Eventi
Man Ray: libertà creativa e piacere dell’immagine in mostra a Palazzo Reale
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Ottobre 2025
INDICE
UNO E TRECENTO MAN RAY, tante identità quante sono le opere esposte nell’imperdibile mostra a Palazzo Reale a Milano dell’artista, pseudonimo di Emmanuel Radnitzky (Filadelfia 1890 – Parigi 1976), “battezzato” uomo raggio di luce (Man Ray), nel 1921, da Marcel Duchamp (1887 – 1968), amico e complice di sperimentazioni audaci. Stiamo parlando di uno spirito libero dalla mente istrionica, pittore, scrittore, fotografo, regista che non copiava la realtà, ma esplorava nuove prospettive, un genio inafferrabile, fedele alla sua libertà espressiva e alla ricerca del piacere dell’immagine, che ha marcato l’estetica del Novecento. Tutto ciò che ha creato continua a influenzare la cultura visiva contemporanea.
Lo dimostra con 300 opere (tra fotografie vintage, disegni, litografie, oggetti e documenti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private), la retrospettiva intitolata Man Ray – forme di Luce, (visitabile fino all’11 gennaio 2026) promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Silvana Editoriale, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, esperti che ci aiutano a comprendere l’interdisciplinarità creativa del “Picasso della fotografia”, come è stato definito dai critici.
Man Ray è un dadaista anarchico negli oggetti e nei collages, che ha prodotto sistematicamente dal 1915, e nelle opere all’insegna della provocazione, contro i linguaggi tradizionali, poi surrealista nelle sue fotografie, concepite come autentiche opere d’arte. L’artista va oltre le etichette, fotografa senza macchina fotografica e dipinge senza pennello con l’aerografo, secondo lui tutto nasce dal cervello e come diceva: “Creare è divino e produrre è umano”. Tutte le sue opere nate dall’alchimia tra humor, paradossi, intelligenza e immaginazione, in mostra a Palazzo Reale, restituiscono a chi già conosce Man Ray uno spaccato di un’epoca gloriosa per Parigi, centro della cultura internazionale, ripercorrendo le tappe fondamentali della storia dell’arte e della tecnologia dell’immagine, in otto sezioni scandite dalle sue opere che inscenano come il genio ha cambiato la percezione della realtà e ha elevato la fotografia a linguaggio artistico autonomo.
Chi è l’artista?
Nato a Filadelfia da genitori ebrei di origine russa, ha nel nome, tratto dall’unione di “Man” (uomo) e “Ray” (raggio di luce), un destino. Cresciuto a Brooklyn, educato a New York, frequenta il Ferrer Center di New York, una scuola libertaria e punto d’incontro di intellettuali, prima di diventare fotografo e artista dadaista, dissacratore dei linguaggi tradizionali, si avvicina alla fotografia per passione del nuovo, conosce la rivista fotografica Camera Work e frequenta la galleria 291 di New York, diretta da Alfred Stieglitz (1864 – 1946) e Edward J. Steichen (1879 – 1973). In questo polo culturale cosmopolita, Man Ray trova mostre di artisti delle avanguardie europee a partire dal 1909, scopre il Cubismo, Brancusi, Picasso e tanti altri autori, alcuni dei quali poi segneranno il suo percorso artistico, in primis Marcel Duchamp, con il quale inizia a giocare a tennis (dal 1915). La strana coppia ha determinato e ha stravolto la cultura delle arti visive del Novecento; dalla loro straordinaria collaborazione e sintonia nasce a New York (1920) il primo museo d’arte d’avanguardia, chiamato Société Anonyme finanziato da Katherine Dreier. Il mago della luce incomincia a fotografare le sue opere a New York nel 1915, l’anno successivo è cofondatore della Società degli Artisti Indipendenti e collabora, insieme a Duchamp, per Dada New York oltre che per altre numerose pubblicazioni. Qui incomincia la costruzione di oggetti predadaisti, come Boardwalk (1917), Shadows (1919), Lampshade (1919), a cui seguono molte altre opere anarchiche realizzate con la sua mente eclettica di sperimentatore che diceva: “L’originale è la nascita, la copia è la sopravvivenza dell’oggetto”.
Rinascita parigina (1921 - 1940)
A Parigi, nel 1921, Man Ray viene accolto alla stazione Duchamp, all’epoca aveva solo 31 anni e diventa fotografo di James Joyce e Gertrude Stein, inizia, per sbarcare il lunario, a lavorare anche per la moda, in particolare per il sarto Paul Poiret e, dal 1925, con Vogue. Insoddisfatto di come i fotografi professionisti trattavano i suoi bizzarri assemblaggi e oggetti, li fotografa seguendo nuovi paradigmi visivi e, da subito, queste immagini diventano opere. Scatta ritratti di personaggi celebri della Parigi cultural-mondana tra le due Guerre, in mostra seducono i volti dall’espressione intensa di scrittori e poeti e artisti con particolare sensibilità psicologica, da Coco Chanel a Elsa Schiaparelli, Picasso, Paul Eluard, Tristan Tzara, Arnold Schonberg, Igor Stravinskij, André Breton e i protagonisti del Surrealismo, l’amico Alberto Giacometti, Joan Mirò, e, tra gli altri, l’immancabile compagno di sperimentazioni audaci Marcel Duchamp che vediamo attore nella fotografia “tonsura”, con il cranio rasato (1919), e nell’altra in cui compare vestito da donna, intitolata Rrose Sélavy (1921). Man Ray consacra all’immortalità la Marchesa Casati, ritratta con “quattro occhi” nella celebre foto frutto di un errore (1922), e tutte le molte donne che ha amato. Il percorso espositivo si apre con la sala dedicata agli autoritratti di Man Ray, un narcisista istrionico che ci guarda e ammicca in scatti sperimentali dalla creatività caleidoscopica, ci seduce il suo sguardo, di un immaginifico creatore di sogni attraverso scatti concepiti come opere d’arte. Lo vediamo rasato a metà in una immagine del 1944 e, l’anno dopo, si immortala vestito da prete.
A Parigi costruisce il primo oggetto dadaista apparso in Francia, Cadeau (1921), un ferro da stiro irto di chiodi esposto in una mostra alla Librairie Six che doveva essere un regalo a uno dei suoi amici dadaisti, scelto tirando a sorte. L’oggetto sparì il giorno dopo del vernissage, poi fu ritrovato e replicato. Una delle sue prime fotografie scattate a Parigi è il ritratto di Marcel Proust (18 novembre 1922) sul letto di morte, forse l’unica fotografia dedicata a un defunto. Fu Jean Cocteau a portare l’artista davanti al capezzale dell’amico scrittore. Da questa prima sala, fino all’ultima, sfilano una carrellata di capolavori fotografici nel periodo parigino (1921 – 1940) quando oltre ai ritratti, ricerca forme di bellezza in immagine magnetiche incarnate dalle sue muse, modelle e amanti, e ci stupisce con audaci sperimentazioni di linguaggi cinematografici.
La mostra, le donne, il piacere della bellezza e della liberà creativa
La mostra ci presenta l’unità del molteplice del “disegnatore” di luce suddivisa nelle sezioni: Autoritratti, Ritratti, Muse, Rayografie, Cinema, Moda, Nudi e Multipli, un percorso espositivo che inizia con una serie di autoritratti esilaranti, di un precursore del dadaismo che è andato oltre il surrealismo. Lo spettatore attento, osservando da vicino per lo più stampe vintage -print, e poche stampe moderne autorizzate da Man Ray stesso, trova soluzioni audaci e alcune astratte, come nella sezione delle stampe rayografiche , pure forme di luce emerse dal buio. La mostra punta anche sull’approfondimento del suo interesse per il cinema, un territorio di sperimentazione di pura tecnica e poetica, come si vede nei film Le Retour à la raison (1923), Emak Baika (1926), L’Étolie de mer (1928), Les Mystères du Chateau du Dé (1929). L’allestimento di Umberto Zanetti dello studio ZDA-Zanetti Design Architettura, permette una immersione nel modus operandi dell’artista, attraverso un percorso suddiviso in sale concepite come “scatole magiche” con pareti colorate, mentre chi già conosce il mago della luce lo riscopre soffermandosi sui dettagli di sovrapposizioni e contrasti formali e compositivi, cogliendo l’aspetto multidisciplinare di un alchimista di illusioni. E per chi ancora non lo conosceva di comprenderlo e apprezzarlo.
È artista liberatorio e libertino che ha amato molte donne, amici e la vita, in cui tutto e tutti diventano soggetti-oggetti della sua bulimia creativa, fedele com’è al bisogno di fare arte. Il dadaista anarchico è attratto da donne indipendenti dalla forte personalità, che poi l’hanno lasciato. Diventa la sua seconda moglie Juliet Browner, ballerina di ventinove anni incontrata nel 1940 a Hollywood, modella incantevole, a cui dedica ritratti dal 1941 al 1955, raccolti per volontà dell’autore anche nelle pagine del libro The Fifty Faces of Juliet. Con la donna della sua vita, nel 1951 lascia New York e torna definitivamente a Parigi e insieme vivranno in un atelier d’artista vicino al Jardin di Luxemburg. Tutte le altre donne che ha amato le ha immortalate in immagini diventate patrimonio culturale della cultura visiva occidentale. Riconosciamo Alice Prin che vivrà con Man Ray per circa sei anni, dopo il divorzio della prima moglie Adon Lacroix. Prin è la celebre modella detta Kiki de Montparnasse, donna libera che ha posato per Chaïm Soutine e Amadeo Modigliani, diventata icona in Le Violin d’Ingres (1924), dove è ritratta nuda di spalle con turbante e le braccia nascoste, in una posizione ispirata a Labagnate di Valpinçon e al Bagno turco di Jean-Auguste Dominique Ingres. Sul fondoschiena di Kiki spiccano le due chiavi di violino disegnate con una mina d’inchiostro sulla stampa. La regina delle notti parigine in Noire e Blanche (1926) diventa una dea, sublime nel gesto di accostare il suo volto a una maschera africana.
Altra donna straordinaria è Lee Miller, assistente prima e poi modella e amante, è una straordinaria fotografa che durante la Seconda Guerra Mondiale diventa corrispondente di guerra per Vogue, nota per immagini drammatiche della liberazione dei campi di concentramento. Una donna di grande personalità e fascino con la quale sperimenta la solarizzazione, nata per errore da una stampa investita da troppa luce. Negli anni Trenta, l’inaffidabile Man Ray è sedotto da Ady Fidèlin, ballerina e modella della Guadalupa che, grazie a lui, diventa la prima donna di colore ad apparire sulle riviste americane, in una Nazione ancora razzista. E Lydil, la modella e ballerina di cancan, fotografata in Glass Tears (frame 2 eyes) nel 1932, l’immagine manifesto della mostra a Palazzo Reale, a cui Man Ray attacca due piccole perle di glicerina sulle guance per poi ingrandire in camera oscura solo il dettaglio degli occhi con lacrime di vetro “dadaiste”. Le altre come Nusch Éluard e Meret Oppenheim, che è il simbolo della donna surrealista dal volto enigmatico, sono simulacro di una misteriosa bellezza dall’ambiguo erotismo.
La Fotografia come linguaggio artistico
Man Ray diventa il padre della fotografia come linguaggio artistico, con le “rayografie”, definizione tratta dal suo nome, dove “ray”, secondo Breton, sta per luce, immagine ottenuta senza fotocamera, posizionando oggetti su carta fotosensibile, impressionati dalla luce. Le sue composizioni astratte, in rigoroso bianco e nero, configurano oggetti traslucidi misteriosi emersi dall’oscurità e ci appaiono come epifanie di cose mai viste se non in sogno. Forme astratte di luce in bilico tra tecnica, scienza e immaginazione. La solarizzazione, il sovrasviluppo, nato per errore, con la complicità di Lee Miller, bellissima, algida e bionda, che circondata da un alone di luce si manifesta come una presenza spettrale, dal corpo e volto contornati da aloni luminosi, dal fascino ipnotico. Dall’immersione nello sguardo di Man Ray, dall’inafferrabile curiosità e capacità di intrecciare vita e ricerca artistica, capiamo che tutto il suo fare ruota intorno a “un sogno a occhi aperti” e ci porta a vedere una realtà immaginaria più che vissuta.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
LEGGI DI PIÚ
Eventi
Danza per Jacques Brel: fra lame d’ombra e coni di luce lunare
BY Cristina Tirinzoni | 15 Giu 26
Eventi
Quando la luce diventa esperienza del presente. I 3daysofdesign 2026 di Copenaghen
BY Paola Testoni | 8 Giu 26
Eventi
Il progetto come lettura critica e spazio di confronto sul presente. La XXIX edizione del Premio Compasso d’Oro ADI
BY Cristina Ferrari | 28 Mag 26
