Personaggi
Anne Skoogfors: nella luce dei fiori, l’anima dell’immagine
By Sabino Maria Frassà
Pubblicato il
Luglio 2025
INDICE
- 1 Anne, il suo lavoro è il risultato di anni di ricerca e sperimentazione, ma anche di grandi trasformazioni: ce ne parla?
- 2 Ci racconta meglio com’è nata la sua tecnica e l’uso dello scanner, che immagino avesse a casa?
- 3 Ci parla del suo modus operandi: come sperimenta una tecnica che poi diventa parte del suo processo creativo?
- 4 Quindi tanta “improvvisazione” con e attraverso la luce?
- 5 I fiori nella sua arte: una scelta estetica o c'è una connessione più profonda?
- 6 Perché contraddizioni?
- 7 Il suo lavoro si inserisce in una lunga tradizione che va dalla pittura di natura morta alla grande fotografia. Tante le citazioni: ce ne parla?
Prosegue su LUCEweb il percorso dedicato alla luce come materia e metafora nell’arte al femminile. In questa tappa, il focus si concentra sull’opera di Anne Skoogfors, artista statunitense che fa della luce – naturale, digitale, concettuale – il cuore della propria ricerca visiva. Le sue composizioni nascono dall’incontro tra botanica e fotografia, in una pratica che intreccia sensibilità ecologica, linguaggio tecnologico e riflessione sulla caducità.
Tra evocazioni romantiche e tensioni sperimentali, le sue immagini illuminano zone intime e silenziose dell’esperienza, rivelando connessioni sottili tra corpo, paesaggio e tempo. Per Skoogfors, la luce non è solo un elemento tecnico, ma un modo di vedere e sentire il mondo.
Nata e cresciuta a Filadelfia, dove ancora oggi vive e lavora, Anne Skoogfors è conosciuta per le sue opere incentrate sul fiore come soggetto e simbolo. Il suo linguaggio visivo – raffinato, diretto, profondamente sensibile – ha conquistato un pubblico internazionale, portando nella scena contemporanea un’estetica che unisce delicatezza e precisione. Dopo gli studi al Chestnut Hill College negli anni Settanta, ha dato inizio a una pratica artistica in continua trasformazione, capace di integrare tecniche analogiche e strumenti digitali in modo personale e poetico.
Nel 2005 presenta per la prima volta la serie Botanica, composta da 28 cyberstampe floreali realizzate con uno scanner: un gesto semplice che diventa gesto artistico. L’uso innovativo della tecnologia, unito a una sorprendente intensità cromatica, cattura l’attenzione della critica. Le opere vengono selezionate per la mostra A Closer Look presso l’Arcadia University Art Gallery, curata da Claudia Gould, direttrice dell’Institute of Contemporary Art.
Ma la svolta era già avvenuta nel decennio precedente. Negli anni ’90, Skoogfors viene inclusa in Contemporary Philadelphia Artists con l’opera Temple to Blue, entrando nella collezione permanente del Philadelphia Museum of Art. Poco dopo, con White Cosmic Hand e Black Cosmic Hand, realizza due lavori astratti in bianco e nero che segnano una maturazione profonda e la affermano come figura originale nel panorama della fotografia d’autore.
Anche oggi, superati i sessant’anni, continua a reinventarsi senza perdere coerenza. Le serie Transcend e Romancing the Rose segnano la sua affermazione nel digitale, dove ha trovato una nuova forma di relazione con il pubblico. Su Instagram condivide alcune tra le sue opere più iconiche – come Swan Dreaming e Above the Fray – conquistando nuovi spettatori con la stessa grazia con cui da sempre si muove tra linguaggi e tecniche. Nonostante l’apertura ai media contemporanei, la sua poetica resta comunque saldamente radicata in un’osservazione sensibile della natura e della sua luce interiore.
Di poche parole e molte immagini, Anne Skoogfors costruisce un mondo silenzioso e toccante, dove ogni petalo, ogni piega, ogni imperfezione diventa racconto. Un mondo da guardare piano, lasciandosi attraversare dalla luce.
Anne, il suo lavoro è il risultato di anni di ricerca e sperimentazione, ma anche di grandi trasformazioni: ce ne parla?
Inizialmente mi sono dedicata alla pittura, al disegno e alla stampa. Avevo già un interesse per la materia luce nella fotografia, possedendo una Olympus Pen-F già al liceo. Questa attitudine alla luce, e quindi alla fotografia, l’ho esplorata pienamente come mezzo artistico fino a molto più tardi. Negli anni ’80 e ’90 ho esposto dipinti e stampe realizzate con metodi tradizionali. Durante questo periodo, mi sono sposata con un fotoreporter e ho iniziato a lavorare al Bryn Mawr College. Tuttavia, nei primi anni ’90 ho sofferto di un’intossicazione causata dall’esposizione a sostanze chimiche utilizzate nella ristrutturazione di un ambiente di lavoro. Questo mi ha costretta ad abbandonare la pittura a olio e gli inchiostri a favore di mezzi acquosi e di pastelli. È stato in questo periodo che ho iniziato a sperimentare con quello che avevo in casa.
Ci racconta meglio com’è nata la sua tecnica e l’uso dello scanner, che immagino avesse a casa?
Esatto: un giorno quasi per caso, incuriosita da come avrebbe catturato con la sua “luce” artificiale un fiore, l’ho posizionato sul vetro dello scanner, ho chiuso il coperchio e ho eseguito la scansione. Successivamente, ho lasciato il coperchio aperto e ho notato che lo scanner registrava l’immagine con distorsioni luminose. Per eliminarle, ho costruito una scatola d’ombra intorno allo scanner per controllare la luce. Questa sperimentazione si è sviluppata nel corso degli anni e, nei primi anni 2000, le scansioni botaniche sono diventate il fulcro della mia pratica artistica.
Ci parla del suo modus operandi: come sperimenta una tecnica che poi diventa parte del suo processo creativo?
Il mio processo creativo è come trovarsi in mezzo all’oceano: in continuo movimento, senza una meta precisa, ma guidata dalla curiosità. Attualmente, scansiono fiori raccolti, ricevuti in dono o acquistati, poi manipolo le immagini con strumenti digitali. Non ho mai ricevuto una formazione formale nell’editing fotografico, quindi il mio processo è prevalentemente intuitivo, fatto di tentativi ed errori. Lavoro manualmente, esplorando le funzionalità dei software in modi inaspettati, lasciando che l’istinto mi guidi fino a quando l’immagine non mi sembra completa.
Un elemento chiave del mio processo è l’onestà. I fiori sono bellissimi, ma non voglio cancellarne le imperfezioni. Gli strumenti digitali offrono infinite possibilità per alterare la realtà, ma io abbraccio le venature, le ammaccature, l’ingiallimento e gli strappi: questi dettagli raccontano una storia. Aggiungono profondità e verità, ricordandoci la fragilità e la transitorietà della vita.
Quindi tanta “improvvisazione” con e attraverso la luce?
Certo, ma non solo con la luce, è il mio modo di fare e disfare. I miei lavori emergono attraverso un processo improvvisato, sia nella disposizione dei fiori sullo scanner che nella manipolazione digitale, perché il mio obiettivo non è estetico, ma creare un senso di intimità, invitando lo spettatore a osservare i dettagli minuziosi di ogni fiore.
I fiori nella sua arte: una scelta estetica o c'è una connessione più profonda?
La mia fascinazione per la natura è iniziata con mia nonna, che amava il giardinaggio. Mi ha insegnato a osservare attentamente i fiori, gli alberi e gli uccelli, facendomi apprezzare l’emozione e il mistero dell’identificazione. All’università, il mio professore di botanica rimase colpito dalla mia conoscenza delle piante regionali, un sapere che avevo assorbito fin dall’infanzia.
Lavorando part-time in un negozio di fiori, sono rimasta affascinata dalle loro contraddizioni.
Perché contraddizioni?
Sono straordinariamente belli, ma imperfetti: ogni fiore porta con sé le proprie irregolarità. Simboli potenti di rinascita e decadimento, intrecciano la vita e la sua inevitabile transitorietà. La loro bellezza effimera ci invita ad ammirarli con più intensità, ricordandoci al tempo stesso la fragilità dell’esistenza. Questa dualità – crescita e declino, seduzione e vulnerabilità – è il cuore pulsante della mia ricerca artistica. Forse è proprio questo che desidero trasmettere: la capacità di trovare bellezza nell’imperfezione, di riconoscere la delicatezza della vita e di celebrare le connessioni profonde che uniscono tutti gli esseri viventi.
Il suo lavoro si inserisce in una lunga tradizione che va dalla pittura di natura morta alla grande fotografia. Tante le citazioni: ce ne parla?
Tre tradizioni artistiche principali influenzano il mio lavoro: innanzitutto la luce e le velature della pittura fiamminga e olandese di nature morte; poi l’illustrazione botanica; infine i movimenti d’avanguardia del XX secolo, in particolare il Dadaismo e il Surrealismo.
Tra i pittori del Seicento, le opere di Adriaen Coorte mi hanno segnato in modo profondo: le sue composizioni essenziali evocano intimità e custodiscono, spesso in modo sottile, un senso di memento mori, un richiamo alla caducità della vita.
Anche la fotografia, ovviamente, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del mio sguardo. Sono attratta dal realismo austero di Ansel Adams, dalla precisione elegante di Irving Penn e dallo sguardo ironico ma empatico di Elliott Erwitt: ciascuno, a suo modo, coniuga rigore formale e intensità emotiva, un equilibrio che cerco di riflettere anche nel mio lavoro.
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