LUCE 355
ANNO 64
Marzo 2026
Rivista fondata da AIDI nel 1962
Direttore Mariella Di Rao
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Dove la luce (Pupilla di Ungaretti), immagine appositamente realizzata per LUCE dall’artista Fulvio Morella
€18,00
150 disponibili
In questo numero:
INCONTRI
Il Braille Stellato di Fulvio Morella
di Sabino Maria Frassà
Abbiamo incontrato Fulvio Morella, uno degli artisti più significativi del panorama contemporaneo italiano. Protagonista del ciclo di mostre I limiti non esistono – culminato con Cortina di Stelle al Museo Expo Lagazuoi Dolomiti in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, dove ha presentato anche “sculture di luce” – ha contribuito a ridefinire il rapporto tra arte e percezione. La sua ricerca attraversa due vite solo in apparenza distinte: dapprima riconosciuto a livello internazionale per aver trasformato la tornitura del legno in linguaggio dell’arte contemporanea, Fulvio Morella è approdato poi a una pratica multisensoriale e inclusiva, in cui il braille diventa forma corale di un’arte accessibile e condivisa. Un’arte in cui i limiti individuali si trasformano in possibilità, vissute con gli altri all’urlo di “noi siamo infinito”. Il Braille Stellato, ideato nel 2022 sostituendo i punti con stelle – quasi a farci “toccare il cielo” con le dita – ha portato le sue opere a venire esposte tra le più importanti collezioni al mondo, dal Victoria and Albert Museum di Londra al Kunsthistorisches Museum di Vienna, fino a La Monnaie e all’UNESCO a Parigi. “L’artista delle stelle” racconta qui il suo viaggio verso la luce e il senso della copertina di questo numero di LUCE, intitolata Dove la luce (Pupilla di Ungaretti).
Abbiamo incontrato Lyndon Neri e Rossana Hu, cofondatori di Neri&Hu, studio di design e ricerca con base a Shanghai, per i quali la luce non è mai un elemento neutro né un dispositivo tecnico: al contrario, è un materiale capace di rivelare stratificazioni spaziali, sequenze narrative e relazioni profonde tra individuo, spazio e tempo, perché è nello spazio “emotivo” che il progetto trova il suo senso più profondo. Per loro la luce, in quanto elemento intangibile, acquista presenza attraverso il suo dialogo con la materia, mentre la materia acquista ricchezza attraverso la luce. È proprio questa tensione tra massa e immaterialità che crea stratificazione spaziale e profondità emotiva. I loro progetti tendono a privilegiare la densità, la consistenza e la profondità, dove la luce è distillata e moderata, permettendo di vivere l’architettura nel tempo piuttosto che a “colpo d’occhio”…
Abbiamo incontrato Florian Boje, fondatore insieme a Cristiana Picco e Claudio Santucci, nel 1998, dello studio di design Giò Forma. Tre esperti multidisciplinari, con formazione in scenografia, architettura e paesaggismo che, insieme a un team altrettanto multidisciplinare, creano esperienze innovative e narrazioni architettoniche in diversi settori, come “show & production design”, architettura, cultura, musica, tempo libero, opera lirica, ospitalità, moda, design e intrattenimento in tutto il mondo, dall’Arabia Saudita a Singapore. I tre designers ci spiegano come la luce è di primaria importanza ed è assolutamente integrata sia negli spettacoli che curano, sia nell’architettura. È fondamentale non solo la luce che si vede, ma anche quella che non si vede, sia nella gestione dei progetti sia nella drammaturgia degli spazi e dei tempi. Hanno coniato la definizione di “tutto è palco”, con la quale intendono anche la magia che trasforma l’ordinario in straordinario. Il palcoscenico – che può essere una forchetta, un piatto, un armadio o uno stage teatrale, senza distinzioni – diventa tale quando subisce una trasformazione, visibile o invisibile, attraverso una piccola magia che può anche essere una diversa prospettiva girando un angolo. In questi piccoli trucchi, la luce è uno degli strumenti fondamentali…
INCONTRI
La poetica della luce di Alexander Sivaev
di Paolo Calafiore
Abbiamo incontrato Alexander Sivaev, una delle figure più interessanti nel panorama internazionale del lighting design teatrale. Nato a Mosca nel 1985, dal 2014 Alexander Sivaev ricopre il ruolo di lighting designer principale del Teatro dell’Operetta di Mosca, ma la sua attività spazia dal balletto ai musical, dai teatri di prosa agli spettacoli su ghiaccio, dimostrando una versatilità rara nel settore. È stato più volte candidato al prestigioso premio Golden Mask per produzioni come I Racconti di Hoffmann al Mariinsky, Nureyev al Bolshoi e Amleto al Teatro Lensoviet. Un momento significativo nella sua carriera internazionale è segnato dalla collaborazione con il Teatro alla Scala per Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič, diretta dal Maestro Riccardo Chailly con la regia di Vasily Barkhatov che ha inaugurato il 7 dicembre scorso l’ultima stagione dell’Opera…
INCONTRI
I fili di Chiharu Shiota: connessioni luminose, fra assenza e presenza
di Cristina Tirinzoni
Abbiamo incontrato Chiharu Shiota, artista nata a Osaka nel 1972 che ha studiato pittura alla Kyoto Seika University e, nel 1997, si è trasferita in Germania per approfondire la performance con Marina Abramović. La sua carriera internazionale decolla nel 2015, quando rappresenta il Giappone alla 56ª Biennale di Venezia con The Key in the Hand, un’installazione di oltre 50.000 chiavi donate da tutto il mondo, sospese in fili rossi che emergono da due vecchie barche, evocando vite vissute, segreti custoditi e porte aperte o chiuse nell’esperienza umana. Una nevicata sospesa nel tempo. Dall’alto, nello spazio dell’Agorà del MUDEC, il Museo delle Culture di Milano, scendono migliaia di fili bianchi e sottili, come fiocchi di neve, che respirano lentamente nello spazio illuminato solo dalla luce naturale che amplifica il candore dei fogli creando una trama lieve e silenziosa. Tra essi fluttuano biglietti e fogli di carta su cui compaiono nomi di persone, come sospesi tra presenza e assenza. The Moment the Snow Melts (Il momento in cui la neve si scioglie) è la nuova installazione monumentale site-specific della celebre artista giapponese Chiharu Shiota, allestita in concomitanza con le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 e visitabile fino al 28 giugno. L’installazione, con i suoi 12 metri, – la più alta mai realizzata da Shiota – possiede la forza poetica, la grazia e la delicatezza di un haiku (forma di poesia) giapponese. È una nevicata di ricordi, una meditazione sul tempo, sulla perdita e sulla fragile natura dei legami umani che nascono, si trasformano e lentamente svaniscono: una vera poesia visiva…
La luce anche come elemento di arredo non è solo ciò che permette di vedere ma è anche ciò che permette di sentire lo spazio sia interno che esterno. Ne parliamo nello speciale che troverete in questo numero della rivista con progettisti, designer ed esperti che ci descrivono non solo la storia di come è cambiato il rapporto tra la luce e l’arredo a partire dagli anni Cinquanta ad oggi, ma ci propongono anche nuove tendenze e scenari internazionali. Nella progettazione degli interni contemporanei, infatti, la luce non è più un semplice elemento funzionale, ma una vera e propria materia di progetto, capace di dialogare con l’arredamento, interpretare le forme e rafforzarne il linguaggio espressivo. Illuminare uno spazio interno oggi significa costruire un equilibrio delicato tra percezione visiva, comfort, identità e racconto dello spazio. Il confine tra luce, arredo e architettura si sta progressivamente disciogliendo, lasciando spazio a una progettazione che intende la luce come una vera e propria “materia atmosferica” che diventa sempre più impalpabile…
Le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 si ricorderanno come un indimenticabile evento sportivo con la prima Olimpiade “diffusa sul territorio” e come l’occasione per arricchire il nostro Paese con un patrimonio infrastrutturale destinato a durare nel tempo. Ogni struttura racconta una storia di sport, cultura, riqualificazione urbana e sostenibilità. I Giochi del 2026 sono stati, quindi, l’occasione per realizzare un grande progetto di riqualificazione territoriale che continuerà a produrre valore nel tempo. Al centro della scena milanese ci sono l’Arena Milano e il Villaggio Olimpico che rappresentano un esempio di innovazione e di collaborazione tra le diverse eccellenze produttive del nostro Paese…
PROGETTARE LA LUCE
Un nuovo modello museale
Il Grand Egyptian Museum di Giza
di Nancy Tollins
Il Grand Egyptian Museum (GEM), noto anche come il Museo di Giza, progettato dallo studio Heneghan Peng Architects, è forse ad oggi la più imponente opera architettonica di cultura e ingegneria museale, non un semplice contenitore di antichità, anche se i reperti qui esposti sono di incredibile valore e suggestione. Insignito del Premio Versailles e in dialogo diretto con le Piramidi di Giza, per dimensioni è il più grande Museo monografico dedicato a una civiltà del passato a livello mondiale. Il progetto del GEM nasce da un concorso internazionale, bandito dal governo egiziano sotto l’egida dell’UNESCO, che richiedeva una struttura che potesse dialogare con la monumentalità delle Piramidi senza esserne sopraffatta. Il concorso è stato vinto dallo studio d’architettura Heneghan Peng Architects, fondato da Shih-Fu Peng e Róisín Heneghan a New York nel 1999 e poi trasferito a Dublino in Irlanda. Un aspetto centrale della filosofia progettuale di Heneghan Peng Architects all’esperienza museale è la perfetta integrazione della luce naturale, che lega strettamente la struttura alla ricca narrazione storica della regione. Infatti, molti dei reperti egizi sono in pietra, materiale non facilmente deperibile, il che ha creato un’opportunità unica per introdurre la luce naturale ovunque possibile. A differenza da quanto avviene di solito nei musei, dove la luce naturale viene spesso ridotta al minimo per ovvi motivi di conservazione, questo progetto ha quindi “sposato” questa opportunità, in particolare nelle principali aree destinate al pubblico, per migliorare l’esperienza dei visitatori nel rispetto dell’integrità dei reperti…
PROGETTARE LA LUCE
La filosofia luminosa di Purilighting per il CQGK Hilton hotel
di Nancy Tollins
A Chongqing, in Cina, Purilighting (PURI), studio internazionale specializzato nel settore dell’illuminazione, ha firmato il progetto illuminotecnico del CQGK Hilton hotel, premiato con la “medaglia di bronzo” agli International Design Awards (IDA) 2021 nella categoria Interior Design / Exterior Lighting, che esalta le caratteristiche architettoniche ed estetiche dell’edificio e dell’interior design e mira a rendere visibile il calore attraverso la luce. Appena scende il sole, nello skyline della città vibrante di vita di Chongqing si erge come un faro luminoso la sagoma dell’hotel incarnando una perfetta armonia tra il minimalismo architettonico moderno e il lighting design che ne esalta le linee costruttive. Il progetto illuminotecnico rappresenta un esempio magistrale di come la luce possa trasformare uno spazio architettonico in un’esperienza emotiva di calore e accoglienza, sposandosi perfettamente anche con il progetto degli interni che in questo contesto è ispirato agli elementi del paesaggio, caratterizzato da corsi d’acqua e montagne, e alla natura circostante, interpretati e trasformati nelle forme, nei materiali e nella palette dei colori utilizzati…
LIGHTING DESIGNERS
Susanna Antico: una storia di luce e passione
di Federica Capoduri
Abbiamo nuovamente incontrato Susanna Antico, una grande professionista, autrice di veri e propri capolavori illuminotecnici anche internazionali, come la Cattedrale e la Stazione Centrale di Anversa. Dal 1995 lavora come lighting designer indipendente fino al 2024, anno in cui fonda, insieme al lighting designer Samuel Vespo, lo studio di progettazione illuminotecnica architettonica Loomit, aprendosi anche a una nuova visione, molto personale, della professione. L’anno scorso ha festeggiato 40 anni di lavoro e in questa intervista ci racconta come è cambiato l’approccio all’illuminazione che è sempre più richiesta e apprezzata e il modo di lavorare che richiede sempre di più una velocità di risposta che l’ha portata a creare una struttura nuova che le consentisse di rimodulare tempi e impegni continuando a respirare l’area creativa della libera professione…
La progettazione illuminotecnica si basa su un principio solido: misurare per controllare. Illuminamento, luminanza, uniformità, abbagliamento, resa cromatica hanno fornito un linguaggio comune, verificabile e normativo. Questo approccio resta indispensabile. Ma per una reale illuminazione di qualità, soprattutto in ambito espositivo (negozi o musei), potrebbe non essere sufficiente. L’esperienza visiva di un oggetto o di una scena non si esaurisce nel valore di grandezze fotometriche o colorimetriche misurabili secondo canoni normativi. Ciò che conta è come lo spazio o l’oggetto appare all’osservatore, utente finale e consumatore: quali attributi e giudizi qualitativi emergono e orientano la valutazione di uno spazio espositivo o la scelta d’acquisto. In questo spazio, tra grandezze misurabili e risposta percettiva, si colloca il concetto di Appearance. L’Appearance è la sensazione visiva attraverso la quale un oggetto è percepito con attributi quali dimensione, forma, colore, texture, gloss, trasparenza, opacità. Questa definizione evidenzia la differenza tra metrologia tradizionale, misura di attributi isolati (colore, luminanza, lucidità, …) e Appearance, interazione reciproca tra attributi, mutuata dall’osservatore. Il colore, ad esempio, non è percepito senza il contributo del gloss (distribuzione direzionale della luce verso un comportamento più o meno speculare) che modifica la saturazione apparente, così come lo sfondo e la luminanza di adattamento. Texture e forma influenzano colore e gloss in un continuo intreccio di interazioni, dove anche il contesto visivo e la sua interpretazione incidono sulla valutazione qualitativa…
In molti Paesi la figura del lighting designer è oggi sempre più riconosciuta, ma non ancora pienamente tutelata a livello istituzionale.
Per comprendere come la professione venga rappresentata e difesa nei diversi contesti internazionali, abbiamo incontrato i presidenti di alcune tra le principali associazioni internazionali di categoria, affrontando temi cruciali come le sfide di un mercato in continua evoluzione e il ruolo centrale della formazione e dell’aggiornamento professionale.
Condividono la loro visione Bianca Tresoldi, presidente di APIL (Associazione Professionisti dell’Illuminazione); Carla Wilkins, presidente di IALD (International Association of Lighting Designers); Vincent Thiesson e Akari-Lisa Ishii, presidente e vice presidente dell’Associazione francese ACE (Association des Concepteurs Lumière et Èclairagistes); Álvaro Coello de Portugal, presidente della spagnola APDI (Asociación Profesional de Diseñadores de Iluminación), con il suo collaboratore José Luis Tobalina; Fatih Yetgin, board member della tedesca FILD (Federation of International Lighting Designers)…
Abbiamo incontrato Ai Weiwei, figura tra le più influenti dell’arte contemporanea, artista, attivista e intellettuale capace di coniugare linguaggi visivi, architettura e impegno politico. Figlio del poeta Ai Qing (1910–1996), uno dei massimi autori cinesi del Novecento che pagò con l’esilio vent’anni di persecuzioni, Ai Weiwei ha ereditato dal padre non solo la sensibilità verso la parola e l’immagine, ma anche una disciplina morale: la tensione verso la verità e la libertà come necessità, non come posa. Tra i molti temi che attraversano il suo lavoro — dalla denuncia politica alla memoria collettiva — la luce appare come un filo conduttore sorprendente e ancora poco esplorato dalla critica internazionale. Intesa di volta in volta come esperienza personale, simbolo universale o linguaggio estetico e scientifico, la luce rivela nuove prospettive sul percorso di Ai Weiwei, intrecciando dimensione intima e visione globale. In Ai Weiwei la luce non è mai semplice illuminazione: è una forza etica e politica, nata dall’esperienza del buio, capace di trasformare il dolore personale in visione universale e la memoria in responsabilità. Tra fisica e poesia, Oriente e Occidente, intimità e storia collettiva, la luce diventa il luogo in cui verità e libertà non si dichiarano, ma si rendono visibili — solo a chi accetta di attraversarne anche l’ombra…
Sul numero di LUCE 355 / 2026 tanti altri articoli, interviste e approfondimenti.
Siamo sempre alla ricerca di nuovi suggerimenti e idee per capire, spiegare e far conoscere il mondo della luce italiana e internazionale.
Continuate a leggerci e scriveteci!
Una luce per tutti
di Mariella Di Rao
Il dubbio guida le scelte
di Marcello Filibeck
Simon Schmitz: “L’oscurità è ciò che rende la luce veramente viva”
di Monica Moro
Luce e arredo: un dialogo progettuale nell’illuminazione degli interni
di Margherita Suss
Giulio Cappellini: “La luce è materia che crea magia”
di Cristina Rivadossi
Verso una “materia atmosferica”
di Chiara Testoni
La luce ritrovata a Casa-Museo Bagatti Valsecchi
di Federica Capoduri
Un varco che unisce
La Porta di Luce ad Alba
di Monica Moro
Francesca Smiraglia: “Il design, come la luce, è una forma di cultura e responsabilità”
di Marco Nozza
Fotovoltaico sull’acqua: una prospettiva per il futuro
di Gaia Fiertler
Filippo Cariolato: “Oggi innovare significa ripensare il comportamento della luce”
di Giulia Ottavia Silla
Un deposito che respira luce e fotografia
Il Nederlands Fotomuseum di Rotterdam tra memoria industriale, città e visione
di Paola Testoni
LightingEurope a Light + Building 2026
di Elena Scaroni
Light Art in bilico tra rigore concettuale e sensibilità visiva, qualità e spettacolarità
di Jacqueline Ceresoli
Il Paradosso della Trasparenza
di Alessandro Marata
Superficie che diventa infrastruttura attiva
Il sistema HYLEtech + Nex-S di HYLEtech5
di Cristina Ferrari
Pezzi unici e tutela del Made in Italy
La lampada Diva di Dedicato Design
di Cristina Ferrari
Abstract della tesi “Sperimentazioni di luci tra trame e superfici: uno studio applicato agli spazi espositivi”
a cura della Redazione
GEN Z LIGHTS
di Deborah Madolini (storyboard), Alberto Philippson (disegni)




