Milano Design Week 2025
«Stabat Mater dolorosa»
By Matteo Seraceni
Pubblicato il
Aprile 2025
INDICE
Potrei iniziare da qui, dalla preghiera attribuita a Jacopone da Todi, per parlare dell’installazione luminosa di Robert Wilson – una preghiera che richiama alla compassione (intesa nel suo senso etimologico) e alla partecipazione del dolore e dell’amore di una madre. La nostra esperienza umana porta tutti, prima o poi nella vita, ad assistere una persona cara in punto di morte: si “sta”, in silenzio, come una statua di marmo, incompiuta.
Potrei iniziare parlando di come la preghiera abbia percorso i secoli attraverso molte melodie: Pergolesi, Rossini, Dvořák – fra i tanti – fino ad arrivare ad Arvo Pärt, scelto da Wilson come “controcanto” al silenzio del dolore (“contro” anche fisicamente, perché l’ensemble sta alle spalle dell’osservatore). Una scelta particolare, minimalista e profondamente emotiva: ci ricorda che la semplicità può essere devastante così come la luce, nella sua immediatezza, può diventare un faro capace di esplorare l’animo umano.
Potrei iniziare da un parallelo azzardato fra gli ottuagenari Michelangelo, alle prese con un’opera così difficile che rimarrà incompiuta, e Wilson, che esprime la sua riflessione matura su un’opera così stratificata. Per chi si occupa di lighting design, Mother rappresenta una lectio magistralis sull’utilizzo della luce in ambito performativo (e quindi consiglio a chi si occupa di illuminazione, e in particolar modo agli studenti, di partecipare e prendere appunti) – così come la Pietà Rondanini è l’esempio di come un semplice abbozzo di un grande maestro, rilavorato più volte e mai concluso, possa diventare esso stesso opera d’arte. Un doppio specchio della senilità, nell’arte e nella vita.
Come si fa, dunque, con così tanti rimandi e stratificazioni, a commentare questa perfomance? Il rischio è quello di cadere nella trappola di intendere il tutto come elitario, noioso – sbottando con il famoso commento sulla corazzata Potëmkin (tra l’altro, Wilson utilizza un solo colore, il rosso, per un breve momento, a illuminare la pietra di fianco alla pietà – in un curioso rimando con la bandiera rossa della corazzata, unico elemento colorato in un film in bianco e nero).
Eppure
Tutto si tiene a mio avviso grazie a un elemento estraneo: la metropolitana. Nel silenzio della sala irrompe la vibrazione della metropolitana che passa presso il Castello Sforzesco. Ancor prima che una luce fioca illumini la finestra sullo sfondo, nello spazio completamente buio, il rutilare delle rotaie marca il proprio corso. Durante la performance questa vibrazione si ripete, anticipando e ritardando i movimenti musicali.
È la stessa vibrazione dei bombardieri prima dello sgancio delle bombe, dei missili prima dell’esplosione. La vibrazione della paura, della morte, corre in Myanmar, in Palestina, in Ucraina, in Pakistan, ad Haiti. Secondo il Global Peace Index, sono 56 i conflitti nel mondo. Rosso. Non vedo più la Pietà Rondanini davanti a me, vedo le madri che trascinano i figli senza vita.
Mother per me diventa una riflessione dolorosa sui conflitti che ci lasciano indifferenti (oppure di cui siamo inconsapevoli), sul dolore dei civili che subiscono le decisioni prese in stanze sconosciute. Madri che piangono silenziose i propri figli, falcidiati in guerre che coinvolgono anche chi è estraneo al conflitto. La risposta potrebbe partire dal disvelamento di questo dolore – come la luce che illumina a poco a poco il marmo – e da una preghiera.
«Fac me tecum, pie, flere»
AUTHOR
Matteo Seraceni
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