Personaggi
Amicizia e creatività: il segreto di una delle coppie più durature del lighting design. In conversazione con Edward Barber e Jay Osgerby (LUCE 348, giugno 2024)
By Sielo Longo
Pubblicato il
Agosto 2025
INDICE
- 1 Tra le vostre collaborazioni internazionali ci sono diverse aziende italiane che spesso, come Flos, hanno fatto la storia del design, accumulando nei decenni un saper fare d’eccellenza. Vi sembra che queste aziende abbiano fatto qualcosa che le rende speciali?
- 2 Interessante, quindi questa è una caratteristica esclusivamente italiana?
- 3 Avete fondato il vostro studio a Londra nel 1996, ma la vostra amicizia era già iniziata ai tempi del college. Se oggi le coppie di designer non sono così rare, lo è la longevità della vostra collaborazione e il fatto che ancora oggi sviluppate praticamente ogni progetto insieme. Qual è il segreto di questa relazione eternamente giovane?
- 4 Se doveste indicare un filo conduttore della vostra estetica, cosa scegliereste?
Spiritosi ma anche profondi. Capaci di tenere insieme la conoscenza e la complessità, frutto di un’esperienza professionale d’eccellenza lunga trent’anni, con lo spirito ironico e appassionato tipico della più acerba, e per questo più fresca, gioventù. È questo il ritratto che emerge di Edward Barber e Jay Osgerby, una delle coppie più longeve e acclamate del panorama internazionale del design, con una produzione che comprende architettura, interni, scultura, design di prodotti e mostre, dall’iconico Loop Table (1996) per Isokon e Soft Work (2018) per Vitra, alla Torcia Olimpica del 2012.
L’opera dei due designer è esposta nei più grandi musei internazionali e raccolta in una monografia edita nel 2017 da Phaidon – Barber Osgerby, Projects – che copre i loro primi vent’anni di attività. Li abbiamo incontrati in occasione della presentazione delle lampade a sospensione e da tavolo Bellhop Glass alla Milano Design Week dell’aprile 2024 che hanno arricchito la già celebre serie Bellhop di Barber e Osgerby per Flos. Definita da paralumi in vetro soffiato di dimensioni generose che riprendono l’iconica silhouette di Bellhop, la collezione ripropone in versione più grande la forma dell’archetipica lampada da tavolo, un esercizio esemplare di semplicità formale diventato uno degli oggetti iconici nel catalogo dell’azienda nata a Merano nel 1962 e che vanta nella scuderia dei suoi designer nomi come Achille Castiglioni, Tobia Scarpa e Philippe Starck.
Edward Barber: “Bellhop è stata progettata originariamente per il ristorante del Design Museum di Londra nel 2016. L’abbiamo disegnata in modo che la luce si rifrangesse sulla superficie del tavolo infondendo una luce piacevole nella sala da pranzo, perché quando si cena non si vuole avere una luce forte in faccia. Ad ogni modo, Bellhop è diventata una cosa molto importante, un grande successo per Flos. Nel corso degli anni l’abbiamo trasformata anche in una lampada a stelo e in una lampada da parete, ma ci siamo spesso chiesti: Bellhop è una lampada piuttosto giovane, come potremmo svilupparla in qualcosa di più adulto, una versione cresciuta? Così abbiamo aumentato la scala e cambiato il materiale. Il vetro e il metallo, rispetto alla plastica, hanno una longevità che rende l’oggetto senza tempo. Basta pensare alla lampada Arco di Castiglioni, con il suo vetro, metallo e marmo che la rendono senza età. In questa versione di Bellhop abbiamo anche cambiato la qualità della luce: il vetro la diffonde a 360 gradi e un piccolo foro nella parte inferiore della lampada a sospensione offre un piccolo bagliore di luce al piano del tavolo, ma senza che la lampadina diventi visibile. Inoltre, ci premeva molto avere una lampadina sostituibile e questa tecnologia è diventata possibile solo negli ultimi due anni: è stato difficile ottenere una la lampadina a 360 gradi con il LED, in quanto i LED normalmente avevano un angolo di 120 gradi, quindi bisognava inserire due lampadine all’interno e questo diventava molto complicato dal punto di vista tecnico e progettuale”.
Jay Osgerby: “Esatto, volevamo usare una tecnologia aggiornata, ma con un vetro fatto a mano. Il LED intercambiabile era essenziale: l’industria dell’illuminazione ha recentemente attraversato uno strano periodo in cui è diventata esclusivamente tecnologia, per cui una volta rotta la luce (a LED fisso) si buttava l’intera lampada. Ma il motivo per cui ho scelto il design dell’illuminazione in prima istanza è stato perché è più vicino all’arredamento: guardate le lampade degli anni Sessanta, si possono ancora usare negli anni Novanta proprio perché si cambia la lampadina. Insomma, sembra una cosa elementare, ma c’è stato un periodo in cui c’era il LED fisso che vincolava la durata della lampada a quella del corpo illuminante stesso e, quindi, in questo progetto abbiamo insistito perché fosse sostituibile. In questo modo si hanno i vantaggi del LED, come il poter cambiare la temperatura della luce, poterla attenuare e creare atmosfere meravigliose, ma si ha comunque un prodotto che può durare cinquant’anni, non cinque”.
Tra le vostre collaborazioni internazionali ci sono diverse aziende italiane che spesso, come Flos, hanno fatto la storia del design, accumulando nei decenni un saper fare d’eccellenza. Vi sembra che queste aziende abbiano fatto qualcosa che le rende speciali?
E.B.: “Nel caso di Flos, ad esempio, quello che apprezzo tanto è la loro voglia di ingaggiare sempre nuove sfide. Ci sono aziende che non amano essere spinte oltre i loro limiti, nel caso di Flos, invece, maggiore è la sfida, maggiore è l’entusiasmo con cui l’azienda accetta di mettersi in gioco”.
J.O.: “E poi c’è una seconda importate qualità che caratterizza le aziende italiane: il cibo! E a mio parere, se sai fare del buon cibo puoi fare qualsiasi cosa”.
Interessante, quindi questa è una caratteristica esclusivamente italiana?
J.O.: “Stai scherzando? Prova a pranzare presso un’azienda nordeuropea!”.
Avete fondato il vostro studio a Londra nel 1996, ma la vostra amicizia era già iniziata ai tempi del college. Se oggi le coppie di designer non sono così rare, lo è la longevità della vostra collaborazione e il fatto che ancora oggi sviluppate praticamente ogni progetto insieme. Qual è il segreto di questa relazione eternamente giovane?
E.B.: “Siamo stati fortunati perché la nostra collaborazione si è basata su una preesistente amicizia. Quindi possiamo contare sul rispetto reciproco e sull’onestà. Ci piace stare in compagnia, è divertente, andiamo in giro insieme, viaggiamo molto, siamo ancora molto amici. Quando siamo in viaggio progettiamo molto, più di quando siamo in studio. Quando siamo in aereo, ci viene in mente un’idea interessante e facciamo uno schizzo insieme. Semplicemente, sì, ci troviamo bene insieme! Qualunque cosa accada, sono sicuro che resteremo sempre amici e, sinceramente, dopo trent’anni, penso che probabilmente lavoreremo sempre insieme in un modo o nell’altro”.
J.O.: “Dal punto di vista creativo funziona proprio così tra di noi, di solito inizia con una conversazione su qualcosa, un’idea… Come oggi nel taxi, Edward è entrato e ha detto: dovremmo fare questo, e io: è una buona idea, e se facessimo questo e quest’altro? E lui: sì, forse… E poi iniziamo a disegnare, così lui disegna e io dico: è davvero bello! Poi lo rigiro e non è assolutamente quello che pensavo! Abbiamo questa sorta di continui malintesi che alla fine possono creare qualcosa di interessante. Non lo so, penso che sia strano e davvero insolito quello che c’è tra noi. Lui viene da una famiglia di tre ragazzi, io da una famiglia di tre ragazzi, lui è più alto di me ma io sono il più vecchio della mia famiglia, quindi c’è una specie di strana dinamica più alto/più vecchio: ci bilanciamo a vicenda, lui è più alto ma non è ancora all’altezza di me, qualcosa del genere. Abbiamo attraversato insieme momenti duri, la recessione è stata terribile, è stato difficile, ma… siamo amici, ci sosteniamo a vicenda, ci piace creare insieme e ridiamo molto”.
Se doveste indicare un filo conduttore della vostra estetica, cosa scegliereste?
J.O.: “La maggior parte delle cose su cui lavoriamo ha un approccio più che un’estetica. E una nuova interpretazione: anche quando, come in questo caso, si tratta di un vecchio archetipo, è un modo nuovo o migliore o più efficiente, più ambientale di farlo. A volte poi, e sono i progetti più significati per me, lavoriamo si prodotti che trovano un nuovo modo di esprimere nel design un qualche cambiamento della società. Per esempio, i progetti che abbiamo fatto con Vitra: per ognuno di loro abbiamo sviluppato una modalità diversa di lavorare insieme. Lavoriamo da trent’anni e da allora sono cambiate molte cose. Quando ci siamo laureati ci si aspettava che tutti fossero in ufficio alle 10 del mattino, si lavorava nel fine settimana, si avevano solo 17 giorni di ferie all’anno. Oggi, al contrario, la gente vuole avere una vita, non tutti vogliono lavorare mattina e sera per potersi permettere una casa, una famiglia, una macchina e un cane. Oggi c’è un modo di essere completamente diverso, le persone sono molto più dinamiche e le cose che creiamo come designer devono riflettere i cambiamenti dinamici della società. È piuttosto eccitante, davvero. A volte funziona, a volte no. Con questa collezione, ad esempio, abbiamo cercato fin dall’inizio di fare qualcosa di accessibile per tutte le tasche. Se per comprare oggetti di design bisogna essere milionari, non è detto che sia il design giusto”.
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Sielo Longo
Vive e lavora da molti anni a Berlino, giornalista e filmmaker, collabora a LUCE dal 2016
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