Milano Design Week 2026
Illuminare il design. La luce come strumento per svelare simboli e identità di brand
By Paolo Calafiore
Pubblicato il
Maggio 2026
INDICE
Al Fuorisalone 2026 alcune aziende hanno scelto la luce non come elemento decorativo, ma come strumento di racconto. Il risultato è una serie di progetti in cui l’illuminotecnica diventa la chiave per leggere la visione, i valori e l’identità di chi espone in uno dei palcoscenici più rilevanti del mondo del design.
Nell’aria del Fuorisalone si è respirato un profumo inedito. Tra gli oltre 1.300 eventi disseminati in città, una tendenza è emersa con chiarezza: la luce non è solo lustro che illumina gli spazi, le forme e le idee, ma li ricodifica rivelando l’aura e le visioni delle multiformi produzioni dei più disparati brand esposti.
La luce non è più effetto scenografico, ma una nuova grammatica attraverso cui brand di settori anche molto distanti tra loro scelgono di comunicare la propria identità. Da Kia a Lexus, da Aesop a Habits Design, fino a Konel con la sua borsa che pulsa al ritmo del cuore, il Fuorisalone 2026 ha offerto una mappa inedita di come la luce e, più in generale, la dimensione sensoriale da essa generata, stiano diventando il territorio privilegiato del racconto che contraddistingue il valore di un brand.
Kia: la luce come filosofia
Per il quarto anno consecutivo, Kia ha portato a Milano due mostre complementari riunite sotto il tema della “Risonanza degli opposti”, che interpretavano in chiave aggiornata la filosofia “Opposites United”, indagandone le implicazioni culturali ed emotive. La scelta di Kia è stata quella di mostrare il processo creativo, e per farlo ha eletto la luce a strumento principale di narrazione.
La mostra, Journey of Reflection, ha accolto i visitatori al Museo della Permanente attraverso tre installazioni sensoriali. Cultural Vanguard era un’opera dinamica che riempiva lo spazio con onde di particelle e colori che fluttuavano in continuo movimento, invitando a riflettere sui flussi di luce sovrapposti che simboleggiano l’unione di diverse prospettive, mentre Relentless Innovators offriva invece uno spazio sereno e intimo dove la luce e il colore, mutando lentamente, rappresentavano il trascorrere del tempo.
La luce, in questo contesto, non è stata elemento decorativo ma sistema di pensiero: ondula, muta, rallenta, accelera, esattamente come fa un processo creativo autentico, che rinuncia alla tentazione dello spettacolo per costruire visioni e atmosfere sonore subliminali capaci di fissarsi nella memoria profonda e durevole.
Lexus: lo spazio è luce, la luce è lusso
Al Superstudio Più di Via Tortona, il cambio di paradigma è stato evidente già nella nuova Lexus LS Concept, da cui ha preso ispirazione l’intero progetto espositivo. Se storicamente la sigla LS indicava “Luxury Sedan”, oggi quella “S” si è trasformata in “Space”.
Dentro questo frame, la luce è diventata l’architettura dello spazio stesso. L’installazione principale, SPACE, ha posto i visitatori al centro di una visione immersiva che combinava proiezioni a 360 gradi con suono e luce.
Lexus a Milano non ha presentato un’automobile. Ha presentato una visione di cosa significa stare bene, dentro e fuori da un veicolo. E lo ha fatto attraverso la luce, che nell’installazione diventava sempre qualcosa di più di un effetto, ovvero un viaggio nell’etica e nel movimento attraverso lo spazio.
Habits Design: Light Bites e MAREA / TIDE
Se Kia e Lexus hanno usato la luce per raccontare la propria filosofia, lo studio Habits Design l’ha portata sul tavolo — letteralmente. Il progetto Light Bites è un set di stoviglie pensato per un’esperienza di dining immersiva che rispondeva al tocco e al movimento, trasformando un pasto in qualcosa di più vicino a una performance.
Inserito all’interno della più ampia installazione MAREA / TIDE, una struttura aerea composta da moduli gonfiati a elio connessi da nodi motorizzati che reagiva in tempo reale al movimento e alla densità delle persone presenti nello spazio, avanzando e ritraendosi come un sistema meteorologico anziché come un oggetto, Light Bites rappresentava una riflessione acuta sul confine tra design e percezione sensoriale. La luce qui non illuminava una scenografia, ma era parte integrante dell’esperienza del cibo, del gesto, della convivialità. Ogni movimento del commensale innescava una risposta luminosa, rendendo il pasto un atto co-creativo tra oggetto e persona.
Quindi un progetto che si insinua nella nostra vitale abitudine quotidiana, attraverso una domanda semplice, ma provocatoria e dirompente: cosa succederebbe se quello che mangiamo potesse risponderci con la luce?
Aesop: The Factory of Light
Nel chiostro della chiesa di Santa Maria del Carmine, nel cuore di Brera, Aesop ha presentato un’installazione intitolata The Factory of Light, progettata dall’architetto australiano Rodney Eggleston, fondatore dello studio March di Melbourne, storico collaboratore del brand, che celebra la precisione delle mani umane che, attraverso l’artigianato, danno vita alla luce.
La struttura esterna è stata realizzata con impalcature di recupero e grandi tele trompe-l’œil che ritraevano dettagli di edifici e facciate milanesi, tagliati, ricomposti e applicati a una struttura architettonica che disegnava una Milano immaginaria ma riconoscibile.
Nella sacrestia, una superficie ondulata composta da più di 10.000 flaconi di fragranza Aesop creava, sotto lo stupore dello sguardo unito al profumo, preziose squame di luce in movimento in dialogo con le magnifiche boiserie in legno intagliato. Su questa superficie poggiava Aposē, la prima collezione di luci del brand: una lampada da tavolo, una a sospensione e una piantana, prodotte in vetro e ottone in collaborazione con Flos, in edizione limitata di 500 esemplari.
La luce fa parte della filosofia di Aesop fin dalle origini: “We illuminate every skin” (illuminiamo ogni pelle). La sfumatura ambrata dei flaconi, nata per proteggere le formulazioni dalla luce solare, è diventata nel tempo un segno riconoscibile, quasi un colore di marca. Da quella stessa radice funzionale, appunto, nasce Aposē che trasforma un elemento di cura in un oggetto domestico.
The Factory of Light è un progetto che funzionava su più livelli contemporaneamente: installazione architettonica, lancio di prodotto, dichiarazione di poetica e autobiografia di marca. La luce, per Aesop, non è mai un accessorio. È una postura.
Konel: Pulse Pack, la luce che batte nel corpo
Il progetto forse più radicale della settimana, dal punto di vista concettuale, arriva da Konel. Lo studio creativo, con radici in Giappone, New York e Milano, ha presentato Pulse Pack, una borsa indossabile traslucida che converte il battito cardiaco dell’utente in impulsi lenti, per aiutarlo a prendere consapevolezza del proprio stato emotivo e a calmarsi.
Il funzionamento è semplice nella forma, estremamente sofisticato nella sostanza: un sensore integrato nella struttura della borsa rileva la frequenza cardiaca in tempo reale e risponde con una pulsazione fisica propria che oscilla esattamente alla metà del ritmo rilevato. Il fondamento scientifico è noto in fisiologia e psicologia: il corpo sotto stress accelera il battito e stimoli ritmici esterni più lenti e regolari possono trascinarlo verso di loro per sincronizzazione — un meccanismo chiamato entrainment, ovvero l’allineamento del sistema nervoso a un ritmo esterno più quieto.
Ma la scelta progettuale più acuta non riguarda il meccanismo, bensì il punto del corpo in cui il segnale aptico viene recapitato. Mentre la maggior parte dei dispositivi indossabili lavora sul polso o sulle dita — zone ad alta attenzione conscia — Pulse Pack fa arrivare la sua pulsazione contro la colonna vertebrale e le scapole, zone che monitoriamo assai meno consciamente e che per questo risultano più ricettive a un’influenza sottile. Chi ha sentito una mano posata con decisione sulla propria schiena in un momento difficile conosce intuitivamente la differenza: è un contatto che radica, non che distrae.
In questo progetto la luce scompare come fonte visibile, ma rimane come metafora pulsante: è il battito del cuore a diventare il segnale, il ritmo, la coreografia. Konel reinterpreta il concetto stesso di “illuminazione” — non come chiarezza visiva, ma come consapevolezza interna.
Ancora un'edizione del Fuorisalone straordinaria e in crescita
Il Fuorisalone 2026 si chiude con numeri che parlano chiaro: oltre 500.000 visitatori, più di 1.300 eventi in città e un indotto economico di 255 milioni di euro, in crescita del +14,7% rispetto all’edizione precedente. Un sistema che si è ormai espanso ben oltre i confini del design tradizionale.
In questo contesto, i progetti che più hanno lasciato il segno non sono stati i più spettacolari, ma i più coerenti. La luce, sottile filigrana di questa edizione, non è mai stata fine a se stessa, ma il riflesso di qualcosa di più profondo. Una filosofia, un’intenzione, uno sguardo sul mondo.
AUTHOR
Paolo Calafiore
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