Personaggi
Lino Tagliapietra: “Gli oggetti che creo sono animati dalla luce” (LUCE 353, settembre 2025)
By Pierluigi Masini
Pubblicato il
Settembre 2026
INDICE
- 1 Maestro Tagliapietra, una storia lunga la sua, cominciata che era un bambino…
- 2 Meglio così. E poi?
- 3 Che rapporto ha con il vetro?
- 4 Nel suo atelier di Murano c’è una grande foto delle sue mani, il suo più importante strumento di lavoro.
- 5 Parliamo di luce, colore e forma. Come riesce a dosare questi tre elementi?
- 6 Il tutto si decide lì, in pochi attimi, questione di tecnica ed emozione insieme. È così?
- 7 Lei ha lavorato per molte ditte, imparando diverse tecniche e sperimentando sempre cose nuove.
- 8 Qual è stata la prima opera che è servita a farla conoscere?
- 9 Poi ha cambiato ancora fornaci, altre esperienze e nuovi prodotti di successo. Ne ricorda qualcuno in particolare?
- 10 A lei piacciono più le opere d’arte o le lampade?
- 11 Qual è il momento del giorno in cui la luce la cattura?
- 12 Torniamo alla sua lunga carriera. Nel 1979, dopo più di trent’anni di lavoro a Murano, decide di andare in America.
- 13 E a Murano come l’hanno presa?
- 14 Lei ha avuto tanti riconoscimenti nel mondo, ma poco e niente dall’Italia.
Abbiamo incontrato Lino Tagliapietra, maestro del vetro, che ci racconta il suo percorso professionale e umano. Per lui il vetro è forma, colore e magia, da plasmare con rispetto, e la luce è un elemento essenziale che fa emergere colori, riflessi e sfumature
Ningen Kokuhō. In giapponese significa “Tesoro nazionale vivente”: è il titolo che viene tributato ad alcuni selezionati maestri delle arti manuali per preservare il valore delle tecniche e abilità artistiche di cui sono portatori e che rischiano di essere perdute. Bene. Se fossimo nel Paese del Sol Levante, questo titolo l’avrebbero attribuito di certo a Lino Tagliapietra, maestro del vetro di 91 anni di cui 80 passati a lavorare in fornace e a insegnare l’arte vetraria in giro per il mondo.
Maestro Tagliapietra, una storia lunga la sua, cominciata che era un bambino…
Sì, a 11 anni, nel 1945. Nei primi due anni mi sembrava di essere un piccolo genio perché ho imparato presto. Poi, per i casi della vita, altri giovani sono cresciuti più rapidamente di me e io sono stato messo in un angolo e mi sono un po’ bloccato. Il maestro con cui ho lavorato per nove anni era bravo, ma molto ossessivo. Allora lavoravo alla Seguso Archimede dove si facevano dei vasi bellissimi: io ero innamorato della materia, ma mi ero convinto che mai e poi mai sarei riuscito a fare anch’io vasi così perfetti. In quel momento ho pensato di mollare, di entrare in Marina o di arruolarmi nella Legione Straniera. Per fortuna non sono andato.
Meglio così. E poi?
Dopo il militare sono passato alla Galliano Ferro e ho incontrato un grande maestro che mi ha fatto capire che dovevo imparare a lavorare il vetro con molte più tecniche: era Giovanni Ferro, conosciuto come Nane Catari, una figura molto importante. Ho cominciato a saper dominare un pochino il vetro a 22-23 anni.
Che rapporto ha con il vetro?
Il vetro è forma, è colore, è liquido, è solido. Se tu prendi il vetro e lo soffi, puoi ottenere una piccola forma e devi usare una certa tecnica per manovrarla. Quando l’hai ottenuta, quella forma diventa veramente parte di te. Prendi il vetro con le mani, con un semplice pezzo di carta puoi modificarlo, è una cosa magica. Con il vetro devi sapere usare il soffio, le mani, devi collaborare con lui e rispettarlo. Se non lo fai, il vetro in qualche modo ti punisce.
Nel suo atelier di Murano c’è una grande foto delle sue mani, il suo più importante strumento di lavoro.
Da giovane ho cercato di sviluppare questa sensibilità per conto mio, vedendo come gli altri lavoravano per cercare sempre di crescere e migliorare. Stavo attento a come usare le mie mani. Oggi non le guardo più tanto, a dire la verità non mi piacciono perché non mi danno più i risultati che vorrei. Ho fatto la mia ultima opera giusto un anno fa e mi sono accorto che con la mano sinistra non riuscivo a dare la pressione che serviva…
Parliamo di luce, colore e forma. Come riesce a dosare questi tre elementi?
Bella domanda. Quando pensi a un certo tipo di materia con certi tipi di colore, devi contenere il colore nella forma o è la forma che deve condizionare in qualche modo il colore? Qualche volta è la forma che può prevalere, certo. Ma per me è sempre una combinazione delle due cose. Faccio un esempio. Se sto lavorando una forma che si muove, che ruota, il colore in qualche modo deve seguire. Ma se parto da un colore importante, e da una materia importante, allora è la forma che deve seguire. È una combinazione fondamentale.
Il tutto si decide lì, in pochi attimi, questione di tecnica ed emozione insieme. È così?
Spesso, quando cominci a lavorare, ti arriva questa massa di vetro e tu pensi: cosa ci faccio adesso? Parti con un discorso base e poi ti accorgi che la mente si apre, cominci a lavorare il vetro e ti rendi conto che il vetro ti indica lui la forma. Perché il vetro devi sempre rispettarlo e non cercare di condizionarlo. Un esempio? Se prendi un vetro freddo e lo unisci a uno caldo, se non sai come fare di sicuro perderai il vetro, finirà in terra perché hai sottovalutato questo connubio tra caldo e freddo.
Lei ha lavorato per molte ditte, imparando diverse tecniche e sperimentando sempre cose nuove.
Nei primi vent’anni di lavoro ho avuto qualche idea embrionale, legata alla mia capacità tecnica a sua volta influenzata dal luogo dove lavoravo. Poi, un po’ alla volta, sono stato spinto dalle necessità aziendali a fare cose nuove. Ho studiato i vetri antichi nei musei di Aquileia, Adria, Ferrara. Ho seguito gli artisti delle Biennali, ero innamorato di Lucio Fontana e di Burri. Allora il vetro aveva un suo posto nel Padiglione Venezia, dove veniva rappresentato il lavoro delle migliori fornaci. Da più di cinquant’anni non è più così, è un peccato.
Qual è stata la prima opera che è servita a farla conoscere?
Ce l’ho qui, ci tengo le caramelle (la mostra e ride). È del 1962 e si chiama Saturno, una piccola forma con un unico soffio: semplice anche se semplice non era, perché non è stato facile riuscire a realizzare una mezza sfera precisa. Dopo, tutti i maestri di Murano mi hanno conosciuto. Le racconto questa. Uno dei primi esemplari l’ho dato a mio cognato Checco che l’ha portato a casa e sua moglie gli ha detto che era perfetto per mettere le sarde en saor (ride). Poi Saturno è stata replicata da tante altre ditte, è stata replicata anche in America. Io l’avevo fatta 12 anni prima.
Poi ha cambiato ancora fornaci, altre esperienze e nuovi prodotti di successo. Ne ricorda qualcuno in particolare?
Ho fatto tante lampade sia a La Murrina che alla Effetre Murano. In particolare, per quest’ultima azienda voglio ricordare la lampada Magia, a imitazione di una lampada di due designer danesi prodotta in alluminio. Io l’ho realizzata in vetro, una specie di imbuto alla rovescia. Ho imparato a farla bene perché da ragazzo andavamo a giocare in calle (tipica via veneziana, NdR) e c’era un grande maestro che si era specializzato nel fare imbuti di vetro. Ne produceva a migliaia e mi aveva insegnato come farli. Io allora avevo 12 o 13 anni, ho “messo in memoria” quella tecnica e l’ho ripescata dopo una ventina di anni. Così è nata Magia. E poi ho progettato il Formichiere per La Murrina, lampada ispirata al profilo del Concorde, l’aereo supersonico francese.
A lei piacciono più le opere d’arte o le lampade?
Personalmente non saprei, so che ho elaborato delle lampade particolari, è stato un periodo importante: a quel tempo la ditta non andava bene e ho dovuto inventarmi qualcosa. La luce è per me un elemento essenziale, quasi magico. È ciò che anima gli oggetti che creo. Quando la luce li illumina nel modo giusto, emergono colori, riflessi e sfumature che sarebbero altrimenti invisibili.
Qual è il momento del giorno in cui la luce la cattura?
Per me la luce è sempre stata una cosa importante, nel lavoro e nella vita. Amo molto la luce dell’alba perché è più viva, ma per il colore e per le sfumature mi piace il tramonto.
Torniamo alla sua lunga carriera. Nel 1979, dopo più di trent’anni di lavoro a Murano, decide di andare in America.
Il fatto di aver cambiato tante aziende con tante tecniche mi ha arricchito molto, ma a quel punto non trovavo più tanti stimoli. È successo che gli americani, che erano molto legati a Ludovico Diaz de Santillana, gli chiedono se sarei stato in grado di andare lì a insegnare. Lui risponde così: “Prendete Lino e sarà la vostra fortuna, perché rivoluzionerà tutto l’ambiente”.
Andare in America mi ha aperto gli occhi. A livello tecnico era un disastro, ma c’erano uno spirito libero e menti aperte che non avevo trovato prima. La differenza tra Murano e l’America era il grande rispetto per il lavoro. Il vetro lì viene valutato tantissimo, ho potuto esporre per la prima volta i miei pezzi in un museo, nella stessa sala dove erano esposte opere di Brancusi e di Matisse… Mi sono detto speriamo che non vengano giù dal cielo a spaccarmi tutti i vetri (ride).
E a Murano come l’hanno presa?
Beh, diciamo che io non sono ben visto qui. Dicono che ho tradito, pensano che abbia rivelato chissà quali segreti. Tempo fa era una pena camminare per Murano, una volta uno per strada mi ha fermato a brutto muso e mi ha detto: “Dovrebbero tagliarti le mani”. E poi mi sono arrivate anche telefonate anonime e insulti.
Lei ha avuto tanti riconoscimenti nel mondo, ma poco e niente dall’Italia.
Non voglio neanche pensarci: è vero, ho avuto due lauree ad honorem e sono membro dell’American Academy of Arts and Sciences di Boston, forse il più importante riconoscimento per me. Dal mio Paese ho avuto l’onorificenza di Cavaliere ufficiale della Repubblica.
AUTHOR
Pierluigi Masini
Pierluigi Masini è giornalista professionista, laureato con lode in Lettere alla Sapienza di Roma, indirizzo Storia dell'arte. Dopo aver lavorato per 35 anni al Gruppo Monrif (Il Giorno, il Resto del Carlino, La Nazione), oggi collabora con diverse testate e si occupa di arte e design. Ha scritto con Antonella Galli il libro I luoghi del design in Italia edito da Baldini+Castoldi.
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