Personaggi
Luca Mercalli: “La mia passione per il clima è nata dalla luce” (LUCE 351, marzo 2025)
By Mariella Di Rao
Pubblicato il
Settembre 2026
INDICE
- 1 Come è nata la passione per la meteorologia?
- 2 Quindi possiamo dire che la sua passione è nata dalla luce?
- 3 Com’è cambiato il mestiere del climatologo oggi?
- 4 Le catastrofi ambientali sempre più frequenti testimoniano chiaramente una crisi ambientale in atto. Cosa ne pensa?
- 5 Lei ha scritto un libro dove promuove proprio uno sforzo di sintesi tra le scienze dure e le scienze umane con un nuovo ruolo anche della filosofia per trovare soluzioni adeguate. Ci può spiegare meglio questo concetto?
- 6 Quali sono oggi le scelte necessarie che non si possono più rimandare?
- 7 E in questa sfida culturale e tecnologica qual è il ruolo dell’illuminazione?
- 8 Una buona progettazione e l’utilizzo delle nuove tecnologie di IoT e smart lighting possono aiutare a combattere questo spreco energetico. Cosa ne pensa?
- 9 Cosa pensa dell’energia nucleare?
- 10 Che rapporto ha con la luce?
- 11 Come vede lo sviluppo delle città sostenibili nel futuro?
- 12 Quindi questo presuppone una maggiore responsabilizzazione verso le tematiche ambientali da parte dei cittadini. Secondo lei si fa abbastanza a livello formativo?
Abbiamo incontrato Luca Mercalli, climatologo, giornalista, divulgatore scientifico, presidente dell’associazione Società Meteorologica Italiana. Mercalli è impegnato nel divulgare uno stile di vita più attento alla riduzione dell’impatto ecologico, ricordandoci che le risorse del nostro pianeta sono limitate e che bisogna cambiare il nostro approccio mentale ed essere più sobri, a cominciare dall’illuminazione che va utilizzata solo dove e quando serve
Come è nata la passione per la meteorologia?
È nata in età giovanile, a 14 anni, come mi piacerebbe nascessero tutte le passioni nei ragazzi. Abitavo nell’estrema periferia ovest di Torino dove non c’erano condomini alti davanti a casa. Una condizione che ha lasciato libero lo sguardo sulle montagne, sulle Alpi, che a Torino sono veramente vicine. Ho sempre visto questo territorio innevato d’inverno e con i ghiacciai d’estate. Un panorama che mi attraeva visivamente tantissimo. E mi colpiva soprattutto la luce dei ghiacciai, chiazze bianche che splendevano nel contesto scuro del verde dei boschi, una luce che balenava tra la pietra e il bosco.
Quindi possiamo dire che la sua passione è nata dalla luce?
Si, tutto è nato dalla luce dei ghiacciai, dal loro freddo scintillare così sorprendente rispetto all’afa inquinata della città.
Com’è cambiato il mestiere del climatologo oggi?
È cambiato tutto grazie a Internet. Fino agli anni ‘90 non si poteva facilmente partecipare a un congresso al di là dell’Atlantico e, allora, l’unico modo per informarsi era leggere le riviste del settore in inglese, sempre in ritardo, perché bisognava aspettare che arrivassero nelle biblioteche dell’università. Internet, invece, ha reso veramente facile esplorare tutto il sapere del mondo in tempo reale. Oggi io leggo tutte le riviste internazionali di tutte le località del pianeta e molto di questo materiale, addirittura, è gratuito. Inoltre, oggi si può accedere facilmente alle immagini dei satelliti e ai dati delle stazioni meteorologiche che una volta erano riservate solo ai grandi istituti di ricerca. Mentre oggi osservo a colazione cosa succede sul “mio” ghiacciaio-laboratorio nel Gran Paradiso grazie a una webcam. Cosa impensabile trent’anni fa.
Le catastrofi ambientali sempre più frequenti testimoniano chiaramente una crisi ambientale in atto. Cosa ne pensa?
Purtroppo, il problema ambientale è sempre sottovalutato. Per duecento anni, attraverso le emissioni di gas serra della rivoluzione industriale, abbiamo cambiato il clima. Le leggi fisiche rispondono a questa nostra azione e come reazione abbiamo il riscaldamento globale. Fatta la diagnosi adesso dobbiamo pensare alla cura riducendo in primo luogo l’uso dei combustibili fossili per passare alle energie rinnovabili. Però non lo facciamo, sia perché è difficile cambiare le proprie abitudini e sia perché ci sono forti interessi economici. Chi ti vende l’energia fossile, e lo fa da centocinquant’anni, vuole mantenere questo status quo e quindi si cercano e si creano ostacoli che rallentano la cura del pianeta che dovremmo fare, perché ormai non c’è più tempo e i sintomi della malattia sono già in corso. Una malattia ha un momento di prevenzione e uno di cura.
La prevenzione l’abbiamo mancata e abbiamo ancora qualche margine per la cura. Ma se manchiamo anche quella entriamo in una fase di cambiamento climatico così irreversibile che penalizzerà tutte le generazioni future per millenni. La specie umana non è avvezza a stare al troppo caldo e, ormai, le temperature sul pianeta molto frequentemente superano i 45°. Così può diventare difficile produrre cibo e anche sopravvivere in certe aree del pianeta, soprattutto quelle tropicali come l’Africa e l’India che potrebbero diventare fra cinquant’anni territori non più abitabili. Parliamo quindi di milioni di persone che dovranno migrare con gravi ripercussioni anche sociali, politiche ed economiche. Oggi purtroppo si preferisce dare priorità agli armamenti. Costruiamo armi e per queste sembra che i soldi siano infiniti e ci lamentiamo che i pannelli fotovoltaici costano cari! Un vero e proprio paradosso!
Lei ha scritto un libro dove promuove proprio uno sforzo di sintesi tra le scienze dure e le scienze umane con un nuovo ruolo anche della filosofia per trovare soluzioni adeguate. Ci può spiegare meglio questo concetto?
La posta in gioco è così grande, perché stiamo parlando della sopravvivenza dell’umanità per i prossimi secoli, che dobbiamo mettere a fattore comune sia gli studi scientifici che quelli umanistici. La scienza calcola i problemi ambientali attraverso i numeri con dei processi fisico-chimici, biologici e questo rappresenta la parte razionale. Però poi sappiamo che l’essere umano reagisce anche molto alle emozioni e, di conseguenza, dobbiamo chiamare anche i nostri colleghi delle scienze umane come sociologi, antropologi, filosofi e psicologi per comprendere per quale motivo questo messaggio fatica così tanto a penetrare nelle nostre esistenze e trovare una soluzione a questo problema.
Quali sono oggi le scelte necessarie che non si possono più rimandare?
Accettare che il pianeta è limitato. La parola limite non è al momento contemplata nella narrazione economica contemporanea e invece i limiti dovrebbero essere completamente insiti nella nostra vita, perché la Terra è di piccole dimensioni con una certa superficie e un certo stock di materie prime che stiamo saccheggiando. Tutti gli indicatori biologici che si chiamano limiti planetari ci dicono questo, ma noi continuiamo ad andare oltre preparando il nostro fallimento. Una volta che abbiamo accettato che la nostra attività sul pianeta deve svolgersi all’interno di questi limiti, in termini pratici questa consapevolezza dovrebbe tradursi in efficienza, cioè non si deve sprecare nulla, ovviamente, dall’energia al cibo e alle materie prime, riciclo, sobrietà e su questo punto arrivano in soccorso le scienze umane. Le prime due attività sono molto ingegneristiche e riguardano la tecnologia, la sobrietà, invece, riguarda l’ambito mentale che è altrettanto necessario. Questo significa non sprecare e usare ciò che serve senza cadere nel superfluo che distrugge più risorse di quelle disponibili.
E in questa sfida culturale e tecnologica qual è il ruolo dell’illuminazione?
La luce in questa sfida entra in modo molto importante. L’illuminazione pubblica consuma energia, non tantissima a livello mondiale, ma molta se la guardiamo in rapporto, per esempio, agli usi di un Comune. La luce l’abbiamo invocata per millenni in un’umanità che è sempre stata al buio. Ma da quando esiste l’elettricità si è iniziato a mettere lampioni dappertutto. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo chiesto di avere un’illuminazione stradale pubblica in continuo aumento. La risposta ai consumi sempre crescenti è stata la sostituzione dei punti luce con lampade LED, perché consumano molto meno di quelle al sodio, e prima ancora di quelle a incandescenza, che quindi ci hanno permesso di risparmiare. Ma invece di ridurre o di mantenere costante l’illuminazione esistente abbiamo aumentato il numero dei lampioni annullando così il vantaggio del risparmio energetico prodotto da una nuova tecnologia più performante. Si chiama paradosso di Jevons. Nel mio piccolo Comune di 6.000 abitanti, di notte ci sono intere zone di lampioni che illuminano solo le lumache perché non c’è nessuno. Credo, invece, che sia giunto il momento di cominciare a capire come fare efficienza e sobrietà energetica proprio partendo dall’illuminazione: solo dove serve e quando serve.
Una buona progettazione e l’utilizzo delle nuove tecnologie di IoT e smart lighting possono aiutare a combattere questo spreco energetico. Cosa ne pensa?
Sicuramente una maggiore strategia progettuale e le nuove tecnologie possono fare molto per intraprendere un ragionamento e un percorso di sobrietà e di uso parsimonioso delle risorse del futuro. Oggi la tecnologia deve essere alleata a questa visione filosofica di cui parlavo prima e che ci porta al concetto di sobrietà per evitare gli sprechi. Se attraverso i sensori si può accendere l’illuminazione solo se c’è qualcuno, non si illumineranno più interi tratti di strada solo per gli animali selvatici, che tra l’altro vengono disturbati!
Cosa pensa dell’energia nucleare?
Oggi non sono pochi a pensare che possa ancora essere una forma importante di approvvigionamento. Intanto, a dispetto dei suoi ormai quasi ottant’anni di esistenza, il nucleare non ha sfondato nel mondo perché abbiamo solo 440 reattori e una produzione elettrica che è di pochi punti percentuali. E dovremmo chiederci come mai in tutto questo periodo, nonostante l’avanzamento tecnologico, l’energia nucleare non ha preso il sopravvento. La risposta è che presenta alcuni problemi che non sono stati risolti: le scorie, soprattutto quelle a lungo termine, i rischi e gli elevatissimi costi di costruzione e di decommissioning, i tempi lunghi di realizzazione, l’esigenza di raffreddamento. Un complesso di motivazioni, quindi, che ha fatto sì che l’energia nucleare sia limitata a pochi Paesi al mondo. Per questo penso che dove ci sono le centrali che funzionano sia giusto che queste vengano portate fino a fine vita. Dove non sono presenti, invece, sarebbe sbagliato ripercorrere questa strada con tutti questi problemi non risolti.
Sarebbe invece molto meglio investire subito sulle rinnovabili che sono un campo nuovo con grandissime potenzialità di crescita. Un pannello solare concepito negli anni ’60 aveva un rendimento dell’1 o 2% che oggi è pari al 20% e sappiamo che può arrivare ad avvicinarsi al 40%.
Che rapporto ha con la luce?
Per me la luce è qualcosa di più che soltanto la possibilità di vedere. Fuori, in una bella giornata, la luce è l’energia che muove tutto. Da quando ho i pannelli fotovoltaici sul mio tetto sono diventato molto più sincrono con la luce solare e la mia giornata è regolata continuamente dalla disponibilità di questo meraviglioso elemento che mi produce l’energia per la casa e per le mie attività.
Come vede lo sviluppo delle città sostenibili nel futuro?
Le città non sono altro che una concentrazione di tanti atteggiamenti individuali e rappresentano quindi un effetto moltiplicatore di quello che vedo anche in altre zone del mondo non necessariamente urbane. La città dovrebbe mettere in pratica a livello collettivo quello che ognuno di noi dovrebbe fare a livello individuale e domestico. Quindi se faccio efficienza nel mio appartamento perché non farla anche nella città, se uso le energie rinnovabili a casa mia perché non usarle anche su un grande edificio pubblico come l’ospedale, la scuola, il parcheggio.
La città sostenibile secondo me è una combinazione di scelte responsabili che facciamo in ambito domestico.
Quindi questo presuppone una maggiore responsabilizzazione verso le tematiche ambientali da parte dei cittadini. Secondo lei si fa abbastanza a livello formativo?
No, perché purtroppo questi temi non hanno nemmeno una loro collocazione precisa a livello curricolare e non è previsto l’insegnamento della sostenibilità ambientale come materia nelle nostre scuole. Queste tematiche vengono inserite un pochino nei programmi di scienza, un pochino nella geografia, un pochino in quella che definiamo educazione civica, ma mancano corsi approfonditi di sostenibilità ambientale. Quindi direi che c’è ancora tantissimo da fare!
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Mariella Di Rao
Direttore LUCE e Luceweb
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