Potremmo iniziare da una sua frase, spesso riportata, che recita: “… La luce va seguita senza opporre resistenza. Non potrà che illuminarci. La luce va e non ha dimensione e si può viaggiare lontano”. Quando entriamo nell’universo artistico di Nanda Vigo è come intraprendere un viaggio sconfinato, viviamo un’inedita esperienza sensoriale, come se fossimo immersi in un’altra realtà, impalpabile, carica di un’energia che ci trasporta oltre. Tutte le coordinate geometriche cartesiane del mondo reale sembrano cadere. Entriamo in un’altra dimensione spazio temporale. Dove la luce regna sovrana. Spazi, oggetti, ambienti creati dalla luce, di forte suggestione plastica e poetica. Una realtà evanescente che prende forma tangibile attraverso la forma, in una comunione totale tra arte, spazio e spettatore, trascendendo la fisicità stessa dell’opera, la quale rimane sospesa in un equilibro armonioso e precario tra materiale e immateriale.
L'arte di Nanda Vigo
Dall’arte al design, dall’architettura alla performance. Lo spazio appare contrassegnato da una vitalità inedita. Uno spazio incontaminato di libertà espressiva dominato esclusivamente dalla luce. E noi diventiamo quello stesso spazio luminoso. Nanda Vigo ha davvero aperto confini spaziali e mentali. Con la carica innovativa di un linguaggio che dissolve e reinventa design e scultura, spazio architettonico e simbolico, spesso immersivo.
Ha creato fascinose installazioni in bilico fra arte, design e architettura (con la consapevolezza che fosse necessario elaborare un linguaggio transdisciplinare) affinché possiamo vivere impressioni inedite e impensate della realtà ordinaria. Nanda Vigo ci trasporta in un mondo in cui lo spazio si fa riverbero luminoso, meglio diventa luce.
Parliamo con immenso piacere di Nanda Vigo perché a Milano, nella sua città natale, in concomitanza con la Milano Design Week 2025, è stata allestita presso la fabbrica del Vapore, nella navata laterale dell’edificio “Cattedrale”, la mostra intitolata NANDA VIGO – Sineddoche d’archivio. Arte, architettura, design, performance dagli archivi CASVA, conclusasi il 30 aprile, a cura di Giampiero Bosoni, Mariella Brenna, Maria Fratelli e Francesca Picchi e con il contributo critico di Leyla Ciagà. L’allestimento è di Andrea Gianni, con la partecipazione di Ico Migliore. L’esposizione nasce dalla recente donazione del fondo archivistico dell’artista, un patrimonio in parte inedito, al CASVA (Centro di Alti Studi sulle Arti Visive), ente del Comune di Milano. Un’importante occasione per il pubblico e gli studiosi di entrare in contatto diretto con una delle figure più straordinarie del Novecento (lo scriviamo senza timore di esagerare), scomparsa giusto cinque anni fa, il 16 maggio 2020 all’età di 83 anni.
Con una produzione artistica in continua evoluzione dagli anni Sessanta del secolo scorso fino alle ultime opere, contaminando arte e architettura, antropologia e fantascienza, ha sempre anticipato tempi e tendenze, rivendicando un’assoluta libertà da ogni formalismo creativo precostituito. Come disse lei stessa: “La libertà è sempre stata la priorità fin dall’inizio. Nella vita ho corso qualche rischio ma senza libertà non può uscirne niente”. Una pioniera della Milano degli anni ’60, donna libera e dal carattere forte, in una cultura dominata dagli uomini, in grado di trovare il suo posto negli ambienti dell’arte e dell’architettura in un periodo in cui era rarissimo farne parte da donna e, ancor più, avere voce in capitolo.
Sin dagli inizi della sua attività il lavoro di Nanda Vigo si fonda sulla luce, cui ha saputo dare mille forme, “struttura portante della filosofia del progetto”. Una luce in grado di disegnare, scomporre e ricomporre non solo lo spazio, ma la percezione visiva dell’ambiente circostante “fino al coinvolgimento sensoriale “di chi fruisce di spazi e oggetti”, spingendone la percezione oltre i limiti del concreto.
Una costante, una ossessione, una “rivelazione” che in diverse occasioni ha dichiarato di aver scoperto la bellezza della luce: ancora bambina, all’età di quattro anni, passando davanti alla Casa del Fascio dell’architetto Giuseppe Terragni, a Como, rimase folgorata dalla luce che, come un folletto, entrava all’interno del vetrocemento della facciata e “si scomponeva in miriadi di piccoli arcobaleni e continuava a mutare”.
Luce sorgente, luce riflessa, luce in espansione, luce intermittente, luce carica di energia, luce che crea spazio, uno spazio vitale, cosmico, spazio della coscienza.
Da qui la predilezione per materiali industriali come vetri smerigliati, specchi che moltiplicano la luce, acciaio e alluminio, in grado di riflettere e smaterializzare i raggi luminosi, e di specchi inclinati e tagliati in modo da riflettere una impensata visione della realtà. Per il neon, dall’artista preferito, perché “emana una luce diffusa, la luce impalpabile, sospesa, che non sai da dove viene ma è materia nello spazio”. Unitamente alla monocromia dei colori come bianco, blu, giallo, nero, capaci di vivificare la presenza della luce. Quadrati, cerchi e triangoli sono le figure base, il vocabolario essenziale del suo linguaggio espressivo. Si parte dai Cronotopi, creature non solo luminose, sono gangli sensoriali, stimolatori di percezioni che verso dimensioni ‘altre’, finora sconosciute.
Queste opere sono combinazioni di lastre di vetro industriale lavorato, inserite in cornici di metallo, a volte illuminati da luci al neon che ne esaltano la trasparenza e l’immaterialità. Sono essenzialmente spazio e luce, parallelepipedi trasparenti o riflettenti che interagendo con fonti luminose generano illusioni ottiche e trasformazioni spaziali. La luce intraprenderà un continuo viaggio, il lavoro assume una dimensione sempre più esperienziale. Come nel celeberrimo Ambiente cronotopico realizzato nel 1967 alla Galleria Apollinaire, a Milano, dove il pubblico è invitato ad attraversare un cubo con pavimento e soffitto riflettenti e pareti “luminose” di cristallo e rhodoid, così da abitare l’opera in una sospensione spazio-temporale.
Tra le più celebri produzioni la serie Light Tree degli anni Ottanta – alberi di metallo con rami che si illuminano e foglie di vetro: radici nella terra, rami verso il cielo portatori di armonia ed energie ancora vitalissime – e Goral, un totem di neon e alluminio del 2006. La serie Light Progressions. Trilogy, realizzata nel ‘93 come omaggio ai tre uomini che più di tutti hanno svolto un ruolo di primaria importanza nel percorso di crescita artistico e personale: Lucio Fontana, Gio Ponti, Piero Manzoni. Exoteric Gate, l’imponente progetto-luce costituito da nove elementi distinti (otto piramidi di altezze diverse e un cilindro centrale), esposto nel 2017 al centro del Cortile della Ca’ Granda, in cui la luce in movimento prodotta dai 400 metri di LED definisce una nuova dimensione spazio/temporale, stimolando imprevedibili percezioni.
Nel corso degli ultimi anni l’impronta di una simbologia legata al Cosmo si è considerevolmente accentuata. Una sorta di esoterismo umanista che sta a fondamento dei diversi piani in cui la sua indagine si è sempre mossa: i piani del reale e dell’invisibile, tradotti in materia luminosa. La serie Deep Space, realizzata tra il 2010 e il 2015, geometrie luminose a freccia o ala, in cristallo, specchio, neon, è un capogiro di sensi. Sky Tracks, fra sculture di luce e punte di diamante, ci trasporta nella meravigliosa folla di galassie negli spazi profondi, dentro una nebulosa cosmica – là dove nascono stelle, nella matrice dell’Universo dove scompare lo spazio e il tempo, in un’avventura alchemica, andando oltre il tangibile. Siamo forse tornati indietro nel tempo, alle prime luci dell’Universo. Quando le particelle fuoriuscite dalla fusione solare si sono dispiegate ovunque. Opere che aprono lo sguardo dello spettatore verso uno spazio cosmico. Per Nanda Vigo l’arte è stata davvero il portale per andare incontro all’Assoluto, per raggiungere i territori dell’infinito.
Note biografiche
Progettista, architetto, designer e artista, Nanda Vigo, scomparsa nel 2020, una vita dedicata a dare forma alla luce, sfuggente nella sua immaterialità che reinventa tempo e spazio architettonico e simbolico, nasce a Milano nel 1936 sotto l’enigmatico e affascinante segno delle Scorpione (lo si riconosce dagli occhi, acuti e penetranti e dall’interesse per l’esoterismo, credeva anche nella reincarnazione). Si laurea all’Institut Polytechnique di Lausanne e, dopo un periodo di apprendistato nella californiana San Francisco presso lo studio del grande architetto Frank Lloyd Wright (“Mi hanno messo a disegnare per due mesi solo armadietti, centinaia di armadietti, una cosa assurda, alienante e sono scappata”), rientrata in Italia, ritorna a Milano (mantiene per tutta la vita un profondo amore per l’Africa) dove apre nel 1959 il suo studio di architettura. A introdurla nel fervente mondo dell’arte di quegli anni sarà Lucio Fontana, suo grande amico che già immaginava la trasmissione di suoni e luci attraverso lo spazio. Spunta poi un altro artista, Piero Manzoni (a presentarglielo è l’artista cinese Hsiao Chin, con il quale la Vigo condivide l’interesse per la fantascienza), con cui visse un’intensa e burrascosa storia d’amore (Manzoni da vero maschilista, non voleva che lavorasse, pretendeva persino la chiusura dello studio). Si avvicina anche al Gruppo Zero che con perseveranza e determinazione contribuisce a diffondere in Italia, ma si colloca in una posizione autonoma rispetto a tutti i movimenti artistici che ha frequentato.
Elabora il concetto di Cronotopia in cui espone per la prima volta la sua teoria sulla luce come mezzo di modificazione dello spazio attraverso il coinvolgimento sensoriale “di chi fruisce di spazi e oggetti”. Viene esposto un Ambiente Cronotopico: un labirinto di vetri e neon, con pavimento e soffitto riflettenti con effetti prospettici simulati. Tra il 1965 e il 1968 collabora con Gio Ponti alla realizzazione della casa Lo Scarabeo Sotto la Foglia a Malo, Vicenza. Nanda lavora agli interni e alla progettazione illuminotecnica: tubi di neon bianco, luce indiretta, tutta perimetrale, per smaterializzare gli spigoli, i limiti dei volumi.
Porta la sua firma l’iconica casa-museo di Remo Brindisi, considerata il suo capolavoro. E negli stessi anni progetta la Zero House a Milano, una casa dalle mura in vetro satinato la cui percezione dello spazio viene alterata attraverso luci al neon colorate.
Negli anni Settanta la Vigo ha disegnato lampade di produzione. Lampade che, oltre alla funzione di oggetto che diffonde luce, abitano lo spazio come sculture. Il semplice neon verticale della lampada da terra, disegnata da Vigo per Kartell nel 1968, ha lo stesso scintillio delle spade laser di Star Wars di George Lukas. Tra i suoi pezzi più famosi c’è Osiris (per Arredoluce, 1971) in lamina di vetro e la luce alogena, utilizzata per la prima volta nella produzione industriale. C’è la lampada Golden Gate realizzata sempre per Arredoluce (1970), premiata con il New York Award for Industrial Design: un’elegante lama d’acciaio luminosa di circa 2 metri di altezza che sviluppa un arco di neon a incastro in una struttura leggera dello stesso metallo, poi evolutasi in una striscia a LED (recuperato dalla Nasa a Cape Canaveral). Nel 2001 le è stato assegnato il Compasso d’Oro per le mensole Light-Light. Nel 2019 Milano ha organizzato la sua prima retrospettiva antologica, Nanda Vigo. Light Project, a Palazzo Reale, curata da Marco Meneguzzo.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
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