albero e tra loro, l’albero rispondeva, diventando un’estensione della collettività umana, pulsante di pensieri, emozioni e connessioni.
Guardando al futuro, come immaginate di utilizzare la luce per esplorare nuovi scenari positivi per il nostro pianeta?
Uno dei nostri progetti più attesi, ma ancora in fase di realizzazione, è Architectural Drones, un concept che, già nella sua fase concettuale, ha suscitato notevole interesse e dibattito sui social media. Come pionieri nell’uso dei droni per l’espressione artistica, esploriamo i confini di tale tecnologia da anni. Intel aveva già sviluppato dei droni per la nostra performance Franchise Freedom, che ha debuttato alla fiera Art Basel Miami Beach nel 2017. Fin dall’inizio, la nostra intenzione non è mai stata quella di utilizzare i droni come strumenti pubblicitari: non ci interessava proiettare loghi o marchi nel cielo. Le nostre opere basate sui droni traggono ispirazione dal mondo naturale, in particolare dall’affascinante comportamento degli stormi di uccelli in volo. A questi ci siamo ispirati per Franchise Freedom, dove abbiamo coreografato migliaia di droni in modo che si muovessero in maniera indipendente ma in armonia, guidati da un algoritmo. Il risultato è stata una performance viva, organica ed emotivamente coinvolgente, che utilizzava luci e movimento per riflettere la tensione tra libertà e comportamento collettivo. Architectural Drones parte da questa base ma si muove in una direzione completamente nuova. Qui, stiamo reinventando il modo in cui la tecnologia può interagire con l’ambiente costruito, non solo come uno spettacolo al di sopra di esso, ma come una sua estensione attiva con l’idea di utilizzare sciami di droni per “completare” digitalmente strutture architettoniche incompiute, in rovina o parzialmente perdute nella storia. Pensate a luoghi come il Colosseo a Roma o la Sagrada Família di Gaudí a Barcellona: monumenti che, nella loro forma attuale, parlano sia del passare del tempo che dei limiti dell’attività umana. Utilizzando i droni per “colmare” temporaneamente queste lacune, stiamo esplorando come la tecnologia possa aiutarci a reimmaginare la storia e a rimodellare la percezione. In definitiva, Architectural Drones offre una visione di come le tecnologie emergenti possano servire non solo a scopi funzionali, ma anche poetici e filosofici. Si tratta di contribuire al dialogo tra passato e futuro, materiale e immateriale, realtà e immaginazione. E prima ancora di prendere forma, l’idea sta già aprendo nuove possibilità sul modo in cui concepiamo lo spazio, la presenza e cosa significhi costruire.
Un nuovo progetto che vorreste condividere con i nostri lettori?
Al momento, stiamo lavorando intensamente per preparare l’apertura del nostro DRIFT Museum ad Amsterdam. Il museo esporrà tutte le nostre opere fino ad oggi, comprese quelle inedite. È il sogno di una vita che si realizza e non vediamo l’ora di dare il benvenuto a tutti in uno spazio di arte, tecnologia, natura e relazioni umane.
AUTHOR
Paola Testoni
Paola Testoni, storica dell’arte e giornalista, vive da quasi 40 anni nei Paesi Bassi da dove collabora a diverse testate tra cui Repubblica, Il Sole 24 ore, Art e Dossier, scrivendo di arte e cultura.
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