Light Art
Quando le parole si fanno luce. La “scrittura di luce” di Joseph Kosuth
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Luglio 2026
INDICE
A volte è sufficiente un pensiero luminoso per mutare radicalmente il nostro modo di osservare la realtà. È da questa convinzione che Joseph Kosuth (classe 1945, nato a Toledo, in Ohio), tra i principali esponenti dell’Arte Concettuale americana (movimento che dagli anni Sessanta ha rivoluzionato il ruolo dell’opera d’arte, spostando l’attenzione dal fare al pensare) torna a intervenire nello spazio pubblico, affidando alla luce del neon il compito di trasformare la facciata del Museo del Novecento a Milano in un vero e proprio dispositivo critico, capace di interrogare il rapporto tra tempo, sguardo e città.
La nuova installazione site-specific dell’artista americano, intitolata Vedere le cose (per A.S.) ed entrata a far parte della collezione permanente del museo grazie all’acquisizione del Comune di Milano, è stata inaugurata il 1° luglio 2026 alla presenza dello stesso Kosuth. Si tratta di una scrittura di luce in neon bianco caldo che si distende per circa 28 metri lungo il lato su via Marconi.
Un dialogo tra Museo e spazio pubblico
Un dialogo tra Museo e spazio pubblico
Per questa opera, Kosuth ha scelto una citazione tratta dagli Scritti dispersi (1943-1952) di Alberto Savinio, una riflessione sulla poetica metafisica che esplora l’essenza nascosta delle cose, andando oltre le loro apparenze: “Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità”. Il progetto nasce, infatti, nell’ambito di Metafisica/Metafisiche, la grande mostra diffusa (curata da Vincenzo Trione e promossa da Triennale Milano insieme a Palazzo Reale di Milano) al Museo del Novecento, a Grande Brera–Palazzo Citterio e alle Gallerie d’Italia.
Conclusasi il 21 giugno, la mostra trova in questa installazione una naturale prosecuzione che ne estende la riflessione oltre lo spazio espositivo, depositandola nel tessuto urbano come segno permanente e visibile, intrecciando la tensione metafisica evocata da Savinio con la ricerca concettuale di Kosuth e dando corpo a un pensiero luminoso che invita i passanti a superare l’apparenza delle cose e a interrogarsi sul loro significato più profondo.
In questo dialogo tra arte e architettura, l’intervento di Kosuth ridefinisce anche la percezione del museo che non è più soltanto un luogo di conservazione, ma una soglia attiva tra l’opera e la città. “Il lavoro di Joseph Kosuth segna un ulteriore passaggio rispetto a una strategia che, negli ultimi anni, ha visto il Museo del Novecento aprirsi a una sempre maggiore osmosi con la città – ha sottolineato il direttore del Museo del Novecento, Gianfranco Maraniello –. L’arte esce dallo spazio espositivo e si diffonde nello spazio pubblico, facendo del Museo un luogo in cui il pensiero si accende e si propaga nella dimensione urbana contemporanea”. Una visione che si fonda sulla convinzione che l’arte debba essere accessibile a tutti: “Credo che il museo abbia questa funzione, oggi più che mai”.
La collocazione dell’installazione assume anche un forte valore simbolico: sembra, infatti, gettare idealmente un ponte tra i due Arengari, anticipando il futuro collegamento fisico e concettuale destinato a unirli, come ha evidenziato l’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, e rappresenta “Una sorta di prima pietra di questo percorso che ci porterà al completamento di uno dei grandi musei di arte moderna e contemporanea del nostro Paese”. Proprio nelle scorse settimane sono iniziati i lavori di ampliamento della struttura del secondo Arengario, destinata a diventare parte integrante del museo. Elemento centrale del progetto (che si svilupperà in circa due anni) sarà la nuova passerella tra i due Arengari, concepita per creare un unico percorso museale sospeso su piazza del Duomo. Firmata da Sonia Calzoni con Pierluigi Nicolin e altri architetti, la struttura prevede l’uso del vetro, con una parte inferiore riflettente e una superiore trasparente, attraverso cui sarà visibile il passaggio dei visitatori.
Si apre un ulteriore livello di significazione. Come ha ricordato Domenico Piraina, direttore della Cultura del Comune di Milano, per decenni le grandi insegne luminose al neon di Palazzo Carminati hanno segnato il volto notturno di Piazza Duomo, intrecciando luci e colori in un’immagine emblematica della Milano del boom economico: una città proiettata verso il futuro, capace di tradurre la propria energia produttiva nel linguaggio spettacolare della modernità urbana. Queste insegne sono state rimosse definitivamente nel 1999.
L’intervento di Joseph Kosuth si innesta consapevolmente su questa eredità visiva, ma ne opera una profonda rifunzionalizzazione semantica. “Il neon di Kosuth segna un passaggio significativo: il neon, per lungo tempo emblema della comunicazione commerciale e della seduzione pubblicitaria, viene sottratto alla logica del consumo per essere restituito alla dimensione del pensiero critico. Milano non si presenta più soltanto come palcoscenico della modernità mercantile, ma riafferma la cultura quale principio ordinatore della propria identità urbana”. In questa prospettiva, il medium luminoso conserva la propria forza iconica, ma ne rovescia la funzione: da dispositivo della pubblicità si trasforma in strumento di riflessione, stimolo a una consapevolezza più profonda della città e del suo significato simbolico. Facendo della città non (soltanto) uno spazio da attraversare con lo sguardo, bensì un testo da leggere e interpretare.
In dialogo con il neon di Lucio Fontana
L’installazione di Kosuth instaura idealmente un dialogo anche con Struttura al neon di Lucio Fontana, realizzata per la IX Triennale di Milano del 1951 e oggi collocata al quinto piano del Museo del Novecento, nel soffitto della sala completamente vetrata che ne amplifica la visibilità dall’esterno. L’opera si sviluppa come un arabesco fluorescente lungo circa 100 metri, composto da segmenti tubolari piegati a mano e sospesi tramite cavi d’acciaio e una controsoffittatura appositamente progettata dagli architetti. Luciano Baldessarri e Marcello Grisotti.
Proprio Lucio Fontana – che, con i suoi celebri tagli, ha superato i limiti della tela, intuendo che, dopo le rivoluzionarie scoperte della fisica quantistica, anche la concezione dello spazio non poteva più rimanere immutata – fu tra i primi artisti, confrontandosi con le innovazioni scientifiche e tecnologiche, a comprendere le potenzialità espressive del neon.
Il neon concettuale di Joseph Kosuth
Per Joseph Kosuth, che adotta i tubi al neon a partire dalla metà degli anni Sessanta, il neon stesso è “simile alla scrittura, perché non è permanente”. Le sue installazioni luminose cessano così di essere “opere”, almeno nel senso tradizionale del termine. Di fronte ad esse il pubblico non è chiamato a una partecipazione emotiva, bensì a un confronto di natura intellettuale. “L’arte esiste solo come idea”, afferma Kosuth, e proprio per questo va radicalmente separata dalla dimensione estetica: ciò che conta non è la forma, ma il significato che l’opera produce.
Kosuth sceglie dunque il neon per dematerializzare l’arte e creare una forma di comunicazione visiva pura. La luce del neon non ha la funzione di sedurre lo sguardo, ma di rendere visibile il pensiero. Un dispositivo per interpellare la costruzione del significato.
Le parole brillano come pensieri fugaci nella notte della nostra coscienza, il loro senso costantemente in movimento, sempre differito, secondo una concezione che trova una significativa consonanza con il pensiero del filosofo francese Gilles Deleuze, per il quale l’arte è innanzitutto produzione di senso e apertura di nuove possibilità di pensiero. Tra le opere più emblematiche figurano Five Words in Blue Neon (1965), le parole scritte in neon blu dicono esattamente quello che sono: cinque parole in neon blu.
La medesima riflessione si sviluppa in Self-Defined in Five Colors (1966), dove ogni parola è realizzata nel colore che essa stessa nomina. Un ulteriore sviluppo di tali ricerche è rappresentato dalla serie Ex Libris, nella quale Kosuth realizza installazioni al neon contenenti citazioni, tratte da filosofi e scrittori, collocate in edifici pubblici, biblioteche e spazi urbani.
Anche in quest’ultima installazione per il Museo del Novecento, scrivere con la luce significa rendere visibile il pensiero. Attraverso l’arte, una facciata architettonica, illuminata da una scritta al neon, diventa un luogo di produzione del sapere. Per vedere le cose. In profondità. Oltre l’apparenza immediata della superficie.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
LEGGI DI PIÚ
Light Art
Luce e scienza si incontrano. La mostra “Antonio Barrese: Morfologie di luce”
BY Cristina Ferrari | 17 Lug 26
Light Art
La luce che svela l’invisibile nelle opere di Tiziana Priori
BY Jacqueline Ceresoli | 3 Lug 26
Light Art
Nel segno della luce oltre i confini tra reale e immaginario. Dieci anni di creatività a Parma
BY Jacqueline Ceresoli | 14 Mag 26
Light Art
Sculture luminose e un arcobaleno di luce e colore. Marco Lodola illumina Piazza della Scala a Milano
BY Cristina Ferrari | 11 Mag 26
