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Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma

Schegge di luce a illuminare il Paradiso (perduto). L’installazione di Gian Maria Tosatti ai Magazzini Raccordati di Milano

By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Aprile 2025

Gian Maria Tosatti. Photo Severina Venkute

Et nox ultra non erit, et non egent lumine lucernae neque lumine solis, quoniam Dominus Deus illuminabit super illos, et regnabunt in saecula saeculorum (Non ci sarà più notte alcuna e non avranno bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà, ed essi regneranno nei secoli dei secoli). Le scritte in oro delle parole profetiche dell’Apocalisse lungo muri scrostati. La luce delle coperte isotermiche rivestite di alluminio dorato, buttate su cartoni posati per terra, che indicano che lì, sotto strati di coperte fin sopra la testa, qualcuno riposa. La tremula luce di quattro candele accese di due giganteschi lampadari di cristallo collassati al suolo. È questa la luce che sopravviverà al buio della violenza nella nostra epoca e al buio del prossimo futuro?

Forse ci serve davvero la forza espressiva di artisti come Gian Maria Tosatti (classe 1980), con la carica intensissima di quella potente visionarietà distopica di cui è capace ed efficace interprete, ad aprici gli occhi, toccarci così tanto nel profondo, invitandoci a una riflessione profonda sul nostro ruolo in questo scenario. Una “presa di coscienza” si sarebbe detto un tempo. Gian Maria Tosatti prova a scuoterci con l’installazione monumentale site specific Paradiso, che si sviluppa su uno spazio di 3.000 metri quadrati, ai Magazzini Raccordati (fino all’11 aprile), sotto la Stazione Centrale di Milano, non più utilizzati da tempo. Un non-luogo cavernoso, trafitto solo da una luce naturale che entra dai finestroni sudici. Che si riflette sul manto di sale, sulle pozze d’acqua mischiata a fango che ricoprono l’ambiente in ogni suo pertugio.

Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma
Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma
Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma

Un paradiso ormai perduto, svuotato, ridotto a macerie, a un non luogo di desolazione, distruzione e abbandono, uno spazio spirituale franato, perché la nostra è una civiltà disperata, che non crede più in nulla. “Abbiamo voluto tutto e, nel farlo, abbiamo distrutto anche il Paradiso, come dichiarato dall’artista: Paradiso è una metafora lancinante del nostro tempo: un’umanità che ha scalato il cielo solo per devastarlo, un mondo in cui gli ideali si sono dissolti e il sacro è stato corrotto. Attraverso le mie opere racconto il sentimento del nostro tempo, in cui si è smesso di credere in qualsiasi cosa e manca ogni ideale”. Quello ordito dall’artista romano diventa un percorso iniziatico e, come tale, l’ingresso è limitato a cinque persone alla volta. Si entra attraverso un portone metaforico che introduce alla prima delle sette sale, dove la luce e i suoi simbolici chandelier cominciano a crollare. E si procede tra anfratti sudici, pozzanghere sciolte, accanto a cumuli di neve, in un vuoto apocalittico, e nell’abbandono rotto solo dai cartoni dei clochard. Sette sale. Sette sfere celesti dorate sono semi-crollate, le pareti infiltrate dall’umidità, dall’acqua. Una parete di marmo, su cui sono incisi tutti i nomi degli angeli, è in frantumi. In fondo alla mostra c’è una porta che apre verso quel famigerato binario 21 proiettato verso i campi di sterminio. Che ci parla di che cosa siamo capaci. Ma perfino in questo Paradiso post-tutto forse si può trovare una qualche luce. “L’arte – dice Gian Maria Tosatti – serve esclusivamente a questo: a far vedere agli uomini chi sono davvero dentro il loro cuore, in modo che se c’è qualcosa che non ci piace possiamo cambiarlo”.

È una frase piuttosto nota di Italo Calvino, ma che vale perfettamente per affrontare l’opera di Tosatti. “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Noi da che parte scegliamo di stare?

Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma
Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma
Es brent!, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

In concomitanza con l’opera Paradiso, presso la Galleria Lia Rumma di Milano, va in scena Es brent (dal 21 marzo all’8 maggio), secondo capitolo, secondo movimento di una riflessione sul presente, dalla dimensione pubblica a quella privata. Il titolo, tratto da un canto yiddish del 1938, è un grido che interpella lo spettatore. Recita il testo: “La città brucia. E tu, stai lì a guardare con le braccia conserte? Corri a spegnere il fuoco!”. Un appello a non rimanere indifferenti davanti alla violenza. Osserva l’artista: “È del 1938, ma potrebbe essere scritta oggi. È qualcosa che ci chiama in causa, in un momento in cui si stanno sfaldando i legami democratici, la parola guerra che risuona ovunque”. Il racconto si sviluppa sui tre piani della galleria: al piano terreno, nella sala d’ingresso, campeggia un grande neon del 2025, montato su una tipica struttura pubblicitaria con la scritta TRAUMA la cui ultima lettera, la “a”, funziona a intermittenza e, quando si spegne, la parola diventa “TRAUM”, che in tedesco vuole dire sogno, quando la “a” si riaccende, ecco che riappare il trauma. “Perché i sogni che stiamo vivendo nel nostro tempo imbarbarito-– osserva l’artista – molto spesso si trasformano in traumi”.

Es brent!, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Es brent!, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

Al primo piano è esposta anche la prima opera di un nuovo ciclo di lavori installativi intitolato Case dell’anima che precipita l’osservatore in una dimensione intima di ambienti domestici familiari: coperte di lana ordinatamente piegate con grazia poetica, impilate su un supporto di metallo, una lampada con tubo al neon circolare come aureola. Il significato? È volutamente enigmatico, disponibile alla decodificazione da parte dei visitatori. Forse un ultimo angolo di Paradiso rimasto dentro il nostro cuore, l’ultima frontiera della speranza? Noi perduti senza più angeli e cieli a cui guardare?

Gian Maria Tosatti. Casa dell'anima #01, materiali vari. Photo Marcello Maranzan, courtesy dell’artista e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli
Es brent!, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

Abbiamo rivolto alcune domande a Gian Maria Tosatti sul tema della luce.

Cosa rappresenta per lei la luce?

Spesso dico che le parole “Sia la Luce” sono quelle con cui l’uomo conosce Dio, nella Genesi. E poi mi sono occupato molto, nella mia ricerca, della figura di Lucifero (portatore di Luce – almeno fino a un certo punto) e, infine, forse, una delle mie opere più belle e conosciute, Episodio di Odessa era tutta basata sulla volontà dell’uomo di realizzare una luce perpetua che gli sarebbe sopravvissuta. La luce è quello che l’uomo ha inseguito fin dal primo giorno che ha preso coscienza di sé.

Qual è la luce che la emoziona di più?

Quella delle lampadine a incandescenza nella cucina di casa. Dico sempre che sono stelle da due lire. Ma sono le stelle che gli uomini possono permettersi di accendere. Lei sa quanti sogni ho fatto sotto quelle stelle?

Luce come antidoto alla cupezza dei nostri tempi? Una forma di resistenza che si materializza nella creazione di un gesto che si fa luce? Come percorso di conoscenza? Quale dimensione e visione assume la luce nella sua ricerca espressiva? Anche in senso metaforico.

Senza la luce non si vede niente di quello che facciamo. È la luce che fa apparire le nostre opere. Nell’ultimo lavoro che ho realizzato, Paradiso, ho scelto di utilizzare solo luce naturale. Questo ci ha vincolati a orari molto precisi. Ma il gioco era proprio quello, fare in modo che lo spazio esistesse solo quando la luce gli faceva prender corpo. E, a questo proposito, mi viene in mente anche una delle opere che, a lungo, ho considerato la mia più bella: Klaus – devozioni VIII del 2006. Lì la mostra stava aperta solo tre ore al giorno, perché solo in una data finestra di tempo il sole si rifletteva sui sampietrini di via Nazionale ed entrava, dal basso verso l’altro, attraverso le tapparelle chiuse di Villa Aldobrandini. Il passaggio delle automobili rendeva fluidi quei riflessi trasformando l’intero spazio in una sorta di acquario. Era una sensazione abbacinante che non si sarebbe potuta avere in nessun altro modo. È come il Mal d’Africa di cui parla Battiato nella sua canzone, ma a una temperatura glaciale, est europea. Quando ricordo quell’opera, penso che sono un privilegiato ad averla vista. Nemmeno penso più che è mia.

Paradiso, 2025. Vista dell'installazione. Photo Marco Dapino, courtesy dell'artista e della Galleria Lia Rumma

Parlando di tubi al neon il pensiero corre a Dan Flavin, Bruce Nauman o all’italiano Flavio Favelli. Come nasce l'utilizzo del neon di un'insegna pubblicitaria nella sua ultima mostra “Es brent!”?

È difficile dire a parole le ragioni di un’opera. Sto lavorando da qualche anno sui messaggi pubblicitari che sono stati la base della costruzione della coscienza della società dei consumi. Ormai un messaggio pubblicitario è radicato in noi più della Divina Commedia. La letteratura italiana ci è aliena come quella Cilena. Ci è diventata straniera. Perché siamo diventati un’altra civiltà. E in questa civiltà che siamo, la nostra letteratura è nel messaggio pubblicitario. Lo dico senza esprimere un giudizio. Freddamente. È quel che è. Quindi, semplicemente, anche nel caso di TRAUMA, che è l’opera in mostra, ho usato la letteratura della civiltà in cui mi trovo per “privilegio” o “scherzo” d’anagrafe.

Aveva già sperimentato questa tipologia di luce?

Dipende. TRAUMA, nei fatti, è una scritta a LED. I LED li usiamo ormai da anni. Nella stessa mostra c’è un neon, all’interno di un’installazione più complessa intitolata Casa dell’anima #01. Non è un neon industriale. Di quelli ne ho utilizzati a migliaia in tanti miei lavori. È un neon artigianale. Ed è stata la prima volta.

I fondamenti della luce, quinto capitolo del progetto “Sette Stagioni dello Spirito” presso l'Ex Convento di Santa Maria della Fede, Napoli, 2015. E stato scritto: "È un'opera sullo splendore insopprimibile che alberga nel fondo dell'uomo e che è il motore primo della sua esistenza ... Può approfondire il concetto?

Quel grande progetto, Sette Stagioni dello Spirito, di cui l’opera che lei cita era la quinta tappa, mi ha lasciato un insegnamento: gli uomini tendono al bene. La strada che vi ci conduce, però, è piena di accidenti. Magari non riusciamo a raggiungerlo. Eppure, non possiamo che muoverci in quella direzione. Se poi cadiamo, precipitiamo, è un altro discorso. È un po’ come in acqua. Se ci buttiamo a mare non andiamo a fondo. Alla fine il corpo cerca sempre di risalire verso il cielo, verso la luce, verso le stelle. Anche se è morto.

L'illuminazione riveste un ruolo sempre più importante anche nella fruizione di una mostra. L'illuminazione della mostra “NOw/here” è stata concepita dal celebre light designer e direttore di fotografia Pasquale Mari. Può raccontarci qualcosa di questa collaborazione?

Con Pasquale c’è stata una collaborazione molto bella, onesta. In Biennale, per il Padiglione Italia, tanto era forte la mia idea sul disegno luci che alla fine lui si è rifiutato, con grande gentilezza, di farselo accreditare nei titoli e si è fatto mettere nel colophon della mostra quasi come fosse un semplice elettricista. L’ho trovato un gesto che solo un grande professionista potrebbe fare. Uno che sa davvero il fatto suo. All’HangarBicocca, per NOw/here, il discorso è stato completamente diverso. Avevo deciso di fare una mostra di pittura nello spazio meno adatto al mondo per quel tipo di progetto. Allora ho chiamato Pasquale e gli ho chiesto di rovesciare con la luce l’identità di quel luogo. E lui lo ha fatto. Se quella mostra è stata così bella il merito è, prima di tutto, suo. Perché le opere sono sempre quello che sono, ma le mostre non le fanno le opere, le fanno i tanti elementi di scrittura che le mettono assieme quasi fossero parole di un verso. E ricordo molto bene quando Pasquale scriveva. E scriveva davvero con la luce. Sempre in dialogo, ma con, dalla sua parte, una profonda conoscenza. Alla fine ne è uscita la poetica di quella mostra che non esisterà in nessun altro luogo in cui esporremo quelle stesse opere.

AUTHOR

Cristina Tirinzoni

Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)

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