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Paolo Fresu: “Il mio Miles Davis. Principe delle tenebre e di luce”
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Febbraio 2026
“Ero sul molo di Cagliari, davanti al mare. La giornata era luminosa, piena di luce, e proprio in quella luce si spegneva il ‘Principe delle Tenebre’”. Lo racconta a voce bassa Paolo Fresu, trombettista, compositore e scrittore italiano, come se parlasse di un vecchio amico. Lentamente, con uno stupore quasi sommesso, come se ancora oggi quel contrasto lo sorprendesse: il buio evocato dal soprannome e la luminosità ostinata del cielo. Come se la morte non potesse davvero offuscare ciò che Miles Davis aveva acceso nella musica… E nella vita del giovane trombettista sardo che aveva mosso i primi passi nella banda del suo paese natale, Berchidda, e che, con la sua tromba e il filicorno, sarebbe diventato un jazzista di fama mondiale.
Non è una cronaca giornalistica: è una memoria emotiva. E dal ricordo di quella luce in quel 28 settembre 1991, giorno della morte di Miles Davis (a Santa Monica, in California, per problemi respiratori, all’età di 65 anni), da questa materia viva prende vita kind of MILES, il concerto in forma teatrale che abbiamo visto a Milano al Teatro Carcano, tappa di una lunga tournée (sarà a Torino il 10 e l’11 marzo). Paolo Fresu non costruisce un semplice omaggio al più grande trombettista jazz, ma dà forma a un dialogo intimo, personale, quasi inevitabile. “È il mio Miles Davis”, confessa, perché nel narrare la sua storia finisce per raccontare anche sé stesso, mescolando episodi autobiografici a frammenti della vita e dell’arte di Miles Davis: con quasi pudore e umiltà, sottovoce.
Regia e scenografia dello spettacolo sono di Andrea Bernard (Bolzano, 1987; regista e architetto, attivo tra opera e teatro, vincitore dell’European Opera-directing Prize 2016 per La Traviata e Premio Abbiati 2024 per il Don Carlo). La scena è costruita su un impianto visivo molto essenziale e controllato, dove il nero del fondale, da cui emergono i musicisti, diventa uno spazio vivo capace di trasformarsi nel corso della serata, attraversato da proiezioni astratte e texture luminose che affiorano e si dissolvono seguendo l’andamento sonoro, trasformando lo sfondo in un elemento dinamico anziché statico. Una tela su cui la luce costruisce l’atmosfera, creando un effetto scenico immersivo. Grazie alla collaborazione con la Facoltà di Ingegneria della Libera Università di Bolzano e ai new media artists Marco Usuelli e Alexandre Cayuela, durante alcuni momenti dello spettacolo sul grande schermo prendono forma emozioni e suoni: una tecnologia speciale elabora in tempo reale un visual basato sui segnali biometrici e acustici rilevati dai sensori indossati da Fresu, trasformandosi in movimento e immagini.
Un tappeto visivo mutevole su cui scorre la musica travolgente delle varie fasi creative di Miles Davis: A Birth of the Cool, It Never Entered My Mind, I Thought About You, Round Midnight, a brani dall’album Bitches Brew, coadiuvati da alcuni brani originali dello stesso Fresu e della sua band. I costumi, che rievocano gli anni Settanta, sono di Elena Beccaro.
Sul palco con Fresu (tromba e filicorno) si esibisce una formazione di fuoriclasse: Christian Meyer, batteria; Federico Malaman, basso elettrico; Dino Rubino, pianoforte e Fender Rhodes (un particolare tipo di piano elettrico); Marco Bardoscia, contrabbasso; Stefano Bagnoli, batteria; Bebo Ferra, chitarra elettrica e Filippo Vignato, trombone e effetti elettronici. Il raffinato disegno luci, curato dal cuneese light designer Marco Alba (al secolo Marco Albanese, classe 1982, laurea in Storia dell’Arte, corso di lighting designer alla Accademia del Teatro alla Scala di Milano) alterna tonalità calde e fredde, coerenti con l’andamento musicale, contribuendo a definire ritmo, atmosfera e profondità dello spazio scenico: Luci calde e morbide (ambra, giallo tenue), concentrate sui musicisti, creano un’atmosfera raccolta, quasi confidenziale, mentre quando la musica si fa più elettrica e dinamica, virano verso cromie fredde (blu, viola, talvolta bianco freddo).
La prima luce
Tutto era cominciato proprio con una luce. È stata una fiammella blu che saltava fuori dal bruciatore di una stufa, la prima immagine della sua memoria infantile, intensa, improvvisa, capace di suscitare “paura vera”, per la prima volta nella sua vita e allo stesso tempo anche una sorta “di gioia selvaggia”, piccola, fragile, ma capace di guidare la curiosità, accendere la creatività e rischiarare il buio. “Quella piccola fiamma è per Davis il primo incontro con l’ignoto, una scintilla che lo spinge in avanti”, racconta Fresu. Per Miles Davis, il rapporto tra luce e tenebra non è soltanto estetico: il contrasto attraversa tutta la sua vita artistica e personale e diventa la chiave poetica dell’intero racconto, un gioco di luce e ombra dove il buio non è mai assenza, ma preludio a nuove possibilità sonore.
Il soprannome di Davis – Prince of Darkness – evocava il suo suono scuro, la sua figura enigmatica, il carattere spigoloso, le ombre della sua vita. Ma Fresu rovescia l’immagine. “La sua oscurità non è mai stata buio, ma profondità. Ha trasformato l’ombra in un modo per illuminare il futuro. Ha sempre rifiutato l’ovvio, immergendosi nell’ignoto; e la luce era coraggio, la capacità di cambiare forma, di rinascere ogni volta. E continua a rischiarare il jazz e a regalarci emozioni profonde”. “Senza Miles la musica oggi sarebbe sicuramente diversa”, dice ancora Fresu. “Miles lascia in eredità un universo artistico vasto e rivoluzionario, ancora oggi inesauribile fonte di scoperta e ispirazione. Miles ci ha insegnato ad andare sempre avanti. Credo che in questo momento storico, al di là dell’estetica, ci sia un bisogno impellente di vedere oltre le cose”.
“La tromba di Miles è un suono che accarezza e inquieta”, dice Fresu. Nello spettacolo la tromba di Fresu emerge dalla penombra, disegna curve e spigoli invisibili, lampi di note che emergono dal silenzio, lasciando spazio a pause cariche di tensione. Fresu non imita Miles Davis, non lo replica: lo evoca. Non idealizza Davis: ne ricorda le ombre, il carattere spigoloso, le sue debolezze, l’eroina, ma anche le sue battaglie, da artista nero in un’America che è nel pieno dei conflitti razziali. Ma insiste su ciò che conta davvero: il coraggio del cambiamento continuo. “Con la sua tromba leggendaria Miles Davis invitava a non suonare quello che c’è ma quello che non c’è. Era in costante ricerca: un suono che evolvesse con il tempo e con la vita, invece di ripetere formule conosciute. Così il suo timbro è rimasto coerente eppure sempre nuovo per decenni. Ha anticipato i tempi, aperto una porta in cui siamo che potuti entrare, perché c’è sempre stata in lui una visione che ha guardato avanti. Se oggi siamo qui, molto lo dobbiamo a Miles”.
La prima volta che Fresu ascoltò Miles Davis risale agli anni della sua adolescenza, nel piccolo mondo musicale della Sardegna. Un compagno della banda locale gli passò una cassetta con Autumn Leaves, tratta dall’album In Europe (registrato nel 1963) che poi scoprirà essere il tema delle “Foglie morte”. “Assolutamente lunare, Non avevo mai sentito nulla di simile”, ricorda Fresu. Lo ascoltò per un’intera settimana e trascorse mesi a cercare di riprodurre quel suono e quel modo di fare musica, scoprendo quanto il jazz potesse essere libero e aperto. Successivamente, fu folgorato dall’ascolto di Round Midnight, soprattutto per il modo in cui Miles usava il silenzio fra le note. “Al jazz mi sono appassionato così, pensando che potesse essere la musica della libertà”. Talvolta veniva persino accusato di mancare di rispetto al pubblico perché durante i concerti si esibiva di spalle; in realtà, era una scelta voluta per mettere la musica al centro della scena, lasciando che fosse lei la vera protagonista.
Musicalmente, la tromba di Fresu non imita: entra in dialogo. Le citazioni sono sottili, mai didascaliche. Lo spettacolo bilancia narrazione e suono con raffinata misura teatrale, tessendo una tensione che unisce parola e musica in un unico respiro. E silenzio. “Quando ho scoperto Miles Davis”, racconta Fresu, “ho capito qual era il rapporto tra suono e silenzio. Questa filosofia del silenzio mi ha poi in qualche modo sempre accompagnato. Sono uno che suona poche note e che parla poco e piano”.
Davis è sempre sul palco, con la sua musica, presentificato nelle fotografie iconiche che hanno segnato l’immaginario collettivo e che scorrono sul fondale. Con la pelle nera come la pece, le mani rugose, i sorrisi rari, la mitica tromba rossa con una decorazione dorata di lune e stelle (creata negli anni ’80 dal designer Larry Ramirez). Come quella in bianco e nero scattata dal fotografo Jim Marshall nel 1971, in una palestra di boxe. Era diventata una delle sue grandi passioni, una nuova ancora di salvezza, dopo l’esperienza con l’eroina. Miles è al centro del ring, a torso nudo, con i pantaloncini da allenamento, le braccia appoggiate ai cavi del ring e lo sguardo diretto, profondo, verso l’obiettivo. Ogni muscolo, ogni piega del corpo comunica disciplina, tensione controllata e determinazione.
“Miles è stato un combattente”, commenta Fresu, “capace di affrontare i pregiudizi razziali con la stessa intensità con cui presidia il ring. Il vero combattente non è soltanto chi sferra colpi, ma chi sa resistere, attendere il momento giusto, calibrare ogni gesto. Dove ogni nota è un colpo preciso, misurato e potente. E trasformare la propria arte in una sfida quotidiana”.
Rievoca la sua voce, divenuta rauca e arrugginita, dopo l’intervento subito alle corde vocali (per rimuovere dei polipi alla laringe), come un vecchio vinile graffiato che conserva comunque ogni nota di memoria e sentimento. La sua postura a esse: il corpo leggermente inclinato all’indietro, con la campana della tromba rivolta verso il basso, alla ricerca di un suono terreno, denso. “Era un tratto distintivo di Miles e, in qualche modo, è diventato anche parte di me”, commenta Fresu. “In quella posizione, quasi ripiegato verso terra, si avvertiva una tensione costante verso la ricerca del suono. Miles non inseguiva mai la musica o la creatività in astratto: ha dedicato la vita a trovare un suono preciso, immediatamente riconoscibile come suo”. E aggiunge: “In questa incessante ricerca si può scorgere anche un bisogno di riscatto rispetto alla società afroamericana, un desiderio di affermazione personale. La sua spinta quasi ossessiva verso il successo, la passione per il lusso, le auto, le donne, rivelano in modo evidente — e talvolta neppure troppo velato — un profondo bisogno di riconoscimento e legittimazione”.
Fra un aneddoto personale e l’altro, abbiamo conosciuto la vicenda dell’incontro “mancato” con Davis, a Umbria Jazz nel 1984. Ricorda ancora che il leggendario trombettista si presentò con un paio di pantaloni pazzeschi di pelle rossa (il rosso era il suo colore preferito, come la tromba e la Ferrari), la maglietta gialla e una collana d’oro da un paio di chili. “Alla fine il direttore voleva presentarmelo. Ma sopraffatto da un’accelerazione incalzante del battito cardiaco, sono scappato via come un ladro”. Così, il ventitreenne timido jazzista sardo, entrato da pochi anni nel mondo del jazz, fece sfumare un’occasione mai più recuperata
Lo spettacolo si chiude con una coinvolgente cover di Time After Time in cui il grande trombettista offre un’interpretazione straziante del classico pop di Cyndi Lauper. Quando le luci si abbassano, con il pubblico che continua ad applaudire, si ha la sensazione che il dialogo con Miles davvero continui. E qui, in questo regno di chiaroscuri, la tromba del principe del jazz continua a parlare, a suggerire, a emozionare. Time After Time.
Shadow e light (Ombra e luce)
Con l’album Kind of Miles, pubblicato nel 2025, ispirato alla musica dello spettacolo omonimo, Fresu non realizza semplicemente un album che richiama la storia discografica di Miles Davis, ma instaura un vero e proprio dialogo con una delle figure più influenti del jazz, filtrato attraverso la propria sensibilità e il suo personale linguaggio musicale.
La doppia suddivisione in Shadows e Lights, che costituisce l’ossatura dell’album, è molto più che un semplice espediente formale, ma una mappa emotiva. La prima sezione, Shadows, richiama l’anima più notturna e introspettiva di Davis, quella di Kind of Blue (1959): come una stanza semi-buia con poche luci soffuse. La tensione è interna, trattenuta.
Un suono sfuggente, una dimensione rarefatta e meditativa, che può sembrare misteriosa, lontano dall’energia frenetica del bebop precedente, un paesaggio emotivo quasi malinconico. Il suono è simile a un’ombra che si allunga o si accorcia a seconda della luce., come un’ombra che ti segue lentamente, discreta ma sempre percepibile. E in mezzo a tutto ciò resta l’emozione pura, intensa, inafferrabile.
La seconda parte, Lights, rappresenta un contrasto netto, abbracciando sonorità elettriche (Fender Rhodes, chitarre, basso elettrico), ritmi influenzati dal rock e dal funk. Rappresenta l’altra faccia del musicista: brillante e sperimentale. C’è energia continua: qui la musica cammina, corre, pulsa. Le frequenze alte (piatti, tastiere elettriche) brillano. Una luminosità artificiale, elettrica, quasi psichedelica. Non è la luce morbida del tramonto (come in Kind of Blue). Non lampioni che riflettono sull’asfalto. È piuttosto la luce artificiale che accende una metropoli. È neon che vibra. Prime luci dell’alba tra i grattacieli. La musica di questo periodo illumina per trasformare. Espande lo spazio intorno a sé, quasi fisicamente. In quest’ottica, Lights non è solo “la parte più vivace”: è una dichiarazione di libertà creativa, illuminando nuovi percorsi musicali. Attraverso un’evoluzione continua.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)
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