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IBM Software Executive Briefing Center, 2010 - Roma. La luce dei LED multicolore modifica gli scenari nelle diverse ore del giorno esaltando gli arredi ed evidenziando le superfici contraddistinte dalle “strisce” del logo IMB. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

Massimo Iosa Ghini: “Utilizzo la luce per costruire valore” (LUCE 351, marzo 2025)

By Pierluigi Masini
Pubblicato il
Agosto 2025

LUCE incontra Massimo Iosa Ghini, uno degli architetti e designer italiani di maggior spicco nel panorama internazionale del progetto. Negli anni Ottanta ha partecipato alle avanguardie progettuali fondando il movimento culturale Bolidismo e facendo parte del gruppo Memphis di Ettore Sottsass. Nel 1990, ha aperto la Iosa Ghini Associati che oggi opera a livello internazionale sviluppando progetti per grandi gruppi e developer internazionali. Ambasciatore del Design Italiano e del Red DotNetwork, nel 2015 ha ricevuto il Premio Marconi per la Creatività.

Ragionare sulla luce a occhi chiusi serve a recuperare la sensazione di certe situazioni, il ricordo di immagini che entrano nella propria ricerca: l’intervista a Massimo Iosa Ghini, architetto e designer, parte così. “Il tema della luce lo collego alla percezione che ho di me stesso e del mio lavoro. Ho sempre pensato di non essere un artista, ma poi mi sono accorto che la lettura che la nostra società dà dell’artista mi assomiglia. C’è questa distinzione tra l’essere artista – uno che non è concreto – e il fare un lavoro che porta qualcosa di utile per gli altri. Un vecchio dibattito che ho trovato nel recente saggio di Nuccio Ordine (L’utilità dell’inutile) e mi ha dato molti spunti interessanti. Ecco, io sono sempre stato lì, su quel crinale”.

IBM Software Executive Briefing Center, 2010 - Roma. L’intero progetto rielabora in modo innovativo e affascinante le famose “strisce” del logo IBM. La caratteristica principale dello spazio architettonico, ovvero le linee morbide che definiscono le aree funzionali sono enfatizzate con Ledstrips, utilizzate sia a soffitto che a terra. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

E da lì cosa ha scoperto?

Che rendi di più, anche nei confronti degli altri, se porti avanti una tua attività interiore. Sono stato sempre pudico nell’esternare questo mio lato artistico, perché pensavo: quella è una cosa mia e la tengo per me; io devo condividere, fare per gli altri. Ma, in fondo, il mestiere dell’architetto è la perfetta rappresentazione di questo dilemma: essere artista creativo, con l’onere delle realizzazioni. Non artista creativo e basta.

La luce quanto è importante nel suo lavoro?

La luce è per sua stessa natura non materiale. E quindi si avvicina parecchio a quell’idea di libertà espressiva, creativa, laddove la materia, invece, ti comprime. A occhi chiusi, quando penso alla luce, vedo la sfida di applicarla a un ambiente architettonico. In questo sono molto legato alla mia professione e ricerco un elemento artistico, all’interno di uno spazio che aiuti a definirlo. Utilizzo la luce per costruire valore e l’ambiente per incentivare e armonizzare la luce.

Ci faccia qualche esempio…

So che mettendo le luci in un certo modo, ottengo un risultato molto alto e che, se le utilizzo male, ottengo tutt’altro. Io tendo a una prospettiva ricca. Storicamente, mi vengono in mente certi lavori con la luce al neon di Lucio Fontana… Era una tecnologia allora all’avanguardia, un semplice segno per una valorizzazione enorme dello spazio. Era un guardare la luce, non un illuminare. La luce come elemento che dà forza allo spazio perché è visibile. Altro esempio, molto più semplice, è la veletta, una mensola dentro la quale corre una linea di luce che batte sul soffitto, sulla volta, alza gli spazi, crea contrasto con la parte inferiore in penombra, disegna una linea dorata. Cerco un legame tra il segno, l’elemento materiale e l’immaterialità della luce.

IBM Software Executive Briefing Center, 2010 - Roma. La luce dei LED multicolore modifica gli scenari nelle diverse ore del giorno esaltando gli arredi ed evidenziando le superfici contraddistinte dalle “strisce” del logo IMB. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

Progettare con la luce è una sfida?

Pixel Pro, iGuzzini 2012. Un corpo illuminante dal design fluido e ricercato, che unisce tecnologia LED avanzata ed eleganza per valorizzare ogni spazio con efficienza e carattere. La dispersione del calore viene controllata attraverso il design del dissipatore: l’elemento funzionale diviene oggetto di progettazione estetica. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

Il design del corpo illuminante mi piace molto perché è un po’ come lavorare con l’energia pura: hai questa cosa che non sai bene come prendere, una sorgente che non si fa catturare, che non blocchi con due viti, che non ha punti fisici. La lampada invece ha una sua vita, genera un fascio luminoso, devi capire come creare, emotivamente e praticamente, valore. Il corpo illuminante è il modo di andare intorno a questa sorgente ma le interpretazioni, nel settore dell’illuminotecnica, sono tantissime. A me ha sempre interessato il concetto di imbrigliare o agevolare il fascio luminoso, con più o meno materia, esprimendo una forte carica espressiva.

Il design della luce è quello che ha avuto una forte innovazione tecnologica. Noi italiani come ce la caviamo?

Lampada a sospensione Spore S, Leucos 2009. Diffusore in vetro soffiato color cristallo trasparente. Struttura in metallo cromato. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

Certo, è stata una rivoluzione tecnologica passare dall’incandescenza al LED, ed è cambiata la progettazione del corpo illuminante. L’incandescenza emana calore in direzione della luce mentre il LED fa il contrario: scalda poco ma dietro, in direzione opposta al fascio di illuminazione. Questo ha determinato il cambio di paradigma nella progettazione dei corpi illuminanti; prima dovevi dissipare in direzione della luce, con le lampade da tavolo, quando allungavi la mano per muoverle, ti bruciavi.

L’obiettivo dell’innovazione – che è un po’ la “condanna” del design italiano, fare qualcosa che ancora non c’è – sta entrando in una fase sempre più complicata. Diciamo che è più facile, più plausibile, essere conformisti. Mentre se tu guardi alle nostre aziende di illuminazione, la loro è stata una storia di diversità plausibile.

Ora, nei sistemi contract, c’è una innovazione di componenti, magari relativa ai consumi, alla qualità della luce, al colore, alle dimensioni dell’oggetto: facciamo un cilindro, facciamolo più piccolo, facciamolo piccolissimo. Ma io ho sempre pensato che la sorgente luminosa voglio anche guardarla, voglio guardare il corpo illuminante. L’aspetto funzionale e basta mi interessa relativamente poco, è di supporto all’idea ma non è l’idea.

Ci racconti a cosa sta lavorando.

Da qualche mese stiamo progettando il rinnovamento degli spazi retail di una grande catena di cosmetici. Il tema è: devi far vedere il prodotto, che ha dei colori e delle rese, e serve un’illuminazione tecnicamente ineccepibile. Ma in questo modo pervadi l’ambiente con un’atmosfera clinica, asettica, che non mi piace. Quello che sto cercando di fare è mettere del colore nelle aree, pareti e soffitto, non direttamente interessate al prodotto. Perché la luce e il colore sono in grado di cambiarti anche radicalmente lo spazio. Per questo parto dall’anima artistica, mi fido del mio intuito, voglio dare un incremento qualitativo facendo battere la luce su pareti colorate trasparenti. Abbiamo costruito da pochi mesi un prototipo e stiamo valutando con quali corpi illuminanti lavorare.

Per un architetto, qual è la cosa più difficile da fare con la luce?

Fiandre Headquarters, 2024. Una sala riunioni, dotata di tutti i sussidi tecnici più attuali. È equipaggiata per le videoconferenze e arredata con mobili su disegno che ne esaltano l'allure professionale ed esclusiva. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

Parto da lontano, da quando nel 1986 ho lavorato in Rai come disegnatore e poi come scenografo. Il programma si chiamava Obladì Obladà ed era condotto da Serena Dandini, andava in onda dallo Studio Fiera 2 di Milano. Ecco, lì, a contatto con questi tecnici – gente di grande esperienza che spostava le luci per creare effetti diversi usando le gelatine, che conosceva i trucchi del mestiere – ho capito che la luce non è una cosa tecnica ma è scenografia. Un’idea più teatrale, puoi usarla per ottenere suggestioni di colori e non tappeti di illuminazione omogenea.

È chiaro che per far questo devi avere una palette di strumenti: li devi conoscere, assimilare, ci vuole del tempo per saperli usare. Ecco, per rispondere alla domanda, dico che la cosa più difficile è proprio acquisire quella sensibilità, avere a disposizione tutti gli strumenti e poi rivolgersi all’azienda per ricevere un ottimo supporto. Come dico sempre ai miei collaboratori: prima dovete sapere cosa volete mettere in evidenza e cosa va indebolito. Dopo di che, si decide come progettare tecnicamente per interpretare l’idea.

Torniamo all’aspetto artistico di cui parlava all’inizio…

Quando ho cominciato io, se non sapevi disegnare, e quindi rappresentare, potevi anche cambiare mestiere – per fortuna quello è sempre stato un mio punto di forza. Poi c’è il lato tecnico che va sempre considerato e non voglio dare l’idea che sia qualcosa di secondario: è allo stesso livello. Ma se non parti dall’idea, puoi essere solo un bravo esecutore. Devi avere la capacità immaginativa, che oggi è surrogabile con vari altri metodi, ma che è governata dal progettista.

Fiandre Headquarters, 2024. Lo Studio Iosa Ghini Associati ha curato il restyling della sede storica dell’azienda. Nell’immagine la nuova reception che si distingue per il suo design classico contemporaneo. Photo courtesy Iosa Ghini Associati
Brickell Flatiron, Miami. 2020. Grattacielo di 64 piani, ospita 549 unità abitative arredate con mobili e finiture di lusso. Lo Studio Iosa Ghini Associati si è occupato della progettazione degli interni. Nell’immagine, la hall caratterizzata da ampie vetrate e curve che richiamano il design esterno. Photo courtesy Iosa Ghini Associati

L’Intelligenza Artificiale è un surrogato della creatività o piuttosto una spinta in più?

Io la uso esattamente così, anche come fonte di ispirazione. Nella progettazione, lo spazio dell’AI è enorme, ha la capacità di fornirti molto velocemente tutta una serie di possibilità. Non è un surrogato, per me c’è interazione con la creatività. Io non ho nessun tipo di pudore a dire che la utilizzo, perché penso che debba entrare in dialogo con l’architetto. Ma è chiaro che sta cambiando velocemente il nostro mestiere.

AUTHOR

Pierluigi Masini

Pierluigi Masini è giornalista professionista, laureato con lode in Lettere alla Sapienza di Roma, indirizzo Storia dell'arte. Dopo aver lavorato per 35 anni al Gruppo Monrif (Il Giorno, il Resto del Carlino, La Nazione), oggi collabora con diverse testate e si occupa di arte e design. Ha scritto con Antonella Galli il libro I luoghi del design in Italia edito da Baldini+Castoldi.

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