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Danza per Jacques Brel: fra lame d’ombra e coni di luce lunare
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Giugno 2026
INDICE
Come si danza Jacques Brel (nato nel 1929 a Schaerbeek, in Belgio, e scomparso nel 1978, a 49 anni a Bobigny, Francia), uno dei più intensi chansonniers di sempre? Quelle sue canzoni struggenti, intrise di poesia e cariche di umanità, con un calore e una profondità e una disillusione raramente incontrati, e che parlano di amicizia, di amori mai spenti neppure con l’avanzare degli anni, di storie di solitudine, attese e desideri, nostalgia e dolcezza, traboccanti di amore, rabbia e malinconia, dove il vento e la pioggia sembrano accompagnare il dolore degli addii, come se il vento stesso portasse via le parole?
La risposta è nell’omonimo spettacolo che gli ha dedicato Anne Teresa De Keersmaeker, la celebre ballerina coreografa belga, tra le figure più influenti della danza contemporanea internazionale, firmato e interpretato in coppia con Solal Mariotte (classe 2001).
Un duetto in prima nazionale (dopo il debutto avvenuto lo scorso anno nella suggestiva Carrière de Boulbon, uno dei luoghi più emblematici del Festival di Avignone), gran finale per la 3ª edizione di Presente Indicativo / Milano Crocevia, il Festival internazionale di teatro promosso dal Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa (28-30 maggio), proponendo 11 spettacoli internazionali con artisti provenienti da tutto il mondo nelle tre sale principali del Piccolo (Grassi, Studio Melato e Strehler).
I protagonisti
Anne Teresa De Keersmaeker, nata a Mechelen (Belgio) nel 1960, è una delle figure più influenti della danza contemporanea. Leone d’Oro alla carriera alla Biennale Danza di Venezia nel 2025, ha recentemente ricevuto in Giappone il Praemium Imperiale, considerato il “Nobel delle Arti”. Ha fondato nel 1983 a Bruxelles la compagnia Rosas e, nel 1995, la scuola P.A.R.T.S. (Performing Arts Research and Training Studios) in collaborazione con De Munt/La Monnaie. Nel 1996 le è stato conferito il titolo di baronessa dal re del Belgio per i suoi meriti artistici. La sua coreografia, tra le più originali degli ultimi quarant’anni, unisce minimalismo formale e gesti quotidiani ripetuti generando forti tensioni emotive all’interno di strutture estremamente controllate. Gli assi fisici del corpo riflettono assi metaforici: quello verticale collega cielo e terra, mentre l’orizzontale diventa lo spazio dell’incontro, dell’abbraccio e del sostegno reciproco, fondendo rigore formale e intensità simbolica.
“Jacques Brel ha sempre fatto parte della mia storia personale, influenzando la mia formazione e il mio apprendimento della lingua francese”, ha dichiarato la celebre coreografa, che nel 2001 ha creato la coreografia Once, ispirata all’album In Concert, Part 2 di Joan Baez. “Quando avevo 15 anni, per il corso di francese mi fu chiesto di fare un’analisi approfondita di una canzone. Scelsi Le Plat Pays, profondamente colpita sia dalla musica sia dal testo, dalla poesia con cui Brel interpreta e ‘legge’ il paesaggio fiammingo. Mi piace l’idea di lasciar attraversare il corpo da questo tipo di musica che a prima vista non sembra pensata per essere danzata. In realtà, è così ricca da far sorgere il dubbio che la danza sia davvero necessaria, o che le canzoni siano già complete in sé. Eppure, quando chiudo gli occhi, mentre le ascolto, emergono immagini che aprono interi mondi. Non si tratta di ‘appropriarsi’ di Jacques Brel, ma piuttosto di incarnarlo, di canalizzarne l’energia. Ero particolarmente interessata a esplorare concetti come accelerazione, rotazione e frenesia e, soprattutto, il potenziale racchiuso nell’immaginario poetico della canzone”.
Per quanto riguarda Solal Mariotte (25 anni), cresciuto nel mondo della breakdance e dell’hip hop e formatosi alla scuola P.A.R.T.S. di Bruxelles, Brel l’ha scoperto nei video su YouTube durante l’adolescenza. “Oltre alla qualità delle sue performance, ciò che mi ha colpito è stato il suo modo frenetico di esibirsi, sempre con una dedizione totale, dando il 100% in ogni movimento”, spiega De Keersmaeker. Dal 2023 Mariotte si dedica anche alla coreografia di lavori indipendenti, dopo aver fatto parte della compagnia Rosas e aver fondato la propria, Foreshadowing.
La scenografia, firmata dal visual artist belga Michel François, è ridotta all’essenziale: libera il palcoscenico da quinte tradizionali o elementi superflui, permettendo allo spazio di respirare. In questo contesto, tutta l’attenzione dello spettatore si concentra sul movimento dei corpi e sulla potenza gestuale evocata dalle canzoni di Jacques Brel, mentre la luce di Minna Tiikkainen ne modella volumi, profondità e atmosfera, e sullo sfondo una lampada circolare giallastra suggerisce l’immagine di una luna piena. “Vedo ogni dettaglio dello spazio come un riflettore di luce. Lo spazio è luce e la luce è spazio”, ha dichiarato più volte Minna Tiikkainen, nata nel 1969 a Helsinki e che, dopo gli studi di belle arti, ha conseguito un master in lighting design presso l’Accademia Teatrale di Finlandia. Trasferitasi ad Amsterdam nei primi anni 2000, si è specializzata nelle arti performative e nella danza contemporanea a livello internazionale e, nel 2012, ha ricevuto il Sade Awards per il lighting design dello spettacolo Grind.
Lo spettacolo
Novanta minuti di pura emozione (la prima, potentissima emozione è risentire Jacques Brel).
“Quand on n’a que l’amour/À s’offrir en partage/Au jour du grand voyage/Qu’est notre grand amour…”. La voce di Jacques Brel risuona nel Teatro Strehler immerso nella penombra, come se provenisse da un altrove, attraversando la scena e gli spettatori. O forse è qui, fluttuante nell’aria, un’eco viva capace di sfidare la materialità del corpo. In scena c’è solo un’asta al centro con microfono, illuminata da un cono di luce lunare, intimo e irreale, un potente proiettore, chiamato in gergo tecnico teatrale “occhio di bue”, che disegna sul palco un cerchio luminoso. Un’immagine semplice, quasi archetipica che preannuncia la scena abitata da due corpi che cercano di dividere il palco con un fantasma.
Eccola, De Keersmaeker, appare vestita con un abito grigio dalla linea maschile, giacca e pantaloni. I suoi capelli bianchi, raccolti in una coda, catturano la luce con una lucentezza quasi irreale. Si muove accompagnando una delle prime melodie di Le Diable (Ça va), del 1954, il titolo scritto in grandi lettere sul fondale, come a segnare fin da subito la forza e la presenza dell’opera. I suoi movimenti sono lenti, scanditi da piccoli scatti appena percettibili, seguendo il ritmo solo delle spalle, prima di girarsi verso il pubblico.
Il mood si trasforma seguendo la frenesia crescente de La valse à mille temps, amplificando il ritmo dell’azione e rendendola travolgente, perfettamente sincronizzata con i tempi sempre più accelerati della voce del cantante. De Keersmaeker scherza con il pubblico giocando con le dita e con i tempi folli del valzer. Nel fondo, ad attraversare lo spazio, si intravede la figura di Solal Mariotte: proveniente dalla breakdance e dalla danza urbana, porta in scena un’energia elastica e nervosa che dialoga magnificamente con la precisione austera della coreografia. I due si cercano e si respingono, si affrontano e si sostengono, e nessun gesto appare vano. Ruotano su loro stessi in estranianti “a solo”. I due danzatori si sdraiano a terra, in cerca del contatto con il suolo, come se fossero le canzoni, via via, a chiamare i corpi, sospingendoli con vigore verso ciò che le parole evocano, tra leggerezza, felicità e inquietudini. A un certo punto i loro corpi arrivano a poggiarsi anche su un’americana abbassata (una robusta struttura reticolare modulare, solitamente in alluminio, sospesa sopra il palcoscenico e utilizzata per sostenere e sollevare in sicurezza l’impianto luci), collocata davanti al fondale. Le chanson continuano a risuonare ostinatamente (j’arrive, Mariecke, La chanson des vieux amants, Amsterdam e tante tante altre) mentre i testi vengono proiettati in basso come sottotitoli emotivi che accompagnano il movimento e al tempo stesso lo contraddicono. Alle loro spalle, quando risuona Le plat pays, scorrono sul fondale filmati in bianco e nero di carcasse di vacche e maiali trascinati via dall’acqua, di barche e case in tempesta o di cieli calmi illuminati dalla luna, profughi sui carri degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta: la pianura belga come terra di sventura e memoria. E infine Les Marquises, le isole dove Brel era fuggito ormai malato, fascinosa e ipnotica: “Ils parlent de la mort comme tu parles d’un fruit Parlano di morte come tu parli di un frutto. Le rire est dans le cœur, le mot dans le regard”. La risata è nel cuore, la parola negli occhi. Linee di luce bianche sospese, fasci laterali e riflessi proiettati creano zone di profondità e verticalità.
La nudità delle pareti di fondo concepita da François consente alle luci laterali (posizionate sui lati opposti del palco) di proiettare sul pavimento le ombre allungate e distorte di Anne Teresa De Keersmaeker e Solal Mariotte. L’ombra diventa così un terzo corpo che danza, accentuando la drammaticità delle canzoni. I toni luminosi si modulano, variando dal bianco intenso ai caldi gialli e ambra, traducendo visivamente i passaggi musicali più intimi e malinconici o veloci del repertorio di Brel.
Bellissima, tra le molte, la scena di Ne me quitte pas, in cui Brel implora la persona amata di non lasciarlo, accettando persino di diventare “l’ombra della tua mano, l’ombra del tuo cane”, pur di restare accanto a lei: De Keersmaeker si spoglia completamente in un assolo al buio, intimo e universale, con la schiena rivolta al pubblico. Il corpo nudo, appena intravisto tra le ombre lasciandone appena intuire i contorni, mettendo invece al centro la qualità del gesto e del movimento più che il dettaglio fisico. Il viso di Brel vibra sulla nudità della performer, deformandosi con i movimenti del corpo. Per un istante il cantante sembra reincarnarsi e Il sentimento di disperazione per l’abbandono si traduce in una visione bruciante, in un’immagine che sfiora la scena e subito si ritrae nel buio.
Energia all’ennesima potenza è il lungo assolo di Mariotte in Matilde est revenue, un’esplosione di breakdance pura in cui il ballerino dimostra perché De Keersmaeker lo ha scelto: possiede una generosità fisica e una precisione tecnica (talvolta volutamente imprecisa) che ricordano — e il paragone non è casuale — l’energia totale di Brel sul palco, sudato e completamente immerso in ogni canzone.
Quando si spengono le luci in sala, questo Brel ritrovato (o scoperto) lascia una potente sensazione di nostalgia per una dimensione umana quasi perduta, ma anche il desiderio di ritrovarla. Ricordando ciò per cui vale la pena vivere, ciò che conta nei rapporti umani. “Quand on n’a que l’amour /Pour parler aux canons/ Et rien qu’une chanson/Pour convaincre un tambour/Alors sans avoir rien/Que la force de l’aimer/Nous aurons dans nos mains/Le monde entier à nos pieds. Quando non si ha che l’amore/Per parlare ai cannoni/E nient’altro che una canzone/Per convincere un tamburo/Allora, senza avere nulla/Se non la forza di amarlo/Avremo tra le nostre mani, Il mondo intero ai nostri piedi”. È uno dei brani più celebri e intensi di Jacques Brel, un inno pacifista e universale sulla capacita trasformatrice dell’amore in tutte le vicende della vita.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
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