Personaggi
Francesca Alfano Miglietti: per Yoko Ono la luce è sempre stata un messaggio di pace e di amore
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Maggio 2025
INDICE
- 1 Perché un libro su Yoko Ono?
- 2 L’arte di Yoko Ono è sempre stata una sfida aperta al mondo.
- 3 Cosa rappresenta per Yoko Ono la luce?
- 4 Puoi dirci qualcosa in più su questo lavoro?
- 5 Ancora oggi “Imagine”, scritta nel 1971 in un preciso contesto storico, quello della guerra del Vietnam, delle proteste e della contestazione giovanile tutta Europa, resta una delle pietre miliari nella storia della musica, con quella sua utopistica visione del mondo prefigurato dal potere dell’immaginazione.
- 6 “Lumière de L’aube” è il titolo scelto per la prima retrospettiva francese al Musée d'art contemporain de Lyon, nel 2016
- 7 La sua prima opera con la luce?
- 8 “To the Light” (verso la luce) è il titolo scelto per la mostra presso la Serpentine Gallery di Londra nel 2012
- 9 Francesca, non resisto a farle la domanda: Yoko Ono e Lennon come e quando si sono conosciuti?
- 10 Luce. La prima immagine che le viene in mente?
- 11 La luce che abbiamo perduto?
- 12 Ci stiamo dirigendo verso questa luce?
“Light (luce) è una delle parole chiave di tutta la sua opera. Nel corso della sua vita artistica YoKo Ono ha usato la luce come messaggio di pace e di amore”, racconta entusiasta a LUCEweb Francesca Alfano Miglietti, nota anche con lo pseudonimo acronimo FAM, sfacciata, irruenta, visionaria, sorprendente, acuminata e morbida, teorica e critica d’arte, già docente di Teorie e Metodologie del Contemporaneo all’Accademia di Belle Arti di Brera, curatrice di mostre, rassegne e convegni, da sempre attenta alle forme di espressione più sperimentali, che esplorano il confine fra visibile e invisibile. Ha appena dato alle stampe, affiancata dal nipote Daniele Miglietti, esperto di musica, il libro Brucia questo libro dopo averlo letto (Shake edizioni). È molto più di una monografia su Yoko Ono, la donna più odiata del rock (è stata spesso accusata di essere stata la principale causa dello scioglimento dei Beatles): è l’omaggio a una grande artista che rifiuta le convenzioni, che crede nel potere della immaginazione per cambiare il mondo, che invita a guardare l’arte con occhi nuovi, a riconoscere il valore dell’intangibile, a comprendere che un’opera non è solo un oggetto, ma un’esperienza, un processo, una possibilità. E la luce è un messaggio di pace e di amore. E che ancora oggi, a 92 anni compiuti il 18 febbraio, con la sua vita e la sua arte, può ispirare le nuove generazioni.
Perché un libro su Yoko Ono?
Per riscoprire o scoprire un’artista che ha ridefinito il concetto stesso di arte, dando sempre vita a nuovi progetti, senza mai restare ferma, costruendo un linguaggio unico nel suo genere. Performance, poesia, musica, videoarte, happening e politica. Oggi è normale per i giovani artisti lavorare simultaneamente in ambiti differenti, come la musica e l’arte e il cinema e l’architettura, ma negli anni Sessanta era una cosa completamente nuova. Il suo lavoro ha anticipato questa interdisciplinarietà, non c’è linguaggio che Yoko Ono, artista e attivista, non abbia demolito e rielaborato secondo la propria radicale visione del mondo ispirando chi, come lei, voglia sottrarsi alla lingua unica del potere, della finanza e del conformismo. È stata pioniera dell’arte concettuale e partecipativa, ma anche della musica underground di fine secolo, al fianco dello sperimentalismo di John Cage, del movimento Fluxus degli anni ’60, insieme all’architetto lituano George Maciunas, che nasce dal desiderio di non avere confini, costrizioni e identità, nella convinzione che l’arte potesse cambiare la società. Spesso si dimentica che Yoko Ono esisteva già da ben prima del suo incontro con John Lennon. Una pioniera che ha anticipato tutti i tipi di performance e opere e ha sempre avuto il coraggio tipico degli artisti radicali e liberi, sempre in lotta contro le convenzioni artistiche e sociali. Sì, adesso basta. Basta con le semplificazioni e con l’odio che hanno accompagnato la figura di Yoko Ono nel corso dei decenni.
L’arte di Yoko Ono è sempre stata una sfida aperta al mondo.
Yoko Ono è in realtà una delle poche artiste “pure” nella nostra contemporaneità. Il suo lavoro sfida la mercificazione dell’arte. Ciò è documentato dalla sua parodia del mondo dell’arte, come l’allestimento di una finta mostra in un importante museo di New York. La maggior parte delle sue opere non è in vendita, perché Ono ha spesso sottolineato che il valore dell’arte non dovrebbe essere misurato in termini monetari, ma in termini di impatto sociale e di cultura. La sua arte non è mai stata un semplice esercizio estetico, ma sempre un atto politico, una forma di resistenza e di rivendicazione. Una provocazione che non si esaurisce nel gesto, ma invita alla riflessione, alla partecipazione, alla trasformazione. Un invito all’azione. Quando si va a una mostra di Yoko Ono, non si è lì per vedere oggetti o quadri protetti. Si va per partecipare. Per lei, l’arte è incompiuta, un processo a cui partecipiamo come creatori collaborativi. Siamo invitati a calpestare un dipinto (Painting to Be Stepped On, 1960), a tagliare i suoi vestiti (Cut Piece, 1964), ribaltando il rapporto tra artista e fruitore, spostando l’attenzione dalla creazione all’esperienza. Poi certo arriverà il celebre Bed-In con John Lennon, nel 1969, durante il viaggio di nozze ad Amsterdam: rimasero a letto per tutta una settimana per protestare contro la guerra in Vietnam.
Cosa rappresenta per Yoko Ono la luce?
È uno stimolo di pace e di amore. Yoko Ono è sempre stata un’artista profondamente ottimista, una fondamentalista dell’utopia che a ogni costo tentava di chiedere una chance per la pace. La luce non è solo metafora di conoscenza ma anche la possibilità che qualcosa può accadere. Il potere dell’immaginazione. Un’utopia realizzabile. Per Yoko, pensare qualcosa di diverso significa anche cambiare la nostra esistenza e il nostro mondo. Immaginare la pace crea pace. E l’impegno a favore della pace che ha sempre contraddistinto il suo pensiero si è espresso attraverso azioni e installazioni dal forte impatto visivo e concettuale. In questo senso l’opera più nota è sicuramente Imagine Peace Tower, ideata nel 2007, in memoria di John Lennon sull’isola di Viðey, al largo della costa di Reykjavík, in Islanda. Una torre di luce splendente che funge da faro per tutti coloro che desiderano contribuire alla pace nel mondo.
Puoi dirci qualcosa in più su questo lavoro?
L’Islanda è stata classificata come il paese più pacifico, secondo la classifica del Global Peace Index, e per questo motivo Yoko Ono ha ritenuto che fosse il luogo giusto per la Imagine Peace Tower. La Torre è composta da un pozzo largo 10 metri su cui sono incise le parole “Imagine peace” in 24 lingue; al suo interno sono presenti 15 proiettori navali, quelli più piccoli da 2 kV sono posizionati sotto la superficie nel cerchio esterno della costruzione, mentre 6 proiettori più grandi da 7kW sono orientati verticalmente verso il cielo. La forza, l’intensità e la brillantezza della torre faro cambiano continuamente mentre le particelle nell’aria fluttuano con il cambiamento del tempo e delle condizioni atmosferiche uniche in Islanda, creando iridescenti rifrazioni arcobaleno quando c’è pioggia o con la neve. La Torre utilizza l’energia geotermica, con un impatto minimo sull’ambiente, e sotto si lei sono sepolti oltre 1 milione di desideri raccolti da Ono nel corso degli anni per un altro progetto, Wish Trees. È illuminata ogni anno a partire dal 9 ottobre, compleanno di Lennon, fino all’8 dicembre, data in cui è stato ucciso; dal 31 dicembre al 6 gennaio (periodo del Capodanno islandese e dell’Epifania) e per una settimana intorno all’equinozio di primavera, e il 18 febbraio, giorno del compleanno dell’Artista. In questo senso Imagine Peace Tower è l’ideale proseguimento del lavoro che Yoko Ono, insieme a John Lennon, ha da sempre condotto a favore della pace nel mondo.
Ancora oggi “Imagine”, scritta nel 1971 in un preciso contesto storico, quello della guerra del Vietnam, delle proteste e della contestazione giovanile tutta Europa, resta una delle pietre miliari nella storia della musica, con quella sua utopistica visione del mondo prefigurato dal potere dell’immaginazione.
Forse ancora non tutti sanno che questo capolavoro è nato dalla poesia di Yoko Ono dal titolo Grapefruit. Imagine dovrebbe essere firmata Lennon/Yoko Ono. Il richiamo all’arrivo della luce era già presente nel celebre video clip di Imagine, girato a Tittenhurst Park nel 1971: Yoko Ono e John Lennon attraversano un viale colmo di foschia che non lascia intravedere nulla, simbolo della nebbia che avvolge l’umanità, una nebbia che rende ogni cosa e persona indistinta, grigia, senza personalità e spessore, omologata. Insieme giungono a casa. John Lennon, seduto al piano in un immenso salone bianco e spoglio, inizia a suonare e cantare mentre Yoko lentamente apre a una a una tutte le imposte, lasciando entrare la luce là dove regnava il buio fino a poco prima del loro arrivo. La luce invade pian piano la sala finché si rischiara completamente, a quel punto può sedere silenziosa accanto a lui. È la luce della pace, dell’armonia, dell’amore.
“Lumière de L’aube” è il titolo scelto per la prima retrospettiva francese al Musée d'art contemporain de Lyon, nel 2016
Un omaggio ai fratelli Lumière, inventori di quella strana cosa che è il cinema. Nati a Besançon, poco dopo si trasferirono a Lione, dove il padre aprì un piccolo laboratorio fotografico. Ma non solo. La luce dell’alba è la madre di tutte le luci. Tra le opere esposte aveva molto colpito l’installazione all’esterno Freight Train, treno merci, un vagone pieno di fori di proiettili dai quali emergono spiragli di luce. Un lavoro che Yoko Ono aveva realizzato pensando a un tragico evento di cronaca del 1987, quando i corpi di decine di clandestini messicani furono trovati all’interno di un vagone merci del treno Missouri Pacific dalla polizia di frontiera del Texas, asfissiati dal calore mentre inseguivano una speranza. E nella stanza buia nella quale si entrava, si era invitati a toccarsi con qualunque sconosciuto, senza preconcetti.
La sua prima opera con la luce?
Lighting Piece, che risale al 1955, quando l’artista si era trasferita negli Stati Uniti e studiava composizione, affascinata dalla musica di Schöenberg, al Sarah Lawrence College di New York. “Accendi un fiammifero e guarda finché non si spegne”. Documenta un evento effimero come l’accendersi e il consumarsi di un fiammifero per diventare metafora del fluire spontaneo dell’esistenza e della costante trasformazione dell’energia. La riproporrà con il Film No. 1 nel 1966: mostra un fiammifero che viene acceso e divampa al rallentatore, con echi visivi degli studi fotografici di Harold Edgerton sul movimento e più di un accenno all’orrore della bomba atomica. Yoko Ono aveva 12 anni, sfollata in montagna, quando furono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
“To the Light” (verso la luce) è il titolo scelto per la mostra presso la Serpentine Gallery di Londra nel 2012
“To the Light” (verso la luce) è il titolo scelto per la mostra presso la Serpentine Gallery di Londra nel 2012
To the Light chiarisce in modo inequivocabile il tipo di atteggiamento mentale che sostiene l’attivismo di Yoko Ono. Mentre gli attivisti di oggi si descrivono spesso come motivati dalla rabbia, persino dalla furia, per l’ingiustizia, poiché c’è davvero molto per cui arrabbiarsi, l’attivismo di Yoko è costantemente guidato dalla gioia, dal sorriso e dalla fede nei piccoli gesti, definito per altro da molti detrattori ingenuo, infantile. Yoko pensa davvero che stiamo andando tutti verso la luce. È un’utopia, ma noi creiamo il futuro con i nostri desideri, ribatte. Sempre più persone stanno pensando alla luce, stanno pensando di creare qualcosa per entrarci. In questa mostra, quando entri nell’ultima stanza, le impronte conducono verso la luce. Siamo tutti insieme. Ha usato la sua celebrità per protestare contro la guerra. Questo sentimento è evidente in opere come Helmets (Pieces of Sky) del 2001, dove sono presentati elmetti dell’esercito della seconda guerra mondiale adornati con immagini blu del cielo. Accompagnate da istruzioni che esortano gli spettatori a “prendere un pezzo di cielo” che lei vede come un simbolo di speranza e di immaginazione senza limiti. Ancora un messaggio d’amore attraverso la luce è Onochord, un’istallazione del 2018 realizzata nell’arcipelago di Lofoten in Norvegia. Consiste in una serie di flash di luci a intermittenza I (un flash) Love (due flash di luce) You (tre flash). È rivolto non solo a una persona amata, ma all’intero pianeta. Così dice l’artista: “C’è così tanta paura, confusione e rabbia nel mondo che è bello avere un momento per pensare all’amore, al posto di qualsiasi cosa”. E penso sia bellissimo, no?
Francesca, non resisto a farle la domanda: Yoko Ono e Lennon come e quando si sono conosciuti?
ll primo incontro avvenne la sera del 9 novembre 1966, a Londra, all’Indica Gallery: John Lennon stava visitando quella sera in anteprima la mostra di Yoko Ono che il giorno dopo si sarebbe inaugurata. Tra le opere d’arte “interattive” create da Yoko Ono, quelle che incuriosirono di più Lennon furono – raccontano le cronache – una mela esposta con tanto di targhetta “Mela”, una scala con specchietti che formavano la parola “Yes” e un muro sul quale i visitatori sarebbero stati invitati a piantare dei chiodi. Quella sera Lennon insistette per piantare il primo chiodo, Yoko non voleva, dopo una lunga discussione Yoko cedette dicendo a John: “Ok, piantalo ma dammi 5 scellini”, al ché John le rispose: “Ti darò 5 scellini immaginari se tu mi farai piantare un chiodo immaginario”. L’’immaginifica parola era già in quel loro primo incontro. Incredibile, no?
Luce. La prima immagine che le viene in mente?
Il momento in cui i nostri occhi innamorati si incontrano e sprigionano una luce tutta particolare. Venere è il pianeta più luminoso del sistema solare, la sua luminosità supera quella di Sirio. E come mi ricorda il mio amico Marco Pesatori, dotto studioso di astrologia con laurea in Storia della Critica d’Arte con una tesi sul movimento Dada, nella simbologia astrologica Venere è l’espressione globale dell’affettività. Ci parla di bellezza, armonia e di relazione. La luce è amore. E l’amore è lo spiraglio di luce quando tutto è buio.
La luce che abbiamo perduto?
La luce che ci permette la visione dell’invisibile. Le ombre, le evanescenze, le tracce, le sagome, il riconoscimento di un “al di là” del reale e del contingente, finestre aperte che invitano a sorpassare la soglia dell’immagine e della materia, che si situa tra il visibile e l’invisibile, in qualità di anello di congiunzione e intermediazione tra questi due mondi, rinunciando a nominare e addomesticare il mondo da una prospettiva univoca. Questa luce io la chiamo “la meraviglia”. La meraviglia è lo sguardo che non dà nulla per scontato e che partecipa alla conoscenza, non in termini di mera assimilazione, ma di disvelamento del non conosciuto. Credo che ci sia molto da “scoprire” in questa dimensione, nutrendo di meraviglia lo sguardo. Una ricerca alimentata dall’amore e nell’amore per il sapere, non come immagazzinamento di nozioni, ma come sguardo, gesto, ascolto che assapora, dunque esperisce, riflette, sente.
Ci stiamo dirigendo verso questa luce?
Quello dello stupore è un bisogno innato, inscritto nel nostro stesso essere “umani”. Ogni accadimento è nuovo, accade sempre per la prima volta e merita per questo stupore, attenzione, esplorazione, apprezzamento.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
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