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Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei

“A lume di notte”. La luce nella pittura di Matthias Stom

By Cristina Ferrari
Pubblicato il
Gennaio 2026

Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei

“Misterioso”, nonostante nella sua vita abbia realizzato, soprattutto in Italia, oltre 250 opere, spesso di grandi dimensioni e di grande impatto compositivo.

È questo l’aggettivo che meglio definisce la vicenda biografica e artistica di Matthias Stom, pittore fiammingo del Seicento la cui vita rimane in gran parte sconosciuta, a cui, fino al 15 febbraio, la Fondazione Brescia Musei, fondazione di partecipazione pubblico–privata presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov, ha dedicato una mostra monografica presso la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

Di lui sono incerti i termini cronologici, si pensa sia nato intorno a 1600 (non si conosce esattamente il luogo), e sono sconosciuti il luogo e la data di morte, avvenuta non prima del 1645, e perfino il cognome ha suscitato interrogativi: al nome ‘Stomer’, in uso fino agli anni Ottanta del Novecento, si è oggi sostituito ‘Stom’, grazie al rinvenimento di rare firme autografe e di alcune citazioni documentarie.

Quindi pochi dati certi e poche date note. L’attività di Matthias Stom si articola in più fasi: quella iniziale nelle Fiandre, quella romana (1625 – 1633 circa), decisiva per la sua formazione, durante la quale elabora un linguaggio pittorico naturalistico pur restando legato alla poetica caravaggesca. Preziose per ricostruire il suo periodo romano sono le sei tele già appartenute alla famiglia Scotti di Roma, poi trasferite nel ramo lombardo della casata. Dopo Roma, tra il 1635 e il 1638, Stom è documentato a Napoli, dove ha successo grazie all’introduzione di scene notturne, ancora poco diffuse in ambito partenopeo, e dove, nel 1637, viene accusato di eresia dal Sant’Uffizio. L’accusa, forse archiviata senza conseguenze, potrebbe tuttavia riflettere un’effettiva appartenenza al protestantesimo, in un’epoca in cui il ‘nicodemismo’ era spesso praticato. Questo aspetto potrebbe anche spiegare la sua irregolarità familiare (quattro figli nati fuori dal matrimonio) e la scelta di non sposarsi.

Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei
Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei
Matthias Stom, Incredulità di san Tommaso, olio su tela, cm 126 x 153, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo. Photo © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia/Fotostudio Rapuzzi

Intorno al 1639, l’artista si trasferisce a Palermo, dove realizza diverse opere di grandi dimensioni come non aveva mai fatto prima, fatta eccezione per la pala di Chiuduno. In seguito è documentata la sua presenza a Venezia, tra il 1643 e il 1645, dove però ogni traccia della sua attività si perde. Ci è ignoto quando e dove egli sia morto, ma verosimilmente dovette spostarsi anche dalla città lagunare.

Tra le opere di provenienza lombarda esposte nella mostra a Brescia, è plausibile attribuire un’origine palermitana all’Incredulità di san Tommaso della Pinacoteca e al Cristo sulla via del Calvario dell’Accademia Carrara. Si aggiunge anche il dipinto conservato a Soncino, con un raro soggetto storico: Giuseppe Flavio predice a Vespasiano che diventerà imperatore.

Matthias Stom, Cristo sulla via del Calvario, olio su tela, cm 153 x 141, Bergamo, Accademia Carrara. Photo © Fondazione Accademia Carrara, Bergamo
Matthias Stom, Vespasiano libera dalle catene Flavio Giuseppe, olio su tela, cm 246 x 145, Soncino, Santa Maria Assunta. Photo © Diocesi di Cremona, Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto/Fotostudio Rapuzzi

La mostra

La mostra di Brescia (intitolata Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde) è la prima monografica dedicata a Stom mai organizzata in Italia e la seconda a livello mondiale. Il progetto ha potuto concretizzarsi grazie all’arrivo in comodato presso la sede museale di due dipinti finora inediti provenienti da una collezione privata bresciana, ovvero la Negazione di san Pietro ed Esaù che vende la primogenitura a Giacobbe, a testimonianza del crescente riconoscimento dell’attività della Fondazione nella valorizzazione del patrimonio comunale e il costante impegno dell’Istituzione bresciana rispetto alla propria mission statutaria. Queste opere, eseguite durante il soggiorno romano dell’artista, si caratterizzano per la resa intensa dei primi piani e l’uso drammatico della luce artificiale, genere in cui Stom si specializzò sulla scia dell’influenza di Gherardo delle Notti. L’esposizione è accompagnata da un catalogo, scritto da Gianni Papi, con un saggio monografico sull’artista, che arricchisce la Collana Studi di Fondazione Brescia Musei.

Matthias Stom, Negazione di san Pietro, olio su tela, cm 51 x 84, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo (in deposito da una collezione privata). Photo © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia/Fotostudio Rapuzzi
Matthias Stom, Esaù vende la primogenitura a Giacobbe, olio su tela, cm 51 x 84, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo (in deposito da una collezione privata). Photo © Archivio Fotografico Musei Civici di Brescia/Fotostudio Rapuzzi

“Con questo progetto espositivo, Fondazione Brescia Musei riafferma il proprio ruolo di centro di produzione culturale vivo e partecipato, in cui la valorizzazione delle collezioni si traduce in un costante lavoro di approfondimento, apertura e produzione di nuova conoscenza”, spiega Stefano Karadjov, direttore Fondazione Brescia Musei.

L’allestimento, a cura dell’architetto Valter Palmieri, rappresenta una suggestiva parentesi all’interno del percorso permanente della Pinacoteca Tosio Martinengo, nella sala abitualmente occupata dalle opere del XVII secolo, sottolineando il legame della mostra con la Collezione museale e creando allo stesso tempo un ponte tra la sezione rinascimentale e quella settecentesca, dedicate alla pittura di realtà.

Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei In primo piano: Matthias Stom, Guarigione di Tobia, olio su tela, cm 198 x 246, collezione privata.
Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei

L’esposizione, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, con il supporto di BTL Banca del Territorio Lombardo in qualità di Educational Activity Partner e il contributo di Regione Lombardia, è curata da Gianni Papi, storico dell’arte italiano esperto della pittura del Seicento, tra i massimi esperti internazionali della pittura caravaggesca, incontrato da LUCEweb.

Matthias Stom, Incredulità di san Tommaso, olio su tela, cm 121 x 172, collezione privata. Photo © Fotostudio Rapuzzi
Matthias Stom, Dedalo mette le ali a Icaro, olio su tela, cm 121,5 x 161, collezione privata. Photo © Fotostudio Rapuzzi

Dott. Papi, come è nata l’idea di questa mostra e come è stato scelto il percorso?

L’idea è partita, come già detto, dall’arrivo in comodato dei due quadri provenienti da una collezione privata. Questo comodato ha permesso di costruire un itinerario artistico che riunisce tutte le opere note di Stom attualmente presenti in Lombardia (12 dipinti), provenienti da chiese, istituzioni museali e collezioni private, a cui si aggiunge idealmente la monumentale pala di Chiuduno (BG) alta quasi 4 metri, raffigurante l’Assunzione della Vergine, non spostata per le sue dimensioni. L’esposizione, piccola ma significativa, trova dunque la sua principale ragione nel presentare tutta la produzione conosciuta del pittore pervenuta in territorio lombardo. Si tratta della prima mostra monografica dedicata all’artista realizzata in Italia e la seconda al mondo, considerando quella allestita (con soli nove dipinti tutti reperibili in Gran Bretagna) nel 1999 a Birmingham, intorno all’Isacco che benedice Giacobbe conservato presso il Barber Institute of Fine Arts della città.

Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei
Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei

Nelle opere di Stom, come per tutti gli altri pittori fiamminghi, la luce riveste un ruolo da protagonista. Ce ne può parlare?

La luce in alcuni quadri di Stom è “a lume di candela”, quindi una luce “artificiale”. L’artista, che è a Roma probabilmente dal 1625 circa, è stato indubbiamente molto influenzato dalle opere di Gerrit (o Gerard) van Honthorst, noto anche come Gherardo delle Notti (Utrecht, 4 novembre 1592 – Utrecht, 27 aprile 1656), pittore olandese che all’inizio della sua carriera (intorno al 1610) avrà un soggiorno di circa dieci anni a Roma, dove sarà a sua volta influenzato dalle opere dei maestri italiani, specialmente da Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, da cui ha tratto ispirazione per il forte naturalismo dei suoi dipinti.  Ma se Caravaggio scolpisce le figure con luce e ombre, è Gherardo delle Notti che mette in scena virtuosismi luministici utilizzando fonti di luce artificiali.

Dopo Roma, a Napoli – dove giunge probabilmente intorno al 1633 – Stom ottiene un grande successo proprio introducendo scene “a lume di notte”, al punto che nella città partenopea gli verranno attribuite tutte le opere che presentano tali caratteristiche, forse anche quelle non dipinte da lui

La luce per Stom è un artificio per far emergere le figura dal buio, dare risalto ai particolari, scolpire i volumi. Indubbiamente con esiti di grande effetto. Del resto si trattava della realtà quotidiana dell’epoca, in quanto la luce artificiale di candele e torce illuminava gli interni e le notti.

Matthias Stom, Uomo con boccia di vetro a lume di candela, olio su tela, cm 72 x 58, Bergamo, Accademia Carrara. Photo © Fondazione Accademia Carrara, Bergamo
Matthias Stom, Ragazzo che accende una candela soffiando su un tizzone, olio su tela, cm 72 x 58, Bergamo, Accademia Carrara. Photo © Fondazione Accademia Carrara, Bergamo

Che ruolo ha rivestito Caravaggio nell’arte di Stom?

Caravaggio è alla base della pittura naturalistica. La sua formazione risente dell’influenza della pittura lombarda e veneta del XVI sec., quindi di maestri di area bresciana, quali Foppa, Savoldo, Moretto e Romanino, e veneta, come Tintoretto, ma fondamentale per il pittore dovette essere l’apprendistato presso Simone Peterzano a Milano e l’ambiente artistico del capoluogo lombardo. Come per tutti i pittori che a Roma seguiranno il verbo naturalista, Caravaggio fu importante anche per Stom, ma questi, arrivando a Roma in anni assai avanzati, si avvicinerà soprattutto ai seguaci di Caravaggio di prima e seconda generazione, come Ribera, il suddetto Honthorst, Serodine, Simon Vouet e a fiamminghi come Theodoor van Loon. Poi, come aveva già fatto Caravaggio nel 1606, anche Stom, come ho appena detto, si trasferirà a Napoli intorno al 1633, forse spinto dal desiderio di lavorare in un ambiente ancora sensibile al naturalismo caravaggesco.

Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei
Immagine della mostra "Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde". Photo Alberto Mancini, Courtesy Fondazione Brescia Musei

La pittura a “lume di candela” e le scene caravaggesche notturne erano ancora diffuse tra i contemporanei di Stom?

Matthias Stom, Cristo fra i dottori, olio su tela, cm 106 x 182, collezione privata. Photo © Fotostudio Rapuzzi

Dagli anni ’30 del XVII secolo, con l’imporsi del Barocco, il caravaggismo era ormai un filone non più di moda a Roma. Il buio e i violenti contrasti chiaroscurali del caravaggismo erano d’altra parte in contrasto con la luminosità tipica della pittura barocca. Fra gli artisti che ancora praticarono la pittura a lume di notte si distingue soprattutto un maestro ancora anonimo, probabilmente seguace di Honthorst, che chiamiamo, in attesa che si riveli la sua vera anagrafe, Maestro del lume di candela.

AUTHOR

Cristina Ferrari

Laureata con lode in lettere classiche all’Università degli Studi di Verona, con tesi in archeologia, è giornalista pubblicista dal 2012 e collabora a diverse testate tra cui Archeo, Medioevo, LUCE

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