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SPARK Italia, Pesaro Capitale Europea della Cultura 2024. Photo © Daan Roosegaarde

La luce come sintesi di bellezza, arte e scienza: i progetti di Daan Roosegaarde (LUCE 349 settembre 2024)

By Paola Testoni
Pubblicato il
Agosto 2025

LUCE ha incontrato Daan Roosegaarde che rappresenta una nuova generazione di creativi che vedono l’arte e la tecnologia come strumenti fondamentali per affrontare le sfide ambientali del nostro tempo. I suoi progetti, che spaziano dalla purificazione dell’aria all’energia solare, dimostrano che l’innovazione può essere al servizio dell’umanità e del pianeta.

Daan, spesso i suoi progetti hanno una stretta connessione con la luce: penso alla pista ciclabile ispirata alla Notte stellata di Van Gogh in cui, come in tante sue opere, si sposano tecnologia innovativa e poesia allo stato puro. Ma penso anche a SPARK, il recente grande successo che ha riscosso con la prima assoluta in Italia a Pesaro, Capitale italiana della cultura 2024. La luce sembra essere un elemento essenziale per trasmettere emozioni e mandare messaggi, per lei che cos’è la luce?

Viviamo in un mondo in cui raramente parliamo del futuro se non in maniera distopica. Non possiamo immaginare un futuro migliore. I progetti che abbiamo creato sono proposte concrete che utilizzano la bellezza come strategia e ci aiutano ad accettare un cambiamento come, per esempio, quello climatico. Il design può aiutare le persone a sentirsi parte di quel cambiamento. Per me la luce è sempre stata un linguaggio. Una storia. Parlo attraverso la luce, è una delle interazioni più intime, un ottimo strumento per creare una connessione con se stessi e con il mondo intorno a sé. Un legame che ci unisce.

VAN GOGH PATH è la pista ciclabile luminosa composta da migliaia di pietre ispirate alla "Notte stellata" di Vincent Van Gogh. Photo © Daan Roosegaarde

Ha citato il futuro, che progetto sta sviluppando attualmente?

Una delle cose su cui stiamo lavorando è catturare e riciclare gli 8,1 milioni di chili di spazzatura spaziale che attualmente fluttuano nel nostro cielo. È un progetto in collaborazione con l’E.S.A. l’Agenzia Spaziale Europea. Cerchiamo di affrontare un problema per trasformarlo in un potenziale.

Come vede il rapporto tra arte, design e tecnologia negli anni a venire?

Viviamo in un mondo dove la tecnologia esce sempre di più dallo schermo, diventa parte di quello che indossiamo e di come interagiamo. È davvero fantastico. Acquisiamo nuovi sensi e facciamo cose che sarebbero state inimmaginabili 50 o 60 anni fa. Amo creare esperienze reali, possibilmente da fare insieme, qualcosa di fisico che aiuti le persone. Qualcosa di sperimentale perché viviamo in un tempo di transizione dove dobbiamo cambiare anche la nostra mente. Amo lo spazio pubblico dove ci confrontiamo e interagiamo con persone che non conosciamo. Possiede un elemento spontaneo e anche complesso.

Il suo interesse per la luce si manifesta anche in tre opere che hanno come tema ricorrente l’oculus e che hanno una relazione con il Pantheon, che so che è un edificio che la affascina…

Daan Roosegaarde osserva la sua opera LOTUS DOME. Photo © Daan Roosegaarde

Un edificio con un foro nel soffitto sembrerebbe assurdo ma l’oculus è importante: è la luce di Dio, la luce di tutti gli dèi. E l’hanno costruito: un edificio così potente, così radicale. Ci sono stato tantissime volte: è sempre diverso perché la luce è sempre diversa. E rimane così moderno perché l’oculus è un elemento poetico. Per capire se ho un’idea valida penso al Pantheon, Mi aiuta ad essere radicale. Se hai un’idea e il tuo team è subito d’accordo, fin dall’inizio, è sicuramente una buona idea, ma non è radicale. Da quasi 20 anni gestisco lo studio e ho trovato un equilibrio molto delicato: ascolto tutti ma poi ignoro anche tutti, se il design ha troppi consensi iniziali è spesso noioso.

Qual è il ruolo della sostenibilità nei suoi progetti? Come riesce a trovare l’equilibrio tra progressi tecnologici ed espressione artistica e creativa, tra estetica e funzionalità?

Penso che bisogna essere guidati dalle idee. Non dalla tecnologia o da determinati materiali o dai ricavi. Ma non penso neppure che sia corretto dire: “Ho un’idea”, piuttosto ci si arrende a un’idea. Una buona idea è come un prigioniero nel tuo cervello, Vuole scappare, diventare, diventare realtà. Bisogna nutrirla con amore, tempo, denaro ed energia. Non ho mai usato parole come estetica e funzionalità, mi lascio guidare dall’idea e faccio tutto il necessario per poterla condividere. E a volte, hai ragione, diventa qualcosa di più funzionale, come per esempio il progetto Urban Sun per ridurre il coronavirus negli spazi pubblici. Per realizzarlo serve anche un dialogo con le istituzioni. Nel 2008 abbiamo progettato la prima pista da ballo sostenibile capace di generare elettricità. Era formata da moduli capaci di produrre 20- 25 watt ognuno. A quel tempo la sostenibilità veniva concepita nel consumare meno, oggi, invece, si può fare moltissimo come utilizzare materiali organici o riciclare. Essenzialmente penso che la sostenibilità riguardi la creazione di una connessione con il mondo intorno a te. Una volta che ti senti connesso senti che te ne devi occupare personalmente. Come olandese la natura e la sua fragilità sono temi che fanno parte del mio DNA. Una grande parte del mio Paese è sotto il livello del mare, da bambino non mi era permesso giocare all’aperto prima di aver preso il diploma di nuoto. Qui viviamo e combattiamo con la natura. E impariamo dalla stessa. L’importante è rimanere curiosi. Come la città di Rotterdam, dove ho il mio studio, io sono definito dal mio futuro, non dalla mia storia. Non importa cosa ho fatto e le cose che ho ottenuto, non ci penso nemmeno, non mi definiscono. Come nemmeno le parole arte design, imprenditoria. Non le sento mie. Adoro invece avere idee folli e trasformarle in realtà, avere una squadra con cui lavorare e la fiducia dei clienti e delle istituzioni per realizzarle. Questo genera anche molte responsabilità, in un certo senso, lo studio e il mio team sono l’opera d’arte più importante che io abbia mai realizzato. Perché ci penso ogni giorno e ogni idea ha bisogno di una sua evoluzione per essere realizzata.

A Rotterdam il primo URBAN SUN al mondo in grado di ripulire fino al 99,90% gli spazi pubblici dal coronavirus, ispirato dalla luce del sole e basato sulla ricerca scientifica. Photo © Daan Roosegaarde
URBAN SUN di Daan Roosegaarde a Rotterdam (dettaglio). Photo © Daan Roosegaarde

Tra le sue opere in forte relazione con la luce c’è SPARK. Com’è nato il progetto, come pensa che si allinei alla sua filosofia di design moderno e qual è stato l’impatto sul pubblico?

SPARK in Federation Square a Molbourne in Australia. Photo © Daan Roosegaarde

SPARK è iniziato in un certo senso con i miei studenti. Come insegnante di design ritengo che il nostro futuro sia congelato perché stiamo ereditando delle sfide globali senza avere il toolkit per risolverle. Per esempio i festeggiamenti con i fuochi d’artificio tradizionali sono dannosi perché aumentano di 10 volte l’inquinamento atmosferico. Nei Paesi Bassi poi, ogni anno, si registrano più di 10 milioni di euro di danni a persone ed edifici. Ma non puoi semplicemente vietare tutto, è una visione del futuro poco ottimistica. La nuova generazione vuole fare parte di queste tradizioni, quindi ho pensato di mantenerle attualizzandole. Abbiamo creato molti prototipi: dovevano essere fuochi d’artificio silenziosi, biodegradabili, non dannosi per persone e animali. Dovevano essere un’enorme nuvola e durare a lungo come un falò. Dovevano essere soft e possedere un elemento magico, qualcosa che sfugga alla ragione. E così è nato SPARK e l’abbiamo portato in tutto il mondo, in luoghi dove c’era una lunga tradizione pirotecnica: Bilbao, Londra, Auckland, Melbourne, Tokio con Hermès, e poi finalmente siamo giunti a Pesaro e ne siamo stati veramente entusiasti: è un luogo meraviglioso, abbiamo presentato SPARK per tre notti consecutive in un parco bellissimo. Penso che soprattutto la generazione più giovane lo capisca davvero. Perché non è come un tradizionale spettacolo pirotecnico, ma neppure un noioso spettacolo di droni di 10 minuti. Ha una dose di romanticismo e il vento lo fa comportare sempre diversamente. È una cooperazione tra la nostra tecnologia e l’elemento naturale. Forse 10, 15 anni fa, avrei fatto 10.000 mini droni controllati e programmati, ma ora creiamo semplicemente una piattaforma e lasciamo che anche la natura partecipi creando bellezza.

SPARK Italia, Pesaro Capitale Europea della Cultura 2024. Photo © Daan Roosegaarde

La sua figura ricorda quella di un intellettuale rinascimentale che si muoveva in molti ambiti diversi: dalla tecnica a diverse espressioni artistiche, mantenendo come fil rouge la curiositas ciceroniana. Ha delle persone che le hanno ispirato questa mentalità?

Sentiamo tutti una necessità di cambiamento: sei anni fa ero a Seul a una conferenza ed ero seduto accanto a Ken Siegel, direttore creativo di Apple, colui che ha ideato la campagna Think Different nel 1995. Abbiamo iniziato a chiacchierare ed è stato fantastico sentirlo parlare del potere e della bellezza dell’innovazione, perché per molto tempo voler cambiare destava sospetti. È stata un’esperienza molto arricchente e una fonte di energia. Come pure lavorare con Hermès a Tokyo, nella maniera dettagliata e precisa tipica dell’azienda. Quando avevo 16 anni, i miei genitori mi hanno chiesto cosa avrei voluto studiare, ho risposto arte e scienza, diventare imprenditore e girare il mondo. Ma uno studio così non esisteva. Arrabbiato e deluso mi sono rifugiato nell’Istituto di Architettura di Rotterdam dove mi sono imbattuto nelle opere dell’architetto giapponese Arata Isozaki, enormi modelli in legno di torri e piazze pubbliche. Sono rimasto impressionato e ho detto a me stesso che se non esisteva quello che volevo lo avrei creato io. Vorrei che chi vede SPARK o altri miei progetti riceva la stessa sensazione: qualcosa che si sblocca nella propria mappa mentale e che ti spinge a fare di più. Quindi sì, Arata Isozaki mi ha ispirato. E forse posso fare lo stesso con altre persone. Quando mi chiedono se sono un designer o un artista rispondo che sono uno che esplora. E sento che il pubblico italiano è molto in sintonia con questo concetto, perché capisce l’arte e la bellezza, ma ha anche voglia di scienza. E quindi penso che, sì, se non fossi olandese, sarei italiano.

SPARK illumina la città di Bilbao in Spagna. Photo © Daan Roosegaarde
SPARK a Londra nella premiere per il Regno Unito. Photo © Daan Roosegaarde e David Levene

AUTHOR

Paola Testoni

Paola Testoni, storica dell’arte e giornalista, vive da quasi 40 anni nei Paesi Bassi da dove collabora a diverse testate tra cui Repubblica, Il Sole 24 ore, Art e Dossier, scrivendo di arte e cultura.

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