Eventi
La luce digitale come materia viva. La mostra Pixel Pioneers al Depot del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam
By Paola Testoni
Pubblicato il
Maggio 2026
INDICE
Visitabile fino alla fine del 2026, la mostra Pixel Pioneers trasforma il Depot del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, nei Paesi Bassi, in un laboratorio immersivo dove la luce diventa linguaggio, materia e architettura dell’immagine. La mostra, la prima interamente dedicata all’arte digitale nella storia del Museo, riunisce artisti internazionali e pionieri della digital art, mettendo in scena un universo visivo in cui il pixel – unità minima luminosa – è al tempo stesso segno, superficie e ambiente.
Luce come sostanza delle opere
Qui la luce non è semplice mezzo di visione, ma sostanza stessa dell’opera. Nei dipinti generati da algoritmi, la luminosità è calcolata, stratificata, resa variabile come una pittura in continuo mutamento. Nelle installazioni audiovisive, fasci luminosi e frequenze digitali costruiscono spazi percettivi che avvolgono lo spettatore, mentre proiezioni e ambienti interattivi trasformano il gesto del pubblico in variazioni di intensità, colore e ritmo.
Un dialogo particolarmente suggestivo emerge tra le opere contemporanee e i lavori storici degli anni Sessanta, dove le prime sperimentazioni al computer rivelano una luce ancora primitiva, intermittente, quasi fragile. È una luce nascente, fatta di segnali e codici, che oggi si espande in superfici fluide e ambienti immersivi, mostrando l’evoluzione di un’estetica che ha progressivamente smaterializzato l’immagine.
Un’opera dinamica e partecipata
Al centro della mostra si impone Horizons (2008/2026) di Geert Mul (1965), figura chiave della scena digitale europea. Attivo fin dagli anni Novanta, l’artista olandese indaga il rapporto tra tecnologia, media e percezione, esplorando come le immagini vengano costruite, archiviate e continuamente riorganizzate. Dopo gli esordi come VJ nella scena techno, ha sviluppato una pratica che considera il database come un vero e proprio dispositivo poetico: un sistema capace di generare nuove connessioni e significati a partire da flussi visivi preesistenti.
Horizons nasce proprio da questa logica. L’installazione rielabora centinaia di paesaggi provenienti dalla collezione del museo, trasformandoli in un panorama digitale in costante mutazione. Grazie a software e sensori di movimento, le immagini vengono tagliate, sovrapposte e ricomposte in tempo reale: è il pubblico, con la propria presenza, ad attivare la luce e a generare nuove configurazioni visive. La visione diventa così esperienza dinamica, instabile, mai definitiva.
Restauro come aggiornamento tecnologico
La recente operazione di restauro dell’opera apre una riflessione fondamentale sulla natura stessa della luce digitale in quanto, a differenza di un dipinto, qui non si conserva un oggetto, ma un sistema: codice, hardware, immagini, interazione. Il restauro ha richiesto un aggiornamento tecnologico complesso che ha mantenuto intatta la “firma” dell’artista – il codice originale – migrandola su nuove macchine e, allo stesso tempo, ricreando l’ambiente digitale originario attraverso processi di emulazione. Anche il sistema di interazione è stato ripensato, sostituendo il sensore termico iniziale con tecnologie più avanzate, capaci di rendere la risposta luminosa più precisa e reattiva.
Un ulteriore livello di intervento ha riguardato la banca dati di immagini, cuore pulsante dell’opera. Le circa 200 immagini utilizzate sono state verificate, aggiornate e in parte sostituite per rispettare le attuali normative sui diritti, dando vita anche a una doppia versione dell’archivio, pensata per la circolazione internazionale del lavoro. Il restauro diventa così non solo conservazione, ma vera e propria riscrittura controllata, che tiene conto della natura fluida e mutevole dell’arte digitale.
Pixel Pioneers suggerisce dunque una prospettiva in cui la luce codificata è insieme esperienza sensibile e costruzione tecnologica, memoria e trasformazione. In un’epoca dominata dagli schermi, la mostra invita a interrogare ciò che vediamo, rivelando la complessità nascosta dietro ogni immagine luminosa.
A fare da cornice è il Depot del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, spazio visitabile che rende accessibile al pubblico una vasta collezione normalmente custodita nei depositi. Più che un semplice contenitore, il Depot, dall’architettura futuristica ricoperta da oltre 1.600 pannelli specchianti, si configura come un dispositivo trasparente e dinamico, dove anche la luce – naturale e artificiale – contribuisce a ridefinire il modo in cui le opere vengono percepite e vissute.
AUTHOR
Paola Testoni
Paola Testoni, storica dell’arte e giornalista, vive da quasi 40 anni nei Paesi Bassi da dove collabora a diverse testate tra cui Repubblica, Il Sole 24 ore, Art e Dossier, scrivendo di arte e cultura.
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