Personaggi
Antonio Moresco: la parola diventa luce per vedere nel buio
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Luglio 2025
INDICE
- 1 Conversazione sul buio e la luce con lo scrittore Antonio Moresco
- 2 La prima domanda è inevitabile: come nasce “Canto del buio e della luce”?
- 3 In qualche modo proustianamente, con questo romanzo, è andato alla ricerca della luce perduta? Se sì, qual è questa luce?
- 4 Non è la prima volta che si confronta su questo tema. La luce ricopre un’importanza straordinaria nella sua opera. Penso soprattutto a “Canto di D’Arco”, ma anche a un romanzo più breve e ugualmente potente come “La lucina”. Nel nuovo dizionario Zingarelli della lingua italiana del 2015 la voce “Luce” ha la sua firma. La luce è la sua magnifica ossessione?
- 5 S’intitola “Il Buio” anche l’ultimo progetto teatrale, di cui firma la sua prima regia, in cui rilegge la storia di Santa Rita Da Cascia (interpretata dall’attrice Alessandra Dell’Atti), immaginando che ritorni nel nostro tempo e che riveli di aver ucciso (dopo aver invano pregato Dio che li facesse morire) i suoi figli, perché non compiessero il peccato di vendicare l’assassinio del padre.
- 6 Come è che si è trovato dentro a questo tema?
- 7 In che rapporto vede luce e buio?
- 8 Il suo romanzo in qualche modo potrebbe riportarci a un altro libro come “Cecità” di José Saramago?
- 9 Che cosa non vogliamo vedere?
- 10 Byung-Chul Han, uno dei più interessanti filosofi contemporanei, di origine sudcoreana, naturalizzato tedesco, parla di tirannia del visibile e si scaglia contro l'ossessione della trasparenza, assunta come valore assoluto nella società odierna. La società della trasparenza, afferma, è priva di luce. La trasparenza non è la luce, ma una radiazione priva di luce che invece di rischiarare pervade ogni cosa e la rende evidente rendendo tutto omogeneo e livellandolo.
- 11 Il pittore Nicola Samorì (la cui Maddalena campeggia anche in quarta di copertina de “Il grido” del 2018) ha arricchito il suo libro con delle immagini legate al tema del buio.
- 12 È possibile credere ancora alla potenzialità “rischiaratrice” e consolatoria della ragione in un mondo precipitato nel disincanto, in semplificazioni manichee, nel buio degli egoismi e delle guerre?
Evento inspiegabile, inconcepibile: la luce sta scomparendo a poco a poco dal mondo. Il mondo sta diventando buio. Ma la luce adesso dov’è? Quando tornerà? Da questa domanda prende le mosse Canto del buio e della luce (Feltrinelli editore), l’ultimo, corposo, vertiginoso romanzo di Antonio Moresco, narratore sfuggente alle etichette (nato a Mantova nel 1947, vive a Milano) tra i più visionari e sovversivi del panorama editoriale contemporaneo. Un’opera stratificata, metafisica, complicata, in certi passaggi, che ruota proprio attorno alla luce e al buio, smarcandosi dalle divisioni manichee su cui abbiamo basato la nostra cultura, mostrandone invece la pari dignità, anzi la indivisibilità. Il tempo non è lineare per Moresco, ma è simultaneità. Lo scrittore mantovano procede per accumuli stratificati di materiali eterogenei, mescola fantascienza, saggistica, fiaba, filosofia, scienza, teologia, frutto di un lavoro preparatorio di anni e dell’incontro dell’autore con scienziati, matematici, musicisti, registi, pittori, linguisti, pubblicitari, ballerine, maghi, ipnotisti, orafi, lavoratori dei supermercati, infermiere, bancari, esperti di teatro d’ombre, pornodivi. In tutto questo prendono voce anche personaggi celebri in cui l’autore entra come dentro a degli avatar: Putin, Jeff Bezos, Cristo che ricompare nel mondo avvolto dall’oscurità e che parla con la regina delle ombre, e Papa Francesco che, mentre il mondo è inghiottito dalle tenebre, abbandona il Vaticano e incontra un personaggio misterioso, il San Buio. Un Romanzo “fiume” (592 pagine), in cui tutto il nostro sapere viene rimesso in discussione. Impetuosa la scrittura, un flusso continuo, incessante, instancabile, inesorabile. In Moresco è così, cammini per pagine e pagine, come sugli argini di un fiume che esonda. La letteratura di Moresco è un labirinto, talmente sorprendente che alla fine scegli di non andare alla ricerca della via di uscita, fino a che lo scrittore ha deciso la parola fine.
L’abbiamo letto sotto l’incantamento di visioni potenti e oniriche e pensieri, sperimentando l’ebrezza dello smarrimento, nella sovrabbondanza di senso e immagini, con un’abissale consapevolezza che prendeva sempre più corpo: “Tutto il mondo è buio. Tutto il mondo è luce”. E allora vedremo che nella luce c’è dentro il buio, ma anche che nel buio c’è dentro la luce.
Conversazione sul buio e la luce con lo scrittore Antonio Moresco
Seduta al tavolino di un caffè guardo questa luce estiva, così intensa, liquida, che ha qualcosa di immateriale; i Navigli sono confusi in questa luce bianca ancora accecante. Avevo dimenticato quanta luce c’è nel mondo, dico ad Antonio Moresco, salutandolo. “La luce non si risparmia mai, non cerca nulla in cambio”, dice con voce asciutta e pacata, quasi accennando un sorriso, lui uomo schivo e austero, con piglio donchisciottesco. Inizia così la nostra conversazione.
La prima domanda è inevitabile: come nasce “Canto del buio e della luce”?
Gli scrittori non sanno mai di sapere quello che stanno scrivendo. E poi i libri cambiano mentre vengono scritti. Come i sogni, scaturiscono da un vasto territorio. Lo shock del presente certo mi interroga. Mi sembrava e mi sembra che questi tempi siano bui anche se artificialmente illuminati, e allora, invece di giocarmela come metafora l’ho presa sul serio e l’ho trasformata in una narrazione. Sottraendo la luce. Dovrebbe sempre spaventare il vivere in un mondo completamente e continuamente al buio scambiandolo per un mondo completamente e continuamente illuminato.
In qualche modo proustianamente, con questo romanzo, è andato alla ricerca della luce perduta? Se sì, qual è questa luce?
Credo che di questi tempi dovremmo riaccendere lo sguardo, re-imparare a vedere, direbbe Rilke. Spegnendo la luce ho voluto far tornare a guardare il mondo come una epifania, un’apparizione. Siamo abituati a vedere le cose, ma non le guardiamo più, le diamo per scontate. Saper guardare è un atto creativo, una specie di raggio di luce, senza soffermarci solo su ciò che appare più evidente, senza farsi abbagliare dalle luci che provengono dal nostro tempo, per provare a scorgere quei bagliori che lampeggiano in territori non illuminati… Baluginii che ci riguardano e ci interpellano e che, se saputi riconoscere, possono aiutarci ad andare oltre il già visto e il già conosciuto, aprendoci nuove piste di futuri possibili… Una sorta di contro-big bang che riconnette tutto ciò che artificialmente era stato separato. Non so se ho risposto alla sua domanda.
Non è la prima volta che si confronta su questo tema. La luce ricopre un’importanza straordinaria nella sua opera. Penso soprattutto a “Canto di D’Arco”, ma anche a un romanzo più breve e ugualmente potente come “La lucina”. Nel nuovo dizionario Zingarelli della lingua italiana del 2015 la voce “Luce” ha la sua firma. La luce è la sua magnifica ossessione?
Si è vero, è un tema attorno a cui sto girando da un sacco di tempo come in un moto a spirale. I personaggi principali, se vogliamo chiamarli così, di tutta la mia opera sono proprio la luce, il buio e l’ombra. Anche in Canti del caos ci sono dei pezzi in cui ogni frase si chiude con la parola “luce”. Ne La lucina è chiarissima questa cosa qui: la presenza del grande buio permette di vedere quella luce piccolissima. Se il protagonista fosse stato in una zona più illuminata, non solo da un punto di vista esteriore ma anche interiore, non avrebbe potuto vedere, seguire e andare a cercare l’origine di questa piccola luce. Erano tutte forme di avvicinamento. In quest’ultimo libro ho preso l’argomento di petto e l’ho fatto diventare la barriera verso la quale mi sono scagliato. In questo libro ipotizzo che questa calata del buio sia una sorta di dono che noi abbiamo ricevuto, in grado di rimettere in discussione tutte le nostre credenze. È quindi un modo per rileggere la letteratura, la filosofia e le altre discipline scientifiche. Anche il tempo viene rimesso in discussione in questo modo, perché senza l’alternanza di giorno e notte viene meno un altro dei nostri modi per suddividere la realtà. Venendo meno il tempo capisci che la cosa più importante, su cui si regge tutto il nostro mondo, è proprio la luce. È dall’abbraccio fra luce e buio che si può vedere il mondo.
S’intitola “Il Buio” anche l’ultimo progetto teatrale, di cui firma la sua prima regia, in cui rilegge la storia di Santa Rita Da Cascia (interpretata dall’attrice Alessandra Dell’Atti), immaginando che ritorni nel nostro tempo e che riveli di aver ucciso (dopo aver invano pregato Dio che li facesse morire) i suoi figli, perché non compiessero il peccato di vendicare l’assassinio del padre.
Il male si insinua anche nella santità. “Il Buio” del titolo non è soltanto una metafora del buio che alberga nell’animo umano, ma vera e propria materia plastica che serve a dare forma allo spettacolo. Ho pensato di ridurre tutto all’osso, di lavorare con le materie prime del mondo: la luce, il buio, le ombre, il silenzio, le voci. E ho chiesto agli spettatori la cortesia di venire in teatro con abiti scuri affinché non rompano la massa della luce che c’è dentro il buio e del buio che c’è dentro la luce. Il momento culminante dello spettacolo è una vera e propria battaglia di ombre, disegnate dalla creatrice e animatrice delle ombre Rita Deiola. Solo confrontandoci con le nostre zone d’ombra, il lato oscuro del nostro essere, possiamo ricostruire l’unità interiore. Una sorta di “ricomposizione”.
Come è che si è trovato dentro a questo tema?
Entro l’immenso universo di suggestioni possibili, mi ha sempre colpito l’inizio della Bibbia. L’ingresso della luce segna l’incipit assoluto del creato. “Dio disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu. E Dio vide che la luce era bella”. Da quel momento, la luce non portò più dentro di sé il buio e il buio la luce. E non a caso nella religione ebraico-cristiana il portatore e signore del buio è l’angelo più luminoso caduto, Lucifero. Colui che porta la luce; ma non lo è. Che voleva essere la luce e ne è stato escluso. È da lì, da questa separazione primordiale, fra questi due poli luce e buio, che la nostra cultura ha artificialmente separato e contrapposto, e che hanno origine anche tutte le catene analogiche e simboliche che condizionano il nostro modo di pensare e di costruire la realtà. Da lì sono nate tutte le divisioni, compresa quella fra noi e la natura. La stessa Filosofia ha mutuato questo concetto associando la verità all’idea della luce, con l’illusione che si possa separare la verità dalla non verità come la luce dal buio. Tutto è spaccato in due. Tutto sembra organizzato e concepito per perpetuare una simile tragica separazione. Economia, politica, società, costume, informazione, cultura. Anche la logica di quest’epoca è inclusione o esclusione. O sei dentro o sei fuori.
In che rapporto vede luce e buio?
Per dirla in breve, non credo si possa invece separare la luce dalle tenebre così come credo che non si possano separare tante cose che la nostra cultura ha separato: l’essere e il non essere, l’essere e il divenire, il bene e il male, la vita e la morte. Nei miei libri non accetto questa astratta separazione. La luce e il buio sono abbracciati e non si dà l’una senza l’altro. Non c’è luce senza buio. Dal buio può passare la luce e la luce può essere interrotta dal buio. È quando siamo nel buio più profondo possiamo vedere la più piccola lucina. Così come la luce più intensa, abbagliante, non la si può fissare senza accecarsi, cioè senza sprofondare nel buio, a volte il buio serve a vedere ciò che brilla davvero. Il buio fa paura ma può anche essere il nostro rifugio. A volte ripara quel che la luce ferisce. Anche l’ombra non è separata dalla luce, ma piuttosto ne contiene una traccia, una reminiscenza, un riflesso. Se c’è un oggetto e c’è una luce si produce un’ombra. Quando i corpi si muovono le ombre, come angeli custodi, si stagliano nello spazio e accarezzano il pavimento, le pareti, gli oggetti. Da Mantova, quando mi sono trasferito a Milano, in un sottotetto senza la luce, con le candele, di sera vedevo la mia ombra sui muri. Siamo anche l’ombra che proiettiamo.
Il suo romanzo in qualche modo potrebbe riportarci a un altro libro come “Cecità” di José Saramago?
Sì e no. Nel romanzo di Saramago gli uomini non vedono più, qui invece è la luce che viene meno e gli uomini, pur potendo vedere, sprofondano nelle tenebre. Che succede se togliamo la luce? Io ho provato a farlo. Da questo crescente buio possiamo cogliere ciò che abbiamo sotto gli occhi ma non sappiamo e vogliamo vedere.
Che cosa non vogliamo vedere?
Che esiste un male e un dolore insopprimibile nel mondo, che sono inevitabili, come dicevano Leopardi, Dostoevskij, Kafka e Melville in Moby Dick. Il dolore non ci abbandona mai, sta sempre nascosto da qualche parte, anche quando pensiamo di esserne fuori, di averlo scacciato via per sempre. È come una bestia accovacciata nell’ombra. Il buio di un dolore, il buio che si nasconde dentro di noi.
Byung-Chul Han, uno dei più interessanti filosofi contemporanei, di origine sudcoreana, naturalizzato tedesco, parla di tirannia del visibile e si scaglia contro l'ossessione della trasparenza, assunta come valore assoluto nella società odierna. La società della trasparenza, afferma, è priva di luce. La trasparenza non è la luce, ma una radiazione priva di luce che invece di rischiarare pervade ogni cosa e la rende evidente rendendo tutto omogeneo e livellandolo.
Tutto è svelato, rivelato all’esterno, destinato al divoramento immediato, senza segreto. Ogni cosa è illuminata, nel senso che più niente sfugge alla visibilità. Negarsi alla luce diventa sempre più difficile. Non si tollera più alcun sentimento negativo, si oscurano i sentimenti, la sofferenza, il dolore, si tende a nascondere il “perturbante” con narrazioni rassicuranti, consolatorie. Si cerca la luce per sentirsi sicuri, per esorcizzare la paura e la morte. Sottrarsi alla vista, cercare zone d’ombra, angoli bui, è già un atto sospetto di per sé. Ma il buio non è solo minaccia, a volte è la protezione, il rifugio, è anche riposo, possibilità di riflettere, di isolarsi. L’intimità, degli amanti e di ciascuno con se stesso. Il buio è anche ciò che custodisce il segreto. La mia impressione è che la luce artificiale si vuole prendere tutto, che abbia la pretesa di stravincere sul buio e questa pretesa ritengo sia pericolosa.
Il pittore Nicola Samorì (la cui Maddalena campeggia anche in quarta di copertina de “Il grido” del 2018) ha arricchito il suo libro con delle immagini legate al tema del buio.
Mi ha anche regalato quella successione di immagini in cui si vede il calare graduale del buio e gli occhi che anche nella completa oscurità spiccano come due punti bianchi. L’occhio umano è stato creato per vedere la luce. Nel cosmo non c’è alcuna luce. Le stelle non brillano. Il sole non è luminoso. La luna non riflette i suoi raggi. È tutto spaventosamente buio. Le onde elettromagnetiche non generano luce. Solo gli occhi e il cervello sono capaci di trasformare le onde elettromagnetiche in luce. Come si sia formata questa fenditura-ferita che si apre e dà formazione agli occhi me lo continuo a chiedere. Tutto è buio nel cosmo. L’universo si accende solo quando appare l’uomo che sa non soltanto vedere queste luci, ma anche interpretarle. E questa azione della luce nello spazio è qualcosa di fisico, di plastico, assume la consistenza della materia per infondere vita, è possibile allora che la luce scriva, che lasci una impronta, una incisione e perciò diventi materia. Ciò che ha reso possibile la vita umana, il passaggio dalla materia inorganica a quella organica, è stata la luce. L’inarrestabile destino terreno della luce.
È possibile credere ancora alla potenzialità “rischiaratrice” e consolatoria della ragione in un mondo precipitato nel disincanto, in semplificazioni manichee, nel buio degli egoismi e delle guerre?
L’illuminismo, con tutti i suoi pregi dei lumi della ragione, ha attuato questa pretesa che la ragione potesse illuminare ogni oscurità, non è così. La luce della ragione non è una promessa accomodante di emancipazione e redenzione. Mi chiede forse se vi saranno tempi migliori? Le posso dire solo: speriamo. Siamo davanti a un percorso da cui possiamo uscire soltanto con una metamorfosi verticale. Una invenzione di specie. Siamo una specie folle, occupata in perpetue vendemmie di sangue, continuiamo ad autodistruggerci. Guerre, violenze, ma anche inedia, indifferenza, egoismo, solitudine. Servirebbe una follia costruttiva. Perché, per dirla come Einstein, non si risolve un problema con le stesse modalità di pensiero che l’ha creato. L’evoluzione della vita, del mondo è una esplorazione di possibilità. L’immaginazione mi insegna che l’impossibile può sempre fare irruzione nel possibile. E oggi solo questo può salvarci. Si tratterà non di illuminare l’oscurità, ma di prenderla con sé. Si tratterà di prendere sul serio l’inevitabile oscurità a cui la modernità ci ha destinato, non per superarla, ma per “saperci fare” con le sue ineliminabili contraddizioni. E questo va contro quel nichilismo soft che si è andato affermando e che chiude tutto in gabbie e in immobilità. Io voglio tenere drammaticamente aperto un altro orizzonte. In questo libro c’è un grandissimo investimento sulla parola. La parola è una fessura nel muro che ti permette di spaccarlo e di evadere dalla prigione dove tutti noi siamo rinchiusi. Può bucare il buio. La parola, quindi, diventa luce per vedere nel buio.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)
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