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Alberto Barbera (a sinistra) e Jim Carrey (a destra) - Venezia 2018. Photo courtesy La Biennale di Venezia

Alberto Barbera: una vita per il cinema

By Mariella Di Rao
Pubblicato il
Aprile 2024

Una passione per il grande schermo, quella del direttore del festival del cinema di Venezia, cominciata da bambino e che ha poi influenzato tutta la sua vita. Ci racconta di come sta cambiando il cinema, dell’importanza di investire sui giovani e del ruolo fondamentale della luce che definisce il filo rosso che segna tutta la storia del cinema

Come è nata la sua passione per il cinema?

Prestissimo e da una sensazione di paura. Una domenica pomeriggio, avevo meno di cinque anni, in braccio a mio padre, entro nella sala del cinema parrocchiale di un paese vicino a Biella, nel nord del Piemonte, dove sono nato e cresciuto fino a 19 anni, mentre stavano proiettando una scena di tensione che mi ha fatto paura. Una sensazione che, però, nello stesso tempo mi ha affascinato perché da quel momento sono andato tutte le domeniche al cinema. Prima con mia nonna e, poi, sempre più da solo. Ricordo ancora lungo tutta la scalinata e la galleria del cinema le bellissime locandine dei film che sarebbero arrivati l’anno dopo che evocavano mondi lontani. Dietro ciascuna c’era un sogno che fosse un western o un poliziesco o un film di guerra o un melodramma.

C’è un film che ha segnato la sua formazione o che ha per lei un significato particolare?

Il film che ha segnato non solo la mia educazione sentimentale, ma anche quella di critica, è Jules e Jim di Francois Truffaut. Su di lui ho scritto la mia prima monografia critica, pubblicata nel 1976.

L’ultima edizione del festival del cinema di Venezia è stata un successo sia per la qualità dei film proposti che per la grande partecipazione del pubblico

Alberto Barbera (a sinistra) e Jim Carrey (a destra) - Venezia 2018. Photo courtesy La Biennale di Venezia

Il successo di questa edizione che tutti dicono essere stata quella più riuscita a livello internazionale è frutto di undici anni di lavoro pazzesco. Il rischio era che il Festival di Venezia entrasse in una sorta di cono d‘ombra, perché c’era la concorrenza fortissima di altri festival internazionali che si svolgono nello stesso periodo come quelli di Toronto e New York molto aggressivi, con budget molto più consistenti del nostro e la disponibilità degli studios americani a ospitare le proiezioni dei loro film. Quindi abbiamo dovuto ridefinire il profilo del Festival. Ci sono voluti parecchi anni e investimenti per portare avanti lavori di manutenzione, adeguamento delle infrastrutture e servizi di accoglienza per il pubblico e le case di produzione. Inoltre, c’è stato un lavoro enorme in termini di ricostruzione dei rapporti con gli studios americani e con le più grandi società di produzione internazionali per convincerle a tornare a Venezia. Il primo anno è stato difficilissimo, il secondo abbiamo aperto con il film Gravity che ha vinto poi l’Oscar. L’anno successivo si ripete la stessa cosa con il film Birdman e da lì, ogni anno, abbiamo avuto uno o più film presentati a Venezia e premiati agli Oscar. Questo ci ha aiutato tantissimo perché gli americani hanno cominciato a pensare non solo che venire a Venezia portasse fortuna ma che, soprattutto, potevano cominciare a promuovere un film con una grande comunicazione internazionale che in altri luoghi non c’è. E così sono tornati tutti a Venezia e da tutto il mondo.

La manifestazione è stata un successo anche perché tantissimi giovani lo hanno seguito. Cosa è cambiato in tal senso?

I giovani, soprattutto quelli tra i 18 e i 28 anni, sono stati molto numerosi, rappresentano più dei due terzi di tutto il pubblico del Festival grazie anche a una politica di investimento e di agevolazione nei loro confronti. Un’operazione molto importante anche perché oggi sono quelli che vanno di più al cinema. Mi hanno colpito molto durante il Festival per la loro passione, curiosità e voglia di vivere l’esperienza del grande evento.

È stata un’edizione di attenzione ai giovani anche dal punto di vista dei registi presenti.

Un grande festival come quello di Venezia, non può avere solo grandi autori affermati che, però, devono esserci perché sono quelli che attirano non solo i media e i giornalisti, ma anche le produzioni più piccole e indipendenti interessate alla risonanza mediatica. Ogni anno, la metà dei film invitati è di registi esordienti o in attesa di un riconoscimento internazionale. Non tutti sono belli. Ma quelli bravi rimangono e continueranno a produrre.

Per quanto riguarda il cinema italiano abbiamo visto un salto sia in termini numerici che a livello di qualità dei titoli. Questo significa che si producono più film di qualità nel nostro Paese?

Alberto Barbera (a sinistra), Tilda Swinton e Pedro Almodovar (a destra) - Venezia 2020. Photo courtesy La Biennale di Venezia

Sino a pochi mesi fa (da pochissimo sembra che le cose stiano cambiando, grazie al successo di alcuni titoli), il cinema italiano aveva la quota minoritaria del mercato cinematografico, intorno al 18% degli incassi complessivi, mentre l’80% di questi va ai film americani e il restante 2% al cinema di altri Paesi. C’è, quindi, una preoccupante disaffezione del pubblico verso il prodotto nazionale. Prima della pandemia la produzione italiana si attestava, storicamente, intorno ai 120, 130 titoli all’anno di cui solo i due terzi usciva nelle sale cinematografiche. Dopo la pandemia, invece, è aumentato notevolmente il numero delle produzioni come conseguenza di tanto denaro che è stato destinato al settore del cinema, grazie anche ai contributi statali, passati da 400 a 750 milioni l’anno, e a quelli delle film commission regionali o cittadine. Inoltre, sono stati introdotti incentivi per le produzioni sotto forma di crediti fiscali che arrivano fino al 40%. Per cui oggi è possibile fare un film quasi a costo zero e con pochi margini di rischio.

Così, quelli che producevano un titolo all’anno si sono trovati a produrne molti di più e questo ha provocato un calo della qualità, anche perché non è cresciuto il numero delle società di produzione né quello degli addetti ai lavori nel settore. Quest’anno, invece, qualcosa è cambiato. Abbiamo produttori soprattutto tra i 40 e 50 anni che hanno capito che per restare competitivi a livello internazionale bisogna investire di più. Infatti, tutti e sei i film italiani presentati hanno dietro budget importanti, tra gli 8 e i 28 milioni di euro, che consentono loro di competere con i grandi film internazionali. Fino a qualche anno fa, invece, il costo di un film medio era intorno ai 3, 4 milioni di euro. Oggi il mercato è molto competitivo e la gente è abituata a un certo tipo di qualità.

Sembra che il cinema abbia ricominciato a comunicare messaggi importanti. Cosa ne pensa?

O si fanno i grandi film dei super eroi, dai costi esorbitanti, oppure si fa un cinema che coinvolge, emoziona, lancia messaggi, che incuriosisce e aiuta a riflettere. Il cinema non è solo fatto di effetti speciali, ma anche e soprattutto di storie coinvolgenti, emozionanti, in grado di affrontare tematiche diverse dalle consuete vicende autoreferenziali, che funzionano sempre meno perché ai giovani non interessano, mentre i più anziani non vanno a vederle perché hanno l’impressione di conoscerle già. In questi ultimi 2, 3 anni abbiamo vissuto un po’ in una bolla produttiva, ma qualcosa sta cambiando e continuerà e cambiare ancora.

Come sta cambiando il cinema anche in funzione delle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale?

Stiamo attraversando anni di profonda trasformazione come non mai. II cinema è sempre stato una storia di salti legati all’innovazione tecnologica. L’avvento del sonoro, del cinemascope, del 3D, il passaggio dall’analogico al digitale sono tentativi di dare oltre le immagini qualcosa di più. Durante il lockdown c’è stata l’esplosione dello streaming e sembrava che il futuro fosse solo quello. Poi le case di produzione si sono rese conto che le piattaforme funzionano molto meglio se abbinate con l’uscita in sala sia perché si guadagnano più soldi e sia perché c’è l’effetto promozione che anticipa e amplifica l’uscita in streaming. Mentre i film che escono solo sulle piattaforme rischiano di scomparire. Io sono ottimista sia perché si sta andando verso un assestamento del mercato con la coesistenza tra i due diversi sistemi distribuitivi e sia perché la produzione aumenta dappertutto, anche se la conseguenza di questa crescita esponenziale è il rischio di abbassare la qualità del tutto. Ma è vero anche che il gran numero di film prodotti aumenta la possibilità di scoprire e valorizzare nuovi autori e talenti. È sempre stato così nel cinema. Magari tre film vanno male, ma il quarto che va benissimo ripaga il produttore degli investimenti sui film che non hanno funzionato al botteghino. Così avviene da sempre. Pensiamo ai film degli anni ‘60 quando c’erano produttori come Carlo Ponti, Dino De Laurentis, la Titanus che producevano sia i film di Totò o di Alberto Sordi che quelli di Federico Fellini, Antonioni e Visconti. Il fatto è che non si possono produrre solo film di nicchia o solo di successo, anche perché è impossibile contare su di un successo garantito in partenza. Oggi che abbiamo capito che non esiste un solo pubblico ma tanti, occorre produrre per tipologie diverse di spettatori e segmentare l’offerta. A livello internazionale stiamo vivendo un particolare momento produttivo che, tra l’altro, è anche una condizione favorevole per generare un ricambio generazionale di cui abbiamo bisogno.

Da sinistra: Nick Hamm, Jason Sudeikis, Alberto Barbera e Lee Pace. Photo courtesy La Biennale di Venezia

Come avviene la selezione dei film in concorso e sulla base di quali criteri?

È un lavoro molto complesso e sempre più difficile.  Riceviamo, tra lungometraggi, documentari e cortometraggi, più di 4.500 film, perché chiunque può inviare alla selezione un film (purché sia inedito) pagando semplicemente 150 euro di iscrizione. Quindi, anche se li mettessi in fila per guardarli tutti non riuscirei mai a farlo in un anno. C’è un gruppo di esperti che lavora con me, persone di mia fiducia, composto di 13, 14 selezionatori. I film di produttori o autori che conosciamo e sappiamo per esperienza che ci propongono titoli di qualità li vediamo tutti insieme. Gli altri, dei quali non si sa nulla, vengono preselezionati da 3 altre persone, che fungono da primo filtro. Non ci sono criteri oggettivi. È necessario che il film ci colpisca per vari fattori: originalità, innovazioni formali, storia forte sostenuta da un linguaggio adeguato, capacità di emozionare: è l’insieme di questi fattori che conduce alla valutazione finale.

Come è cambiato nel tempo il modo di raccontare?

Sono cambiati il ritmo e la velocità di narrazione.  Un film di 20, 30 anni fa oggi ci sembra lento. C’è un’accelerazione narrativa, a volte anche frenetica, a cui corrisponde la necessità di coinvolgere lo spettatore fin dall’inizio con un effetto forte per non lasciare mai che si possa distrarre. Le nuove tecnologie, inoltre, permettono di realizzare effetti speciali incredibili a livello di invenzione visiva e narrativa. Ovviamente questo vale più per i film commerciali che non per il cinema d’essai. Inoltre, c’è una tendenza ad aumentare la lunghezza dei film e questo, da una parte, è conseguenza delle serie tv che hanno contaminato il linguaggio del cinema e, dall’altra, soprattutto nel cinema d’autore, diventa funzionale alla necessità di approfondire psicologia e comportamenti dei personaggi, o di conferire una dimensione letteraria alla vicenda narrata.

Vanessa Redgrave (Leone d'oro alla carriera) e Alberto Barbera - Venezia 2018. Photo courtesy La Biennale di Venezia

Cosa è la luce per lei?

Il cinema è luce. Senza la luce il cinema non esisterebbe. È un fascio di luce che esce dal proiettore, colpisce uno schermo bianco e rappresenta un’apertura verso un mondo che può essere onirico o di approfondimento della realtà. È sempre la luce a determinare non solo la qualità di quello che vediamo ma anche la struttura dei personaggi. Proprio la capacità di lavorare con la luce e sulla luce è quello che ha fatto grandi alcuni movimenti espressivi del cinema. Come, ad esempio, il cinema tedesco in bianco e nero che lavorava sul contrasto tra il nero assoluto e poche luci che contribuiva a definire la psicologia dei personaggi, le emozioni, gli ambienti. Con il colore non è venuta meno questa capacità. Pensiamo a Vittorio Storaro che ha usato la luce in modo estremamente creativo e senza precedenti. Nei suoi film, soprattutto quelli dell’inizio della sua carriera, la luce sfonda gli ambienti, sovraespone gran parte dell’immagine isolando soltanto il personaggio. La luce rimane sempre il filo rosso che segna tutta la storia del cinema.

All’interno di un film e nei rapporti con il regista che ruolo ha il direttore della fotografia?

Ha sempre avuto un ruolo fondamentale ed è il collaboratore più importante del regista dal momento che nel cinema l’aspetto visivo è tutto. I grandi registi scelgono spesso lo stesso direttore della fotografia perché condividono la stessa immaginazione creativa, e se lo cambiano è perché vogliono cambiare qualcosa nel loro modo di raccontare.

Un aneddoto, un incontro particolare che l’ha colpita di più durante la sua lunga carriera di Festival?

Alberto Barbera tra i giovani durante l'ultima edizione del Festival. Photo courtesy La Biennale di Venezia

Mi ha colpito moltissimo l’incontro con Lady Gaga protagonista del film È nata una stella e per la prima volta attrice in un film. Era arrivata a Venezia preceduta dalla sua fama di grandissima cantante molto popolare. Attraversa il tappeto rosso con Bradley Cooper sotto una pioggerellina battente. A un certo punto Bradley Cooper si allontana, mentre lei rimane a farsi fotografare e a firmare autografi ai fan assiepati dietro le transenne. Alla fine del tappeto rosso, è tutta bagnata con un abito di piume che si afflosciano sempre di più e il pubblico in delirio per lei. Poi sale nel mio ufficio per asciugarsi e rifarsi il trucco e vi esce tremante. Le chiedo cosa succede e lei mi dice che è molto emozionata perché è la sua prima volta da attrice. Io l’abbraccio e lei si mette a piangere. Ho scoperto la fragilità e l’umanità che si nasconde anche dietro a una grande diva.

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Mariella Di Rao

Direttore LUCE e Luceweb

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