Personaggi
Le immagini illuminanti di Maurizio Cattelan (LUCE 351, marzo 2025)
By Sabino Maria Frassà
Pubblicato il
Luglio 2025
INDICE
- 1 Attraverso l’affermazione di un’arte che si esprime nell’immagine, lei sembra manifestare una forma di idealismo in cui la realtà assume una natura prevalentemente mentale, spirituale o immateriale, piuttosto che materiale. È corretto?
- 2 Perché tra le immagini a cui più spesso ricorre c’è la sua immagine: dal celebre “YOU” alla più recente opera lampadina “YES!”?
- 3 Parlando dell’opera “YES!”, come è nata e come si è sviluppata?
- 4 Come si è sviluppato il suo amore per il design e la moda?
- 5 La sua ironia è un modo per affrontare le fragilità di cui spesso ha parlato?
- 6 Com’è il suo rapporto con la creatività: ha mai paura di ripetersi?
- 7 Che rapporto ha con i suoi lavori passati?
- 8 C’è un’opera tra quelle che ha realizzato a cui si sente particolarmente legato? Perché?
- 9 E invece che rapporto ha con l’arte del passato e con gli altri artisti viventi?
- 10 Ripensando alla sua carriera, come si è evoluta la sua creatività nel tempo?
Controverso, innovativo, caustico: Maurizio Cattelan è una figura centrale nel panorama dell’arte contemporanea internazionale. Nato a Padova nel 1960, Cattelan ha costruito la sua carriera sulla provocazione, elemento cardine di una pratica artistica sorprendentemente variegata. Le sue opere sfidano non solo il senso comune del buon gusto, ma anche le convenzioni sociali, culturali e artistiche, rompendo schemi e ribaltando prospettive consolidate.
La sua arte si basa sull’immagine, concepita come il principale veicolo di comunicazione e riflessione. Le opere non sono semplici oggetti materiali, ma strumenti per trasmettere idee potenti, sintetiche e spesso provocatorie. Questo idealismo non implica un rifiuto della realtà fisica, ma piuttosto un’esplorazione profonda di come pensieri, idee e percezioni possano ridefinire il significato delle cose. Il risultato è un’immagine spesso amara e inquieta, a tratti cinica e talvolta nichilista. L’ironia, nel suo lavoro, si fa caustica: uno strumento per difendersi e affrontare le fragilità poste dalla società, dal tempo e dalla ricerca di sé.
Il ruolo centrale dell’immagine ha consacrato Maurizio Cattelan come precursore dei nostri tempi, dominati dai social media. Tuttavia, questi ultimi spesso si limitano a cogliere l’ironia delle sue opere, trascurandone il significato più profondo. La sua capacità di anticipare non solo le tendenze, ma anche la superficialità con cui oggi si consuma la cultura, ha contribuito a spianare la strada alla sua carriera che si è estesa oltre l’ambito strettamente artistico fino a includere il mondo del design, come dimostra la fondazione della linea Durazzi Milano nel 2021.
Emblema del pensiero di Maurizio Cattelan, inteso come sintesi di immagine, materia, arte e design, è l’opera YES!, forse meno conosciuta rispetto ad altri suoi lavori. Presentata per la prima volta dalla Marian Goodman Gallery a New York all’inizio del 2020, poco prima dell’esplosione della pandemia da COVID-19, YES! è una lampadina realizzata in 500 esemplari, con le fattezze dell’artista, ritratto sorridente nell’atto di “illuminare il mondo”.
Partendo da quest’opera, che ha trasformato la luce in oggetto d’arte, lo abbiamo intervistato per indagare più a fondo le sue “luci” e le sue “ombre”.
Attraverso l’affermazione di un’arte che si esprime nell’immagine, lei sembra manifestare una forma di idealismo in cui la realtà assume una natura prevalentemente mentale, spirituale o immateriale, piuttosto che materiale. È corretto?
Non ho mai concepito le mie opere come oggetti, ma piuttosto come immagini, fin dall’inizio e ben prima della diffusione dei social. Credo che questo sia il motivo per cui le “mie” immagini, a volte, diventano virali. Per funzionare, un’immagine deve essere sintetica e, in certi casi, persino scioccante. Deve trasmettere una buona idea, non necessariamente essere un bell’oggetto.
Perché tra le immagini a cui più spesso ricorre c’è la sua immagine: dal celebre “YOU” alla più recente opera lampadina “YES!”?
Lavoro spesso con la mia immagine perché è un mezzo diretto per parlare di identità e del tempo che passa. È una riflessione sul modo in cui ci vediamo e sul come gli altri ci percepiscono.
Parlando dell’opera “YES!”, come è nata e come si è sviluppata?
YES! è il simbolo di un’illuminazione, un momento universale, e ho usato il mio volto per rappresentarlo. YES! è un oggetto di design che celebra l’eureka moment, quell’istante in cui la nebbia sulla comprensione del mondo si dissolve e per pochi secondi riesci a vedere chiaramente la realtà che ti circonda. Per Archimede è successo entrando in una vasca da bagno; io ho pensato di rappresentarlo con una lampadina da accendere: nomen omen.
Come si è sviluppato il suo amore per il design e la moda?
Mi ha sempre attratto ogni forma di creatività.
Moda e design mi interessano quando producono immagini capaci di rappresentare il futuro. Rispetto all’arte, hanno il fascino di un’utilità intrinseca, di qualcosa che nasce per essere usato.
La sua ironia è un modo per affrontare le fragilità di cui spesso ha parlato?
Credo che ironia e fragilità siano due facce della stessa medaglia. Non penso sia possibile essere profondamente sicuri di sé e (auto) ironici allo stesso tempo. In un certo senso, l’ironia è un modo per sopravvivere alla socialità, per trasformare le inquietudini in strumenti di connessione.
Com’è il suo rapporto con la creatività: ha mai paura di ripetersi?
È come incontrare una persona nuova: la prima impressione conta, ma spesso è sbagliata. È importante restare aperti, pronti ad approfondire la conoscenza di ciò che si ha davanti e, talvolta, cambiare idea. Ma può anche succedere di innamorarsi a prima vista, cosa rara ma straordinaria. È questo che rende speciale un’opera rispetto a tutte le altre.
Che rapporto ha con i suoi lavori passati?
Ogni opera esposta al pubblico è un figlio che si abbandona nel mondo, e spesso se ne perdono le tracce. La mostra del 2011 al Guggenheim è stata come una grande riunione di famiglia, un’occasione per ricordare momenti belli, brutti, simpatici, sporchi e incompiuti della mia vita. Ma non sono sentimentale: dopo due mesi ero contento che ognuno tornasse a casa propria.
C’è un’opera tra quelle che ha realizzato a cui si sente particolarmente legato? Perché?
Ci sono opere che non smettono mai di sorprendermi. Nel 2018 ho avuto le mie soddisfazioni creando una copia esatta, ma in miniatura, della Cappella Sistina. È stata una provocazione e un omaggio: ridurre un’opera maestosa come la Cappella Sistina è stato un modo per dialogare con il passato, rendendolo accessibile ma mantenendone il significato. È un gioco sull’intoccabilità dei capolavori e su come oggi li viviamo.
Più recentemente un’opera che ho realizzato e che sento vicina è Comedian, tornata al centro dell’attenzione per il record in asta. Mi piace perché è come una spezia molto piccante: può rendere interessante anche il piatto più insipido. Comedian è nata in una fiera d’arte come provocazione, per chiedersi su quali basi un oggetto acquisisce valore nel sistema dell’arte. Venduta inizialmente per 120.000 dollari, è stata poi battuta in asta a 6,2 milioni di dollari. Ed è infine stata “mangiata” dal collezionista cinese che se l’era aggiudicata. Oggi quella domanda è ancora più urgente.
E invece che rapporto ha con l’arte del passato e con gli altri artisti viventi?
Amo l’arte del passato che sfida il tempo, come Michelangelo o Bosch. Tra i contemporanei apprezzo chi osa e reinventa, soprattutto esplorando nuove tecnologie senza perdere profondità umana. Mi affascinano le idee potenti, più che lo stile.
Ripensando alla sua carriera, come si è evoluta la sua creatività nel tempo?
Dall’immateriale al materiale e poi di nuovo all’immateriale. Ora mi sento pronto a svanire.
AUTHOR
Sabino Maria Frassà
Sabino Maria Frassà è un curatore e giornalista professionista, esperto di arte e CSR. È direttore creativo di Cramum, ente non profit che dal 2012 è impegnato nell'attività di scouting e sostegno alle eccellenze creative in Italia.
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