Light Art
Stefano Banfi: “Tutto è folgorazione, forme, simboli e colori”
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Dicembre 2025
INDICE
- 1 Dalla grafica pubblicitaria alle opere a muro retroilluminate: quando e perché ha scelto la luce come medium?
- 2 Quali materiali, oltre al LED, utilizza e che funzione hanno nella sua ricerca artistica?
- 3 Cosa vuole comunicare con le sue opere figurative che riproducono le immagini più iconiche della storia dell’arte dal Rinascimento a oggi?
- 4 Come ha inciso nel suo lavoro artistico la sua formazione nell’ambito della comunicazione e della grafica pubblicitaria?
- 5 Che valore ha la decorazione nelle sue opere volutamente pop?
- 6 È passato dalla riproduzione delle opere dei maestri dell’arte a creature ibride tra uomo e animale. Chi sono le sue “Regine” totemiche post-umane?
- 7 La Light Art è pop, perché?
- 8 A quale mostra sta lavorando?
- 9 Con quali artisti vorrebbe esporre e dove entro il 2030?
Abbiamo incontrato Stefano Banfi (Milano, 1974) art designer, grafico pubblicitario attratto dalla comunicazione, dalla personalità poliedrica ed esuberante, che non poteva non approdare al mondo dell’arte luminosa. Ha collaborato con importanti agenzie di comunicazione e con brand internazionali di primo piano. Comunicatore per vocazione, durante il suo percorso triennale in Grafica e Illustrazione Pubblicitaria presso l’ISC (Gruppo IED), ha esposto alla IX Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo e successivamente alla VII Biennale del Messico.
Travolto dalla carriera creativa nell’ambito pubblicitario ha rallentato per necessità l’indagine artistica, ma la passione è cresciuta. Nel 2019 ha ripreso il percorso partecipando, post Covid, alla IV Biennale di Salerno 2021, ottenendo il secondo premio nella sezione videoarte e nuove tecnologie delle arti. Nel 2022 ha conquistato il primo premio nella sezione virtuale per l’Arte Digitale alla IV Biennale Internazionale di Arte Armenia Colombia BIARCO e dal 2022 rientra nel prestigioso collettivo artistico di Galleria Vik Milano, ideato e promosso da Micaela Bonetti e Alessandro Riva.
Dalla grafica pubblicitaria alle opere a muro retroilluminate: quando e perché ha scelto la luce come medium?
Mi sono formato come artista digitale e i miei strumenti di progettazione, al di là dei bozzetti preparatori eseguiti a mano, sono sempre stati elettronici: tavoletta grafica, computer e software di disegno, senza alcun supporto dell’Intelligenza Artificiale.
Il lightbox, e dunque la luce, è per me un linguaggio naturale e profondamente legato al mio background professionale. Dopo anni a contatto con le insegne luminose, il passaggio alla luce come medium è stato spontaneo: le mie opere nascono illuminate su un monitor e trovano nel lightbox la loro forma definitiva.
Quali materiali, oltre al LED, utilizza e che funzione hanno nella sua ricerca artistica?
La scelta dei materiali – dal legno con cui realizzo personalmente le cornici, ai supporti metallizzati, all’opalino, alla stampa materica e all’impiego dei LED – deriva dalla mia lunga esperienza in ambito pubblicitario. Per me non sono semplici supporti, ma veri coprotagonisti del processo creativo. Ogni elemento contribuisce a costruire l’opera e a definirne l’identità. La mia sfida ricorrente è portare la luce dove non esiste, trasformando la materia in un’esperienza luminosa.
Cosa vuole comunicare con le sue opere figurative che riproducono le immagini più iconiche della storia dell’arte dal Rinascimento a oggi?
Tutto nasce da un malessere interiore maturato negli anni trascorsi nella comunicazione.
La pubblicità aspirava – o almeno aspirava più di quanto non faccia oggi – a un ideale di bellezza. I poster Art Déco di Campari, le invenzioni visive di Armando Testa, i lavori di Bruno Munari erano autentici capolavori.
Mentre progettavo loghi e campagne pubblicitarie, mi confrontavo mentalmente con i grandi maestri dell’arte che ammiro profondamente. Mi sono chiesto se fosse possibile reinterpretare le loro opere attraverso un linguaggio visivo contemporaneo, capace di parlare anche a chi non è esperto d’arte ma ne rimane affascinato.
Ho iniziato con il mio dipinto preferito, L’urlo di Munch, per poi dialogare con Van Gogh, Arcimboldo e molti altri. Ogni nuova opera rappresenta una sfida più complessa, man mano che tecnica e consapevolezza si affinano. Non so dove questo percorso mi condurrà, ma il confronto con questi geni mi stimola e, paradossalmente, mi dà serenità.
Come ha inciso nel suo lavoro artistico la sua formazione nell’ambito della comunicazione e della grafica pubblicitaria?
È stata determinante.
Il mio lavoro porta con sé tutta la meticolosità tipica della grafica: l’equilibrio visivo, il bilanciamento dei pesi, lo spessore delle linee, la gamma cromatica, la resa delle tonalità, la scelta dei supporti, la coerenza del messaggio, gli allineamenti, le inevitabili ossessioni formali. La mia esperienza nella comunicazione mi aiuta inoltre a strutturare i concetti che desidero esprimere, siano essi profondi o leggeri.
Che valore ha la decorazione nelle sue opere volutamente pop?
La decorazione è un elemento fondante. La sua assenza mi sembrerebbe un tradimento del mio stesso linguaggio. È un paradosso creativo: da un lato ricerco semplicità, bidimensionalità e uniformità; dall’altro desidero unicità, dettagli, sfaccettature, abbondanza. La decorazione diventa così il ponte che unisce queste esigenze, consentendomi di perseguire una sintesi complessa.
È passato dalla riproduzione delle opere dei maestri dell’arte a creature ibride tra uomo e animale. Chi sono le sue “Regine” totemiche post-umane?
Le Regine rappresentano un percorso nuovo e profondamente personale. Non ho ancora piena chiarezza su dove conduca, ma so che nasce dalla mia venerazione per l’essere femminile. C’è ancora un enorme bisogno, anche nel 2025, di ribadire la grandezza e il ruolo essenziale della donna in ogni ambito della vita, a partire dal principio stesso dell’esistenza.
Le mie Regine siedono su troni o indossano corone. Raccontano realtà e immaginazione, portano simboli. Sono luminose, orgogliose, eleganti. Incarnano bellezza e nobiltà d’animo, ma anche grazia, gentilezza, empatia e sensibilità, qualità che sembrano ormai in controtendenza rispetto al mondo circostante.
E l’uomo? Le Regine lo osservano negli occhi, senza giudicarlo.
La Light Art è pop, perché?
Perché la luce permea la nostra quotidianità. Non è più soltanto illuminazione, ma un linguaggio della comunicazione: dagli smartphone ai tablet, dagli elettrodomestici alle automobili, dalle strade ai totem digitali e alle maxi affissioni. La luce è ormai un’estensione della nostra vita.
Viviamo davanti a schermi luminosi: comunichiamo, leggiamo, studiamo, ci addormentiamo e persino ci innamoriamo così. Era inevitabile che l’arte indagasse questo cambiamento. E la Pop Art, per natura attenta ai linguaggi del presente, è la più adatta a farla diventare una propria espressione.
A quale mostra sta lavorando?
Sto ampliando la mia visibilità partecipando a festival e iniziative culturali in Europa e oltre. Nel 2026 prenderò parte a un festival in Francia; in Italia, parallelamente, sto dialogando con diverse realtà per progetti nei prossimi mesi, tra cui una collaborazione in un evento multidisciplinare. Il mio obiettivo è esplorare nuovi canali espressivi oltre al percorso tradizionale della galleria.
Con quali artisti vorrebbe esporre e dove entro il 2030?
Il mio obiettivo, ambizioso ma lucidamente motivato, è esporre in America e in Giappone, contesti in cui sento che il mio linguaggio potrebbe essere compreso in modo ancora più immediato.
Uno dei miei grandi desideri è collaborare con altri artisti, realizzare un’opera a quattro mani che unisca tecniche e stili differenti.
La lista degli artisti con cui vorrei esporre è vastissima; nel frattempo, ho la fortuna di essere parte del collettivo della Galleria Vik Milano curato da Micaela Bonetti e Alessandro Riva, una base importante da cui continuare a crescere.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
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