Milano Design Week 2026
Dal Distretto di Brera, all’Uzbekistan: tutto è creatività e accoglienza!
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Aprile 2026
INDICE
Ci siamo: dal 20 aprile, con la tradizionale conferenza della rivista INTERNI all’Università Statale di Milano, calato il sipario sull’Art Week, la città non ha più pareti, parafrasando la canzone di Gino Paoli, e si apre ufficialmente la kermesse più attesa dell’anno, la Milano Design Week, con eventi, installazioni, talk, presentazioni e (troppi) drink diffusi dal centro alla periferia.
In questa settimana (20/26 aprile) si incontrano persone da tutto il mondo e si vedono più cose in assoluto, per bisogno di appagare curiosità e conoscenza. Comunque vada è un happening collettivo da condividere anche con chi non è interessato al design. Il Fuorisalone 2026 mira alla cultura progettuale del fare, “Essere progetto” (titolo dell’edizione), con la consapevolezza che tutto cambia, e dobbiamo metabolizzare la complessità del presente come opportunità di rinnovamento. Nel distretto di Brera da non perdere, a Palazzo Citterio (via Brera 12), la Uzkbekistan Arts and Culture Development Foundation (ACDF) che presenta When Apricots Blossom – An exploration of cultural renewal and contemporany craft from Karakalpakstan, Ukbekistan, con oggetti e installazioni che permettono di vivere un’immersione nell’artigianato uzbeko e nella cultura della regione del Mar d’Aral, connessa all’ecologia.
Ideata da Gayane Umerova, presidente di ACDF e a cura dell’architetto Kulapat Yantrasast, la mostra espone nuove opere realizzate da 12 designer, tra cui Bethan Laura Wood (Regno Unito), Bodir Klichev (Uzbekistan), Didi NG Wing Yin (Finlandia, Hong Kong), Fernando Laposse (Messico), Glithero (Paesi Bassi, Regno Unito), Kulapat Yantrasast (Tailandia, Stati Uniti), Marcin Rusak (Polonia), Nifemi Marcus-Bello (Nigeria), Sanne Visser (Paesi Bassi, Stati Uniti), Sevara Haydarova Donazzan (Uzbekistan, Italia), Studio CoPain (Belgio), Raw-Edges (Regno Unito), con l’obiettivo di reinterpretare in chiave moderna usanze e rituali tradizionali.
In Uzbekistan, infatti, il design è strettamente connesso all’artigianato locale, gli oggetti esposti al piano interrato oscurato nell’austero Palazzo Citterio presentano una rielaborazione di tradizioni consolidate, con una prospettiva rigenerativa di pensare oggetti e luoghi che, dietro l’arte del fare, celano nei materiali e tecniche storie sociali. Alla base del progetto ci sono un sapere sociale e una connessione tra artigianato e pratiche artigianali della regione del Mar d’Aral e del Karakalpakstan.
Un luogo di incontro tra tradizione e modernità
L’ingresso del Palazzo è decorato con un elaborato arazzo a trama aperta con dettagli ornamentali sospesi, che scende come una cascata policroma all’ingresso, realizzato in collaborazione con artigiani uzbeki e del Karakalpakstan., e ispirato alle nappe e ai nastri tessuti a mano usati da secoli in tutta la steppa per adornare iurte (architetture nomadi), abiti e oggetti domestici, tutti elementi che promettono protezione e sono utilizzati nelle cerimonie. Nel paradisiaco cortile interno svetta il Garden Pavilion, ovvero la versione contemporanea della iurta, una struttura architettonica tradizionale nata dalla vita nomade nella steppa, adattabile a diversi contesti, che si smonta e rimonta facilmente, progettata per muoversi. Questo padiglione traduce la struttura a reticolo, reinterpretata da designer contemporanei, evoca il rifugio nomade come spazio di incontro e fulcro della vita sociale e, a Milano, diventa spazio della connessione e della conversazione tra persone di tutto il mondo. Qui, tra arredi in legno, per una settimana ci saranno incontri, laboratori da vivere come luogo di contemplazione e relazione nel mezzo di un giardino.
Oltre il nutrimento: significati sociali e simbolici del pane
Il titolo del progetto evidenzia l’importanza della produzione delle albicocche, una delle esportazioni agricole più importanti dell’Uzbekistan, e poi c’è il pane che in karakalpako racchiude significati che vanno oltre il nutrimento, poiché viene offerto agli ospiti al loro arrivo, ed è compagno di viaggio negli spostamenti importanti. Di questo elemento integrante nella vita domestica e cerimoniale, in Uzbekistan ne esistono più di cento tipi, marchiati dal timbro in legno fatto a mano, chiamato chekich in uzbeko e tikesh in karalalpako, che viene usato per imprimere intricati motivi sull’impasto prima della cottura in forno. I timbri con motivi geometri o floreali sono specifici di determinati panifici e famiglie. Il loro pane, infatti, va oltre il significato nutrizionale e sociale: secondo la tradizione lo si mette sotto il cuscino dei bambini per tenere lontani gli incubi, lo si bacia quando cade a terra e lo si tocca per giurare verità.
I 12 designer, di cultura, esperienze e provenienza diversa, hanno realizzato un vassoio con timbri ispirati a quelli artigianali, lavorando a contatto con intagliatori locali, con l’obiettivo di mostrare come le tradizioni sono in continua evoluzione, perché informano e formano il futuro.
Prima di uscire guardate il film Where the Water Ends, diretto dal regista Manuel Correa e dall’architetta Marina Otero Verzier, un documentario che esplora poesie, canzoni, ricette, commissionato dall’ACDF nel 2026. Il film segue gli abitanti del Karakalpakstan mentre decidono quali ricordi conservare e immaginano nuovi modi di vivere in un territorio un tempo definito dalla presenza del mare. Tra altre tradizioni, si assiste anche a una dimostrazione culinaria guidata da uno YouTuber karakalpako, un concerto della Filarmonica di Nukus e una lettura di poesie che trasformano in gesti rivolti alle generazioni passate, presenti e future. E capirete perché tutte le persone che continueranno a portare il mare con sé, attraverso quel ricordo, lo preservano continuando a farlo esistere nell’immaginario collettivo.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
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