Eventi
“L’aurora viene”: l’arte si fa luce
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Ottobre 2025
Da oggi per gli appassionati c’è un nuovo indirizzo dell’arte. Ed è la galleria Thaddaeus Ropac, tra le più prestigiose con sedi in tutto il mondo, che ha aperto al pubblico a Milano, nella storica cornice del settecentesco Palazzo Belgioioso, progettato da Giuseppe Piermarini nel 1772, alla cui guida vi è la neodirettrice Elena Bonanno di Linguaglossa, esperta d’arte con una solida esperienza e incarichi di rilievo alle spalle. L’aurora viene è il titolo evocativo della mostra inaugurale (visitabile fino al 21 novembre, ingresso libero, dal martedì al sabato ore 11-19) che mette in dialogo per la prima volta due giganti del Novecento, Lucio Fontana e Georg Baselitz. Un confronto ideale e sorprendente. Nonostante non si siano mai incontrati di persona, i due artisti hanno molto in comune, entrambi condividono una profonda vocazione alla ricerca di nuove possibilità espressive del linguaggio artistico: uno ha tagliato le tele, l’altro ha capovolto i ritratti. Georg Baselitz, 87 anni, uno degli artisti più quotati del mondo, che vive tra Austria e Italia (dove ha stabilito da tempo uno studio a Firenze), ha nutrito per l’opera di Fontana (1899 -1968), per sua stessa ammissione, una profonda fascinazione, riconosce in lui un riferimento essenziale del proprio percorso artistico, per riflettere sulla materia, lo spazio e il significato dell’opera.
La mostra
Come suggerisce Luca Massimo Barbero, membro della Commissione Artistica della Fondazione Lucio Fontana e tra i più autorevoli studiosi dell’artista italo-argentino, “Baselitz e Fontana non condividono un’estetica ma una tensione verso l’ignoto, verso ciò che sta prima o dopo la forma. Entrambi pensano all’arte come apertura, non come definizione. L’idea che l’arte non rappresenti ma annunci, che non descriva ma evochi, che sia innanzitutto un atto di apertura verso l’origine”.
La mostra prende il titolo da un’opera di Baselitz del 2015 ed è curata con il supporto dello studio dell’artista tedesco e della Fondazione Lucio Fontana che ha concesso importanti prestiti per l’occasione. Il percorso espositivo mette in relazione opere cruciali di Fontana, da una selezione significativa dei Concetti Spaziali degli anni Cinquanta e Sessanta, con i loro caratteristici tagli, o fenditure, agli Inchiostri e ai Gessi, e sculture come Guerriero (1953) insieme allo splendido Arlecchino in ceramica smaltata. Opere accostate ai dipinti e alle sculture più recenti di Baselitz, realizzati negli ultimi dieci anni, in un periodo di intensa riflessione sul lavoro di Fontana, insieme a un’inedita scultura monumentale in bronzo che accoglie i visitatori nel cortile del palazzo, al piano terreno, selezionati con cura da Luca Massimo Barbero che ha orchestrato l’allestimento chiedendo i prestiti direttamente alle fondazioni e a collezionisti privati.
Le pareti candide di Palazzo Belgioioso, gli spazi molto ampi, con eleganti lance metalliche a soffitto (in sostituzione dei vecchi lampadari) progettate dall’architetto Umberto Dubini, inondati di luce proveniente dalle finestre, i decori degli stucchi, sembrano fatti apposta per ospitare questo dialogo in assenza/presenza che rivela una comune visione dell’opera come spazio mentale, la ricerca sull’origine delle forme artistiche e dell’universo, evocando la dimensione cosmica e infinita che si estende oltre la tela.
Cosmico e corporeo, matericità e squarci verso l’infinito in dialogo
Un faccia a faccia che coniuga il cosmico e il corporeo. Da un lato la matericità dei corpi nudi, nervosi, pieni di nodi e dalle fibre ritorte con la testa in giù di Baselitz, dall’altro i buchi e i tagli di Fontana che creano uno squarcio verso l’infinito. Una fenditura che, come la luce dell’aurora, annuncia un nuovo possibile inizio. Il taglio è stato per l’appunto l’“aurora” dell’impegno di Baselitz con Fontana: un punto di partenza per un dialogo molto più profondo. Secondo Baselitz, all’epoca del suo primo incontro con l’opera di Fontana, a Berlino nei primi anni Sessanta, “Fontana taglia una fessura al centro della sua tela e immerge lo sguardo dello spettatore nell’oscurità. […]. L’artista ha in mente qualcosa di molto specifico, che si trova al di fuori del quadro”.
Per Fontana, l’arte è un varco, una soglia cosmica: “Non voglio fare un quadro; voglio aprire lo spazio, creare una nuova dimensione, legare il cosmo, che si espande all’infinito oltre il piano confinante del quadro”. Un vuoto fecondo che diventa matrice di ogni possibile forma futura, come se qualcosa potesse sempre emergere tra materia e spazio, tra forma e annullamento. Per Baselitz, quel vuoto centrale è diventato “un’apparizione”, una soglia tra carne e spazio, tra visione e gesto. “Il nero del taglio è stato per me un barlume di speranza. Nel mezzo, poteva esserci qualcosa”, ha dichiarato Baselitz. Un “qualcosa” che l’artista tedesco ha continuato a cercare, con quel gesto di indubbia portata eversiva, mettendo a testa in giù i corpi, quelle figure spettrali nella loro intensa corporeità disarmante, dissolvendo la gravità, totalmente capovolte, giganti fragili e feriti, che Baselitz comincia a dipingere, diventate il tratto distintivo della sua arte, su cui cominciò a lavorare dal 1969. Figure spettrali che affiorano dall’oscurità come apparizioni, risalendo da una profondità sconosciuta. Eppure questo fondo di annichilente oscurità viene poi squarciato dalla generosità materica, dal vigore del gesto pittorico il cui l’impeto della pennellata rende i corpi luminescenti e vibranti, in quel movimento di vita e di energia creativa che sembrano ancora voler rivendicare, tenaci nella loro potenza sensuale e nella straordinaria combinazione di colori (i gialli, gli arancioni, i rosa) e delle pennellate audaci.
Baselitz utilizza il capovolgimento per creare un disorientamento, sovvertire le abitudini visive e artistiche, spingendo l’osservatore a interrogarsi sulla natura dell’arte e della rappresentazione, e per esprimere al tempo stesso una visione critica e contestativa della realtà. Ogni opera d’arte dell’artista tedesco ci mostra il nostro mondo mentre lo rifiuta, lo capovolge e lo ricrea. Esige che lo vediamo ma anche che cerchiamo qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa di non ancora inimmaginato. Richiamando lo scavo e la penetrazione delle profondità della tela tipici della pratica di Fontana. “Voglio un’apparizione”, dice Baselitz, “qualcosa che risale dalle profondità”. È proprio questa ambiguità il terreno in cui l’arte si rigenera, interrogando il nostro rapporto con l’origine e con la forma.
il Concetto Spaziale di Fontana del ’64-’65 pare il contrappunto perfetto alla grande tela Arrivato a passo, signora Kraut, nel salone di apertura, notevole opera di Baselitz del 2019, un dipinto fatti di pieni e di vuoti, dove la figura spettrale si staglia capovolta e sospesa nello spazio pittorico emergente da un fondo scuro, come se affiorasse dal profondo della tela o da un’altra dimensione, quasi come un’apparizione.
Nel salone centrale campeggia un olio di dimensioni monumentali di Baselitz dal titolo Arrivo, Lucio è passato, dal fondo chiarissimo, con ancora una figura spettrale capovolta con colorazioni pallide che, con la sua potenza visiva, dialoga con due emblematici capolavori di Fontana, i suoi celebri Concetti Spaziali,
Al centro dell’allestimento, spicca il dipinto Aurora viene (2015) di Baselitz che dà il titolo alla mostra: due gambe rovesciate conducono lo sguardo dal centro scurissimo della tela verso un centro vuoto come un’apertura buia da cui tutto può originarsi o dissolversi. È un omaggio esplicito al maestro italo argentino.
Un dialogo che appare evidente, nel faccia-a-faccia, tra Rosa riposa (2019) di Baselitz, le cui figure nude sembrano smaterializzarsi attraverso una tavolozza cromatica di rosati, nella trasparenza di una luce, incerta sì ma chiara, in una sensualità enigmatica e sospesa, e una delle rarissime La fine di Dio di Fontana (1963), esposta nella sala principale della galleria, uno straordinario olio su tela con una costellazione di forature irregolari, una sorta di tempesta meteorica, dal colore rosa intenso, la sua forma ovale, simbolo di origine e di fine, rappresenta “l’infinito, l’inconcepibile, la fine della figurazione, l’inizio del nulla”, come diceva lo stesso Fontana. E la luce, filtrando dai fori e dalle fenditure, crea un gioco percettivo. Così varchiamo anche noi visitatori la soglia in questa mostra di grande impatto emozionale e visivo che invita a scoprire qualcosa che si trova sotto la tela e diventa una interrogazione profonda (artistica ed esistenziale) sul confine tra astrazione e trascendenza, tra corpo e universo, fra forma e annullamento. Luce e oscurità. In una gioiosa ricerca dell’inatteso.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)
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