LUCE 356
ANNO 64
Giugno 2026
Rivista fondata da AIDI nel 1962
Direttore Mariella Di Rao
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L’Albero della Vita, copertina appositamente realizzata per LUCE dallo studio di design, arte e architettura Giò Forma.
€18,00
150 disponibili
In questo numero:
L’Albero della Vita che riempie la copertina disegnata per LUCE dallo Studio Giò Forma è il concept del famoso Albero della Vita che durante l’Expo del 2015 ha rappresentato il cuore di tutta l’esposizione Universale, che lo studio ha realizzato reinterpretando il celebre disegno della pavimentazione della Piazza del Campidoglio di Michelangelo che viene idealmente sollevato e ruotato fino a trasformarsi in tronco e chioma. Un gesto simbolico che unisce memoria e futuro, arte e tecnologia. Quest’immagine che è diventata iconica, senza tempo, rappresenta oggi anche un simbolo di resilienza e rinnovamento perché si prepara a una nuova vita. È infatti previsto un importante intervento di restauro e riqualificazione tecnologica, sotto la direzione di Balich Wonder Studio, che porterà alla sua completa riattivazione entro la fine del 2028. Un’opera dove la luce continuerà, quindi, a essere linguaggio, materia narrativa, esperienza collettiva…
Abbiamo incontrato Jenchieh Hung e Kulthida Songkittipakdee, architetti e docenti universitari, fondatori di HAS design and research, studio di architettura thailandese che, spaziando dalI’architettura, alle installazioni, alle opere sperimentali. Entrambi esplorano il progetto come strumento di indagine e adattamento “camaleontico” ai cambiamenti ambientali, culturali e sociali del nostro tempo. Jenchieh Hung e Kulthida Songkittipakdee ci hanno raccontato del loro approccio concettuale e del modo in cui la luce “scorre” nel design, modellando spazi fisici ed “emotivi”. Nel loro lavoro esplorano le connessioni tra natura e opera artificiale che riassumono nel concetto di “architettura camaleontica” con l’obiettivo di realizzare edifici che si adattano ai cambiamenti tecnologici, ambientali e sociali. “La luce è un elemento fondamentale che determina le qualità sia funzionali sia emotive dello spazio. La luce non solo illumina e indirizza il movimento, ma anche arricchisce l’esperienza, crea interazioni e suggestioni, a volte enfatizzando le caratteristiche architettoniche, altre volte dissolvendo i confini e permettendo allo spazio di trasformarsi continuamente, come nel progetto Aluminum Grotto and Public Ground (installazione urbana a Bangkok, Thailandia, NdR). Per noi la luce è un mezzo ‘trasformativo’, in grado di rivelare forme, textures e materialità…”.
INCONTRI
Piero Lissoni: “La luce è un elemento fondamentale per far crescere il buio”
di Monica Moro
Abbiamo incontrato Piero Lissoni, rinomato designer e architetto italiano, maestro indiscusso del design contemporaneo, nel suo studio Lissoni & Partners a Milano, da lui fondato con Nicoletta Canesi nel 1986. La sua filosofia progettuale, che abbraccia architettura, interior design e direzione artistica, è guidata da una ricerca di equilibrio tra estetica e funzionalità che persegue eliminando il superfluo per rivelare la struttura intrinseca delle forme. La capacità di spaziare tra diverse scale di progetto testimonia la sua versatilità. Ci racconta il suo obiettivo che è quello di interpretare e trasmettere la visione attraverso un racconto autentico e distintivo. In questa prospettiva, la luce rappresenta un elemento fondamentale nel narrare tale racconto e, laddove sussista una narrazione, la luce deve essere in grado di comunicarla efficacemente. “Quando serve rinforzare l’illuminazione che proviene per esempio da una candela, devi conoscere i punti strategici in cui collocare le luci artificiali al fine di realizzare un effetto visivo del candelabro che sembra illuminare l’intera stanza. In realtà, tale effetto è ottenuto attraverso tecniche specifiche e un’attenta orchestrazione degli effetti luminosi. In un certo senso, viviamo all’interno di uno schema teatrale, dobbiamo semplicemente sapere raccontare gli effetti…”.
È uno dei misteri più affascinanti della musica: come trasformare qualcosa di “visivo” come la luce in qualcosa di “sonoro” da scrivere sul pentagramma. Ne abbiamo parlato con la compositrice Silvia Colasanti, tra le voci più affermate della scena musicale internazionale. Particolarmente attiva nel teatro musicale e nella musica sinfonica e da camera, si è formata al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, per poi perfezionarsi all’Accademia Musicale Chigiana di Siena e all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Silvia Colasanti, romana, classe 1979, nata sotto il segno dei Pesci (che ha un legame profondo e innato con la musica), è una musicista che riconosce nella letteratura, nella poesia – intesa non solo come testo da musicare, ma come spazio espressivo capace di generare immagini sonore e strutture musicali – e nel mito le sue principali fonti di ispirazione. Il suo repertorio compositivo, ampio e variegato, si arricchisce di commissioni e collaborazioni di altissimo profilo, tra cui quella con il Teatro alla Scala. Anna A., la sua nuova opera andata in scena tra ottobre e dicembre 2025 al Teatro alla Scala, segna un traguardo storico: si tratta infatti della prima opera commissionata dal celebre teatro milanese, tra i più prestigiosi al mondo, a una compositrice donna. La nostra tradizione culturale è stata a lungo segnata da una visione dicotomica della realtà, fondata su opposizioni come luce e buio. Oggi, invece, anche nelle arti sembra emergere una prospettiva diversa, basata sulla compresenza e sull’interazione tra elementi, più che sulla loro contrapposizione. “Pensare la musica come dominio esclusivo della luce o del buio significherebbe ridurne drasticamente la portata, impoverirne la capacità di restituire la complessità dell’esperienza umana. La musica, a mio avviso, si configura piuttosto come uno spazio di coesistenza, in cui tensioni opposte non si annullano ma si sostengono reciprocamente, generando senso proprio nel loro intreccio…”.
PROGETTARE LA LUCE
Illuminare l’invisibile
Luce underground
di Alessandra Reggiani
Molte delle nostre splendide città, che viviamo nella pienezza e bellezza della luce solare e diurna, hanno in realtà una doppia anima, legata all’esistenza di una vera e propria estensione urbana che appartiene al mondo dell’ombra, che si sviluppa e si materializza nell’esistenza di spazi ipogei, ambienti sotterranei e stratificazioni millenarie che raccontano un’identità e una storia parallela, affascinante e sorprendente.
L’esistenza di spazi ipogei nasce generalmente, oltre che per motivi urbanistici, anche per motivi mistico-religiosi già nel mondo pagano, per poi estendersi a quello cristiano. Spesso, si usano anfratti naturali, come le grotte carsiche, o nuove configurazioni derivate dagli effetti dell’attività estrattiva; talvolta, gli spazi sono appositamente pianificati per assolvere a specifiche funzioni.
Addentrandosi in questo mondo sotterraneo, ci si immerge in una stratificazione di epoche diverse, percependo ancora gli echi della storia, che può essere antichissima o recente a seconda dei singoli casi specifici e che, comunque, è indissolubilmente legata all’evoluzione della città e alla storia del luogo e del contesto. Spesso questi spazi, pianificati come tali, sono integrati dalla presenza di aree e complessi architettonici inizialmente concepiti come elementi esterni, poi coperti dalle modifiche altimetriche del tessuto urbano nell’evoluzione della sua immagine, pianificazione e funzionalità, dando vita a un’identità urbana alternativa, ricca di fascino e mistero.
Questa dimensione alternativa è totalmente dipendente dalla presenza di una luce indotta, che mai come in questo caso può letteralmente definirsi “underground”, in una sintesi operativa fra il termine che nella cultura anglosassone definisce da sempre una prassi alternativa, innovativa, in fermento e la reale connotazione degli spazi, ubicati sottoterra…
Incontriamo Nikolaj Birkelund Pedersen di fortheloveoflight, studio danese di lighting design che firma il progetto di illuminazione del nuovo quartiere Postal City – Postbyen, su progetto dello studio Lundgaard & Tranberg Arkitekter, nel centro di Copenaghen. Gli chiediamo di accompagnarci alla scoperta del progetto, realizzato in un Paese famoso per i suoi designer (tra cui Hans Wegner, Poul Henningsen, Arne Jacobsen e Verner Panton), e dove vige il concetto di “hygge”, che significa saper creare un’atmosfera accogliente e godersi le cose belle della vita con le persone care.
fortheloveoflight è uno studio professionale di lighting design con sede a Copenaghen fondato con la convinzione che la luce non sia solo una funzione tecnica, bensì quel “qualcosa” che plasma il modo in cui percepiamo un’atmosfera, uno spazio e anche il legame che instauriamo con un luogo. Il loro lavoro esplora come la luce influenza la percezione, l’emozione e il senso di appartenenza. La luce per loro luce è un materiale a sé, per ogni progetto iniziano dall’analisi del contesto, dall’architettura, e soprattutto coinvolgendo le persone che utilizzeranno lo spazio e dalla natura che lo circonda al fine di creare un’illuminazione che supporti le relazioni e che valorizzi in modo discreto il modo in cui ci sentiamo e ci muoviamo in un luogo. “Nel progetto Postyben siamo stati coinvolti presto nel processo, prima che il masterplan fosse stato definito. Invece di iniziare, come normalmente si fa, con disegni e analisi, abbiamo deciso di invitare gli architetti, il committente e i principali collaboratori a fare con noi una serie di passeggiate notturne in bicicletta in giro per Copenaghen. Abbiamo visitato spazi pubblici, piazze, parchi – alcuni pieni di fascino, altri più uniformi o poco invitanti. Questi giri in bicicletta sono diventati il nostro metodo di ricerca condiviso: ci hanno permesso di sperimentare insieme la luce, non solo di parlarne. È stato grazie a questo che abbiamo potuto sviluppare un linguaggio comune attorno alla luce, in termini di abbagliamento, contrasto, temperatura del colore e atmosfera…”.
PROGETTARE LA LUCE
Maybe Happy Ending
La catarsi della scenografia elettronica
di Paolo Calafiore
Al calare del buio in teatro, l’apertura del sipario è sempre uno dei momenti più attesi e sorprendenti e quei pochi istanti di buio che ci separano dallo spettacolo ci preparano alla dimensione di un nuovo viaggio in storie immaginate che, davanti al nostro sguardo, si fanno realtà in quella straordinaria macchina del tempo e dello spazio chiamata palcoscenico. A maggior ragione se lo spettacolo che ci accingiamo ad assistere è sul palcoscenico di Broadway. Ed è dalla Corea del Sud che è giunto Maybe Happy Ending un musical straordinario che da Broadway sta conquistando il mondo e che fa parte a pieno titolo della “hallyu” quel fenomeno meglio riconosciuto come “Korean Wave”. È subito all’apertura del sipario che il pubblico spiazzato non si trova di fronte alla classica, scintillante scenografia di un musical, ma viene attratto da qualcosa di più simile a un’installazione museale di arte contemporanea: due piccoli microambienti chiari, geometrici, sospesi nel buio dello spazio scenico, contornati da sottili linee di luce e avvolti da centinaia di pannelli LED che attendono di diventare visioni di città, di cielo, di natura, emozioni di luoghi che riemergono dalla memoria. La versione Broadway parte da un assunto: se Seoul è il luogo della storia, allora deve essere presente sulla scena in tutta la sua complessità visiva e culturale. Seoul, con la sua collisione tra antico e ultramoderno, le sue strade illuminate al neon, a LED e i silenziosi vicoli di quartiere, conferisce alla storia una specificità che la rende reale anziché generica. È proprio questa specificità che lo scenografo Dane Laffrey e il lighting designer Ben Stanton hanno cercato di tradurre in un linguaggio scenico coeso e coerente. Le due stanze — quella di Oliver e quella di Claire — sono le protagoniste silenziose della scenografia. Il design delle stanze degli Helperbot Yards (le residenze per Helperbot in pensione, come Oliver e Claire stessi, NdR) è immaginato da Dane Laffrey attraverso un’illuminazione vivida degli ambienti (progetto di Ben Stanton), circondati dall’oscurità. Pannelli scorrevoli di linee LED separano e mostrano le stanze dei protagonisti affiancate, o in movimento, come un effetto di schermo diviso, coordinate cromaticamente. Gli oggetti di Claire sono rosa e lavanda, con effetti di illuminazione saturi. Gli arredi di Oliver sono per lo più neutri, influenzati dal suo proprietario, con effetti luminosi blu…
Abbiamo incontrato Paula Serna A. Vanegas, architetta e lighting designer colombiana, fondatrice di Estudio Dedós a Medellín.
Passata dalla rigidità tecnica dell’università a una pratica che abbraccia il design della luce, il design dell’ombra e la light art come discipline inscindibili, la light designer racconta la sua visione del progetto luminoso tra tecnica e poesia, e la convinzione profonda che guida il suo lavoro: “La luce si misura in lumen, ma si sente con il cuore”. Una visione che nasce dall’osservazione, dall’esperienza e da un po’ di ribellione nei confronti dell’approccio tradizionale e utilitaristico all’illuminazione che spesso cerca di eliminare l’oscurità inondando ogni angolo di luce, e maturata dalla consapevolezza che le ombre non sono un problema da risolvere, ma una straordinaria opportunità di progettazione. L’ombra definisce profondità, contrasto e atmosfera, è la pausa tra le note che crea la melodia. Se tutto è illuminato allo stesso modo, lo spazio diventa piatto e visivamente estenuante. La progettista in questa intervista ci parla di ritmi circadiani applicati nelle scuole, di ombre trattate come materia di progetto, di premi internazionali vinti. E di come una città difficile come Medellín le abbia insegnato che la luce porta dignità. “I clienti non entrano mai in una stanza dicendo: ‘Adoro i 500 lux su questo tavolo’. Dicono invece: ‘Mi sento così in pace qui’, oppure: ‘Questo spazio sembra magico’. Ho capito che, sebbene la precisione tecnica sia il fondamento della nostra professione, il suo obiettivo ultimo è puramente emotivo. È da lì che nasce la mia convinzione: la luce può e deve essere quantificata dal progettista, ma il suo vero impatto viene percepito dall’utente…”.
SPECIALE
Luce e innovazione
articoli di Marco Frascarolo, Chiara Testoni, Gaia Fiertler, Mariella Di Rao
Luce e innovazione è il tema dello Speciale di questo numero. Cosa significa fare innovazione? Come sta cambiando l’approccio alla professione con l’introduzione di nuovi strumenti digitali? Quali sono le strategie aziendali più efficaci? Lo affrontiamo con un intervento introduttivo del progettista Marco Frascarolo sulla storia dell’innovazione della luce, interviste e importanti cases history.
RICERCA E TECNOLOGIA
Luce senza spina
Guida pratica alla luminescenza
di Matteo Seraceni
Immaginate una luce che non consuma elettricità, non produce calore e, in certi casi, nasce addirittura da esseri viventi. Sembra fantascienza, ma è già realtà: la luminescenza è un processo fisico che trasforma l’energia accumulata sotto forma di eccitazione atomica o molecolare in radiazione visibile. Le tre famiglie più interessanti per il futuro dell’illuminazione sono chemiluminescenza, bioluminescenza e fotoluminescenza.
La prima nasce da una reazione chimica, un esempio è ciò che avviene mettendo a contatto il luminol utilizzato dalla polizia con tracce ematiche. La seconda è la luce prodotta da organismi viventi, come batteri, alghe o le comuni lucciole. La terza è la classica luce che “si carica” di giorno per poi brillare al buio, come quella delle stelline attaccate al soffitto delle camerette…
Negli ultimi anni AIDI – Associazione Italiana di Illuminazione ha lavorato con continuità per riportare la luce al centro del dibattito pubblico, non come semplice tema tecnico, ma come infrastruttura decisiva per il benessere, la sostenibilità e la sicurezza. Nel confronto con istituzioni, Associazioni e mercato, l’Associazione ha svolto un ruolo di mediazione autorevole, difendendo il valore della progettazione della luce e una visione capace di unire innovazione, competenza e attenzione al contesto. In quest’articolo Matteo Seraceni, responsabile tecnico-scientifico dell’Associazione ci racconta le diverse attività realizzate in questi ultimi anni per aumentare la presenza della cultura della luce a livello normativo e istituzionale.
LIGHT ART
Luca Pannoli: “Ascolto sempre il luogo e le sue storie”
di Jacqueline Ceresoli
Abbiamo incontrato Luca Pannoli, architetto, designer e artista, fondatore, nel 1998, di ONDESIGN, studio multidisciplinare di progettazione e ricerca nei campi dell’architettura, del design, della comunicazione e delle arti visive.
Da sempre interessato allo spazio pubblico come territorio di indagine e sperimentazione artistica, esperto di computer grafica 3D e autore di decine di installazioni luminose nello spazio pubblico delle città in Italia e all’estero, ci racconta le sue attitudini interdisciplinari e l’approccio alla Light Art che unisce il rigore del progetto alla creatività connessa alla cultura digitale, design, cinema, poesia, con l’obiettivo di indagare la complessità dei linguaggi multimediali contemporanei nell’arte pubblica. Il suo incontro con la luce è del 1998 con Luci d’Artista a Torino. Quando giovane architetto decide di appropriarmi di un linguaggio già radicato nell’immaginario urbano — quello dei segni urbani — per decontestualizzarne i simboli e caricarli di nuovi significati. I suoi progetti nascono quasi sempre dall’ascolto del luogo non solo in senso fisico ma anche antropologico: le storie, le tensioni, i desideri di chi lo abita. “Ascolto. Comprendo il luogo, la sua anima e le persone che lo abitano. Analisi. Decifro i dati e unisco i puntini per cercare codici nascosti e connessioni invisibili. Creatività. Elaboro ipotesi e abbraccio il caos che genera cortocircuiti di senso. Come scrisse Nietzsche, ‘Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante’ e cerco quella stella. Ideazione. La sintesi, l’atto finale in cui l’idea dà forma all’opera. Responsabilità. La consapevolezza dell’impatto sociale dell’opera nello spazio pubblico…”.
Abbiamo nuovamente incontrato l’Avv. Paolo Sansone, fondatore dell’omonimo studio legale (con sede a Milano), esperto di diritto amministrativo, che, in questa terza intervista, ci parla della disciplina italiana della finanza di progetto, con focus sul diritto di prelazione nei bandi di gara. È noto che la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (C-810/24) del 5 febbraio 2026 ha dichiarato incompatibile con il diritto unionale la disciplina italiana della finanza di progetto nella parte in cui prevede il diritto di prelazione a favore del promotore. Nel ragionamento della CGUE, il punto centrale è che il diritto di prelazione è idoneo a pregiudicare la parità di trattamento degli operatori economici, permettendo al promotore di modificare l’offerta già presentata, nonché i principi di libera concorrenza e di libertà di stabilimento. La sentenza della CGUE apre così diversi possibili scenari con riguardo alle procedure di gara in corso…
Sul numero di LUCE 356 / 2026 tanti altri articoli, interviste e approfondimenti.
Siamo sempre alla ricerca di nuovi suggerimenti e idee per capire, spiegare e far conoscere il mondo della luce italiana e internazionale.
Continuate a leggerci e scriveteci!
L’Albero della Vita, un’immagine sempre viva
di Giò Forma
Marcel Wanders, il Poeta della Luce
di Cristina Rivadossi
Enrico Bagnoli in Dialogo con la luce
di Erica Briani
Tra Oriente e Occidente, la poesia progettuale di Umut Yamac
di Federica Capoduri
Luce come viaggio contemplativo
di Nancy Tollins
Dialogare con la luce
di Marco Nozza
Luce e innovazione: un processo in continua evoluzione
di Marco Frascarolo
Luce e progetto: innovazione è “ibridazione”
di Chiara Testoni
Tra tecnologia e materiali innovativi
Due case history di successo
di Gaia Fiertler
Integrazione, condivisione e connettività
di Mariella Di Rao
La via del valore
La luce progettata, tra arte e patrimonio storico culturale
di Alberto Pasetti Bombardella
Illuminare e sanificare gli ambienti con un LED
La tecnologia Biovitae®
di Gaia Fiertler
Light + Building:
sfide e progetti per il futuro
di Monica Moro
Il potere della luce
La retroilluminazione dei materiali naturali
di Marta Bernasconi
La luce al limite di David Spriggs
di Sabino Maria Frassà
Online Mystery Shopper 2025 di LightingEurope
Il numero di prodotti non conformi venduti online è ancora alto
di Elena Scaroni
Luce, Tempo Visibile
di Alessandro Marata
Tecnologia e lavorazione artigianale si uniscono in una presenza scultorea
La lampada da tavolo Boltons di Artemide
di Cristina Ferrari
Connessione e versatilità
Il sistema Ision per l’illuminazione urbana evoluta di GDS Lighting
di Cristina Ferrari
Abstract della tesi: Lampada da tavolo Compasso “gesto e luce”
a cura della Redazione
GEN Z LIGHTS
di Deborah Madolini (storyboard), Alberto Philippson (disegni)




