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Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco

“Macbeth, Inferno”: un viaggio visionario al termine della notte

By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Novembre 2025

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco

Il nero assoluto. Solo il buio. Uno spazio onirico. Abitato da apparizioni, allucinazioni e visioni, fantasmi e streghe, nella notte infernale che sembra non potersi dileguare. Il regno di Macbeth è il regno dell’oscurità e della follia, dei demoni interiori, delle passioni più irrazionali, le paure più recondite e il senso di colpa.  Squarciato da improvvise lame di luce — crudele, bellissima — in rapidissima successione, a rivelare ciò che il buio custodisce, in un delirio sempre più folle e sanguinario. Oscure creature in talari neri, incappucciate, appaiono e scompaiono come apparizioni fantasmagoriche, fra suoni ancestrali, grida e sussurri, risa isteriche, danze rituali. Macbeth, Inferno è andato in scena (fino al 2 Novembre) al Teatro Leonardo di Milano, progetto, adattamento, luci e regia di Corrado d’Elia, classe 1967, uomo di teatro a tutto tondo, attore (diplomato alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi), regista, drammaturgo che nel 1995 ha fondato il progetto Teatri Possibili.

La scenografia è di Fabrizio Palla. Suoni e musiche, complessivamente in chiave metal gotico, affidati a Gabriele Copes. Protagonisti lo stesso Corrado d’Elia, nel ruolo di Macbeth, e Chiara Salvucci (sempre più brava) come Lady Macbeth, spudorata, manipolatrice, calcolatrice che incarna la seduzione come strumento di controllo. Istiga, destabilizza, denigra e poi consola il marito, lo possiede in un dominio tanto mentale quanto fisico (in un selvaggio e brutale amplesso). In scena con loro Marco Brambilla, Sabrina Caliri, Irene Consonni, Tommaso di Bernardo, Edoardo Montrasio, Denise Ponzo, Diego Saponara: un plauso a tutti.

Come nei suoi precedenti lavori (pensiamo ad Amleto, Amadeus, Moby Dick, Van Gogh, solo per citarne alcuni) l’impatto è ancora una volta potente e si distingue per la sua originalità. D’Elia, scarnifica il testo, trasforma il Macbeth shakesperiano in un perturbante “sabba infernale” in un’esperienza sensoriale totalizzante, orrorifica e ossessiva, di un grande incubo, in un fluire incessante di visioni e suoni in un turbinio frammentario e caotico, facendo della luce un vero personaggio e del buio la sua controparte necessaria. Nell’oscurità, le luci, tagliano lo spazio come lame”, come ci racconta nell’intervista d’Elia, “creano soglie emotive, evocano presenze fantasmagoriche”. L’intermittenza luminosa, compulsiva e ossessiva – non è mero effetto estetico: le luci (colori dominanti sono il blu e il rosso, il rosso del sangue) che si accendono e si spengono in rapidissima sequenza, traducono visivamente il disordine della mente di Macbeth e la frattura tra realtà e allucinazione. E al tempo stesso contribuiscono a questa deformazione visiva. L’effetto è ipnotico. Tutti gli spostamenti sul palcoscenico avvengono al buio. Non si sa dove compariranno i corpi la prossima volta che la luce si accenderà a scolpire una mano, un viso, un braccio, diventa difficile distinguere ciò che è sognato da ciò che è accaduto. Non ci è dato sapere se davvero sia Macbeth a uccidere o se tutto sia soltanto uno stato di alterazione mentale. Così anche noi procediamo on e off, illuminati e ciechi, sempre in bilico “tra”, tra ciò che appare e ciò che respira nel silenzio. E il teatro, come la luce, ci costringe a guardare anche dentro la parte più nascosta di noi. Un’opera che non consola, senza redenzione. Un viaggio teatrale nell’inferno interiore delle passioni più irrazionali che non lascia (e non deve) lasciare indifferente chi osa entrarvi.

 

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco
Macbeth. Inferno, Photo Claudia Bianco

In questa intervista esclusiva a LUCEweb, Corrado d'Elia ci svela come ha preso forma la drammaturgia delle luci.

Tanti, tantissimi Macbeth nella storia del teatro. Ma un Macbeth così visionario non lo avevamo ancora visto

Macbeth è forse l’opera più visionaria di Shakespeare: dalle apparizioni delle streghe alla visione del pugnale, dal fantasma di Banquo al vaneggiamento di Lady Macbeth, tutto si muove in un clima di allucinata irrealtà. Da fedele servitore del re, la sfrenata ambizione di potere trasforma Macbeth in un feroce assassino. Restituire al pubblico l’atmosfera di delirio che avvolge il testo è stata la grande sfida lanciata in primis a me stesso e a chi decide di assistere allo spettacolo. Macbeth, Inferno non è la tragedia shakespeariana in senso tradizionale, ma il suo incubo, il suo sogno più nero. È un’operazione teatrale estrema, radicale. Il testo shakespeariano è ridotto all’essenziale, frammentato, rifuso in liturgia scenica, e bruciato come materia rituale di mistici sortilegi maligni. Provoca volutamente disorientamento. Macbeth diventa per me anche un uomo intrappolato in un rito ancestrale, una vittima di un destino nefasto, in balia di qualcosa più grande di lui, anche se ben lontano dall’essere senza colpe.

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco
Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco

Luce e buio sono elementi drammaturgici centrali

Potrei dire con fedeltà al Bardo: tutta la tragedia di Shakespeare è costruita sul contrasto costante tra luce e oscurità. Il valoroso Macbeth ritorna vittorioso dalla battaglia: la luce sembra sorridere al suo nome. Ma la profezia delle streghe, secondo cui un giorno diventerà re di Scozia, come scintille nella nebbia, accendono in lui la brama di potere, un fuoco che non conosce pace. Lady Macbeth gli sussurra che la grandezza si conquista al buio, dove nessuno vede il sangue versato. Ma quando Macbeth sale al trono, la sua corona non brilla: è circondata da fantasmi e paura. Così, anche il finale della tragedia “si spegne”, con la celeberrima, cupa e crudele riflessione di Macbeth, sconfitto, prima di essere decapitato da Macduff, “Spegniti, spegniti breve candela! La vita non è che un’ombra vagante… È il racconto narrato da un povero idiota… pieno di strepito e di furore, che non significa nulla”. E in teatro, la scena è sempre, per sua natura, un campo di tensione luminosa, il luogo in cui la presenza e l’assenza, il visibile e l’invisibile, si fronteggiano. Luce e buio sono il cardine intorno a cui ruota la possibilità di creare spazi scenici. Il dialogo fra luce e buio è, in fondo, il cuore stesso del teatro. In questo Macbeth ogni scena è un cerchio magico, un passaggio di dannazione. La luce è un sigillo. Il buio dimensione scenica viva, con la corposa densità materica della pittura a olio su tela di tanto immaginario pittorico.

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco
Macbeth. Inferno, Photo Claudia Bianco

In questa oscurità assoluta, le luci si accendono e si spengono in modo vertiginoso, a ritmo rapidissimo. Come è nata questa idea?

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco

Sono 240 effetti di luce in poco meno di un’ora di spettacolo. Le immagini, a volte, persistono nell’attimo… Sono come degli occhi che si aprono e si chiudono… È qualcosa di molto particolare che non sempre si vede a teatro. Le luci vanno a colpire, piuttosto che a illuminare, porzioni piccolissime di spazio. Le luci “tagliano” lo spazio scenico come lame. Evocano presenze fantasmagoriche. Creano soglie: tra dentro e fuori, tra conscio e inconscio, tra realtà e allucinazioni. La luce compie un’azione quasi “fisica” nello spazio scenico: delimita, separa, evidenzia un dettaglio del corpo, come volti, braccia, mani insanguinate, oppure oggetti come la catinella d’acqua in cui Lady Macbeth non riuscirà a sciogliere quelle macchie che sono elementi esteriori di quanto pulsa nella coscienza. L’alternanza continua, direi persino ossessiva, tra luce e buio rimarca il dramma, l’oscillazione tra opposti: bene/male, coscienza/colpa, realtà/sogno. Contribuisce anche a destabilizzare, a rompere la continuità e far emergere compiutamente il senso di crudele allucinazione della mente di Macbeth. Genera tensione, fa percepire un tempo deformato.

Quali apparecchi illuminanti sono stati utilizzati?

Faccio una premessa. Con l’illuminazione crei un focus selettivo, dici al pubblico su cosa concentrarsi. La prima considerazione nella progettazione delle luci è decidere che cosa e quanto mostrare in scena, oltre a quali emozioni suscitare nello spettatore. Solo dopo questa fase è possibile definire le fonti luminose da utilizzare. Nel caso di Macbeth, abbiamo scelto piccoli faretti specifici, nel gergo teatrale, le “lucciole”. A differenza di altri tipi di proiettori teatrali, consentono di creare fasci di luce molto concentrati e direzionati. Era importante trovare la giusta gradazione della temperatura colore. Maggiore è la temperatura del colore, più fredda è la luce; minore è la temperatura del colore, più calda è la luce. Con Francesca (Mascheroni, tecnico luci, NdR) ne abbiamo discusso fino allo sfinimento. A questo proposito, ci tengo a dirlo, tutti i nove attori presenti sul palcoscenico mostrano grande abilità: in pochi istanti si muovono con estrema rapidità nel buio e, con la stessa maestria, riescono a “cogliere la luce”, facendosi trovare esattamente nel punto giusto al momento giusto.

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco
Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco

Per tutto il corso della rappresentazione, il proscenio è occupato da un impalpabile telo

Il telo ha una doppia funzione: fa da schermo sul quale vengono proiettate le scritte introduttive a ogni scena, scandite graficamente da grandi locuzioni latine che anticipano i diversi momenti che si susseguono, ovvero invocazione delle tenebre, sacrificio, iniziazione, visione, esilio. Ma simbolizza anche una sorta di separazione: tra il reale e l’inferno che si svolge sulla scena. Crea una barriera fisica e simbolica fra la rappresentazione teatrale e lo spettatore.

Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco
Macbeth, Inferno. Photo Claudia Bianco

Quale luce salvifica può portare il teatro in un mondo che rimanda a tanta violenza e conformistico pensiero?

La scintilla che accende il pensiero critico e il piacere dell’incontro. Che agiti pensieri, non si adagi su risposte facili, ma stimoli domande necessarie. Che, in un’epoca che tende a semplificare, scelga la complessità senza scorciatoie. Macbeth, per esempio, si trasforma nella più intensa espressione di quel male che rimane sempre in agguato all’interno delle strutture di potere della società, tanto da condizionare a volte i nostri comportamenti. Le streghe, oggi, ci interessano solo fino a un certo punto. Quello che ci inquieta sono le streghe e i fantasmi che si agitano in un mondo ormai impazzito. Niente può partorire cose più terrificanti della mente umana, assetata di potere. Oggi più che mai l’arte è un atto di resistenza e di libertà: è la nostra forma di sopravvivenza come esseri umani. Senza arte, senza cultura, la società resta prigioniera dell’oscurità.

AUTHOR

Cristina Tirinzoni

Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)

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