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Simone Mannino: “Nella pittura, come nella vita, la luce è sempre un atto d’amore”
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Dicembre 2025
INDICE
- 1 La mostra “CORPUS IMAGINUM - Le pitture nere alla Quinta dell’Ombra”
- 2 Il suo atelier, ricavato dall’ex Oratorio di Sant’Orsola a Palermo, dove lavora e ha inaugurato la sua mostra concepita come un’esperienza totale immersiva, presenta un ciclo di opere ispirate alla Quinta del Sordo di Goya. Come è entrato nel pathos di questo luogo così saturo di significati e suggestioni?
- 3 Come nasce il progetto espositivo? Che racconto visivo inscena?
- 4 Espone un ciclo di opere retroilluminate. Perché ha adottato i light box?
- 5 Dal buio alla luce e viceversa. Che funzione ha l’ombra o il chiaroscuro in questo progetto d’impronta fortemente teatrale?
- 6 Le è pittore, scultore, regista teatrale, artista poliedrico a cui piace dipingere ad olio. Ma che funzione ha il disegno nel suo lavoro?
- 7 Il focus della mostra è allestito nella navata centrale dell’ex Oratorio con cinque gradi pale d’altare. Quali soggetti dipinge e perché?
- 8 Le sue sono opere meditative, generate dal silenzio, che paradossalmente nell’ex Oratorio “fanno rumore” perché smuovono riflessioni sul nostro lato oscuro. Nel dettaglio che figure femminili ha dipinto in questo abisso di nero in bilico tra sacro e profano?
- 9 Possiamo dire che, sul piano simbolico e per estensione le sue figure femminili configurano un rito contro la violenza barbara dell’uomo, a favore della loro emancipazione?
- 10 Cos’è la luce per lei?
La mostra “CORPUS IMAGINUM - Le pitture nere alla Quinta dell’Ombra”
A Palermo, nel cuore del centro storico, nel vicolo di S. Orsola 13, Simone Mannino (Palermo 1981), artista visivo, pittore, scultore, regista teatrale pluripremiato di fama internazionale, ha aperto nell’ex oratorio settecentesco della chiesa sconsacrata, un tempo teatro di lotte clandestine, l’Atelier Nostra Signora. Si tratta di un importante intervento di recupero, avvenuto dopo anni di abbandono, che ha restituito alla città un luogo espositivo e di produzione culturale, incontro multidisciplinare a servizio dei cittadini, dove tutto è immaginazione e trasfigurazione e l’artista inventa storie tra visibile e l’invisibile. Nell’atelier è oggi in corso (prorogata fino al 20 dicembre) la mostra CORPUS IMAGINUM – Le Pitture Nere alla Quinta dell’Ombra, con pitture e disegni inediti di grande formato, concepiti in dialogo con questo luogo carico di storia e memoria, al fine di inscenare un viatico dentro gli abissi dell’inconscio, al confine tra luce e ombra, bene e male, sacro e profano, eros e thanatos.
CORPUS IMAGINUM presenta un insieme di olii su tela e disegni scaturiti dal dialogo con l’architettura carica di suggestioni in bilico tra figurazione e astrazione, creature ibride dal segno espressionista e surrealista insieme, ispirate alle Pitture Nere di Goya, come simbolo di introspezione, oscurità e metamorfosi interiore, sospese tra il buio teatrale e una luce rarefatta grazie a light box che trasformano il luogo in uno spazio onirico, visionario d’impatto fortemente teatrale.
Ogni dipinto è una soglia, un rito di passaggio tra ombre e luce, un grido contro l’impossibilità di comprendere le ragioni della morte e i mostri apollinei che dimorano in noi, presenze ctonie e vive che intrecciano un dialogo tra pittura, spazio e luce.
Abbiamo incontrato l’artista per saperne di più di questa mostra che presenta una soglia tra mito, memoria e arte totale come esperienza sensibile, dove architettura e pittura si fondono in un unico spazio, grazie alla luce, con opere in light box retroilluminati che evocano le vetrate di una cattedrale gotica, trasformando l’oratorio in un ambiente immersivo. In questo scrigno magico il 20 novembre è stata svelata un’opera inedita realizzata a Venezia in collaborazione con lo Studio Berengo di Murano, tra le fonderie artistiche più prestigiose al mondo, che permette a Mannino di passare dalla luce al vetro, dal gesto al respiro, dove pittura e forma si fondono in una visione alchemica d’impatto scenografico, da vedere e non da raccontare.
Il suo atelier, ricavato dall’ex Oratorio di Sant’Orsola a Palermo, dove lavora e ha inaugurato la sua mostra concepita come un’esperienza totale immersiva, presenta un ciclo di opere ispirate alla Quinta del Sordo di Goya. Come è entrato nel pathos di questo luogo così saturo di significati e suggestioni?
Quando l’ho trovato, l’ex Oratorio di Sant’Orsola era un luogo sospeso nel tempo. Un corpo ferito, ma con una bellezza viva e silenziosa. Mi ha chiamato il suo spazio “interiore”. Entrare lì dentro è stato come abitare un ricordo: le pareti sembravano custodire un respiro antico, un eco di riti ancestrali. Non volevo semplicemente adattarlo a un atelier, ma ascoltarlo, restituirgli una funzione vitale. La mostra nasce da questo incontro. Presento un ciclo pittorico che dialogo con la Quinta del Sordo di Goya, ma non come citazione: piuttosto come attraversamento. Quelle “pitture nere” sono state un punto di non ritorno nella storia dell’immagine, un varco tra rappresentazione e visione. Io ho voluto ripartire da lì, dal confine dove la pittura smette di descrivere e comincia a evocare.
Come nasce il progetto espositivo? Che racconto visivo inscena?
Il progetto è costruito come percorso interiore, un viatico nell’inconscio alle soglie del rito. Nella navata dell’ex Oratorio ho collocato cinque grandi pale d’altare, pensate come corpi luminosi in uno spazio di silenzio. Non volevo riempire la chiesa, ma farla respirare. Le opere dialogano con l’architettura e con la penombra che diventa parte del linguaggio visivo. Tutto accade tra buio e luce, come in una scena teatrale.
Espone un ciclo di opere retroilluminate. Perché ha adottato i light box?
Ho scelto di retroilluminare gli olii su tela, trasformandoli in light box, perché volevo che la luce venisse da dentro. È una luce intima, interiore, non qualcosa che colpisce la superficie, ma che la attraversa. Come un’anima che si accende e si spegne, la pittura in questo modo si fa corpo vivente, diventa organismo, una presenza che respira nello spazio.
Dal buio alla luce e viceversa. Che funzione ha l’ombra o il chiaroscuro in questo progetto d’impronta fortemente teatrale?
Dal buio alla luce – e di nuovo al buio: è il ritmo della mostra, il respiro dell’opera. L’ombra ha per me una funzione sacra: non è la mancanza, ma il luogo dove tutto nasce. Ogni mia opera cerca quel punto segreto in cui la forma emerge in tutta la sua potenza e subito si ritrae, come se non potesse sostenere troppa vita. È lì che nasce il teatro, la soglia tra apparizione e sparizione, tra vita e morte.
Le è pittore, scultore, regista teatrale, artista poliedrico a cui piace dipingere ad olio. Ma che funzione ha il disegno nel suo lavoro?
Il teatro e la pittura, per me, non sono discipline diverse, ma linguaggi di una stessa visione. Dirigo, disegno, dipingo, costruisco, illumino. Tutto nasce dallo stesso gesto: dare corpo all’invisibile. Il disegno riflette il mio modo di pensare. È la prima manifestazione della forma, un contatto con ciò che non si può ancora dire. Disegnare, ascoltare. Le figure affiorano dal fondo, e io mi limito a seguirle. A volte mi accorgo dopo che le conoscevo già: erano dentro, in attesa.
Il focus della mostra è allestito nella navata centrale dell’ex Oratorio con cinque gradi pale d’altare. Quali soggetti dipinge e perché?
Le figure femminili di CORPUS IMAGINUM sono apparizioni. Non ritratti, non simboli, ma energie incarnate. Sono donne e spiriti, corpi in metamorfosi a volte angelici e demoniaci insieme, creature telluriche che abitano lo spazio dell’immaginazione. Loro appaiono come presenze che emergono dal fondo. Attraversate da una tensione tra ascesa e caduta, sospese tra luce e materia, corpo e spirito, in ognuna di loro c’è un frammento di salvezza e di abisso.
Le sue sono opere meditative, generate dal silenzio, che paradossalmente nell’ex Oratorio “fanno rumore” perché smuovono riflessioni sul nostro lato oscuro. Nel dettaglio che figure femminili ha dipinto in questo abisso di nero in bilico tra sacro e profano?
Provengono da un luogo interiore dove bellezza e ferita coincidono. Per esempio, Orsola (Vere Orbis) e La decapitazione delle vergini (Rosso Bellum) nascono da questa tensione: sono icone di un sacrificio che si fa rivelazione. Non rappresentano la mostra, bensì il momento in cui la materia si apre e lascia passare la luce. La loro è una danza nell’oscurità, un atto di resistenza e di trasformazione. Sono corpi che si offrono e si riscattano nello stesso gesto, presenze che continuano a vibrare dentro di noi, anche quando il silenzio sembra inghiottirle.
Possiamo dire che, sul piano simbolico e per estensione le sue figure femminili configurano un rito contro la violenza barbara dell’uomo, a favore della loro emancipazione?
Si, sul piano simbolico, si può leggere come un racconto visivo sull’emancipazione del femminile: ma non è una dichiarazione ideologica – come gesto sacro. Le mie sono figure che attraversano la violenza per liberarsene, che trasformano il dolore in luce. Ogni mia creatura, in fondo, è un essere che torna alla propria origine, una parte di noi che tenta di svelarsi.
Cos’è la luce per lei?
La luce non è mai solo effetto, ma principio. In questo senso CORPUS IMAGINUM è una mostra sulla trasformazione. È forma stessa del tempo: un respiro. Io non intendo come illuminazione fisica, ma come materia spirituale: qualcosa che nasce dal buio, lo attraversa e lo trasfigura. La luce è ciò che guarisce la materia, che le restituisce un senso. Ogni opera è per me un atto di guarigione, un modo di trasformare il dolore in visione. Per esempio, durante la realizzazione, ho vissuto un periodo complesso, segnato da perdite e rinascite. In particolare, quella di Philippe Berson, amico fraterno e cofondatore di Atelier Nostra Signora, ha dato a questo ciclo un significato ancora più profondo. È come se ogni tela fosse un modo per trattare il lutto, per dargli forma e luce, Un gesto artistico nato come blasfemo del dolore, ma che poi ha trovato una sua autonomia, un senso di grazia. Oggi che l’Atelier vive, sento che la materia, la pittura, la luce e la memoria si sono ricongiunte. L’arte è questo: un atto di salvezza e di condivisione nello sperare una possibilità di rinascita. Curare un luogo, un corpo, un’immagine è un modo per curare se stessi. E nella pittura, come nella vita, credo che la luce sia sempre una forma d’amore.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
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