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La 61. Biennale di Venezia, tra tensioni geopolitiche e ideologiche, arte contemporanea e panafricanismo
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Maggio 2026
INDICE
In Minor Keys: è questo il titolo della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che, come ogni anno, si svolge in vari luoghi della città lagunare.
Nel 2026 la Biennale di Venezia (9 maggio – 22 novembre) naviga a vista in acque agitate da manifestazioni contro questo o quello e, in mezzo a dimostrazioni del dissenso, gli artisti con le loro opere più o meno efficaci, meticciate, colorate, totemiche, rituali, sciamaniche, e qualcuna poetica, annegano nell’indifferenza del pubblico, nelle distopie e contraddizioni del presente.
Tensioni geopolitiche e ideologiche
Questa vecchia, carissima Biennale nasce adombrata dalla prematura scomparsa della curatrice svizzera-camerunense Koyo Kouoh (1967-2025), si erge sulle fondamenta destabilizzanti di schieramenti ideologici, appesantite da tensioni belliche, fatti e misfatti che modificano l’assetto geopolitico mondiale, sull’onda lunga dell’invasione russa dell’Ucraina, le minacce di Donald Trump agli iraniani, ai cinesi e all’Europa, il massacro dei civili in Palestina, come documentano centinaia di poster con scritte “Palestine is the Future of the World”, che coprivano i padiglioni. E in questo caotico scenario non fanno rumore gli altri quasi sessanta conflitti sparsi nel globo terreste. In giro per Venezia c’è un “padiglione invisibile” che espone i volti degli artisti, scrittori e intellettuali ucraini, uccisi dai russi in quattro anni di aggressione militare, compresi più di trecentomila sodati russi.
Anche sul fronte di politica interna, c’è tensione e incomprensione tra il Ministro Alessandro Giuni e Pietrangelo Buttafuoco, il presidente della Biennale, paladino dei diritti della libertà dell’arte di destra e di sinistra, a favore dell’apertura del Padiglione russo (soltanto durante l’anteprima stampa dal 5 all’8 maggio per la stampa nazionale ed estera), dopo anni di assenza forzata, occupato da alberi simbolici con fiori finti, molta vodka e fiumi di prosecco, canti, cori russi e balli; una caciara che ha comunque attratto di più del Padiglione americano, poco distante e quasi snobbato dagli addetti ai lavori. Così tra una giuria dimissionaria, la minaccia da parte della Commissione Europea di sanzioni contro la Biennale e la scelta di dare al pubblico la responsabilità di premiare gli artisti, la 61. Mostra Internazionale delle arti visive galleggia in un mare di guai nei flutti di democrazie vacillanti, con opere bizzarre, scenografiche, immersive, etnografiche, ecologiste, divertenti, anche naïf, allineate alla visione panafricanista della curatrice.
Arte contemporanea e panafricanismo
Sfilano in un’area di oltre 25.0000 metri quadrati tra Arsenale e Giardini, opere totemiche, tappeti, troni, accumuli di materiali “poveri” o di scarto, piante, tappeti, molta pittura e scultura, idoli, feticci, arazzi, manufatti vari, molte performance e installazioni sonore, che dovrebbero incarnare fecondità e condivisione, con pratiche diffuse da San Juan (Porto Rico) a Dakar (Senegal) e in altri Paesi del sud del mondo.
In questa Biennale si sviluppano tematiche allineate alle precedenti, stranote fin dalla mostra di Jean-Hubert Martin, curatore d’arte francese, ex direttore del Centro Georges Pompidou a Parigi, della Kunsthalle di Berna e di altre istituzioni, che si è occupato in tempi non sospetti della promozione dell’arte russa per oltre trent’anni, celebrato per l’esposizione del 1989, Magiciens de la Terre, che ancora oggi influenza l’arte contemporanea non soltanto africana, innescando, l’anno della caduta del muro e del fallimento dei regimi comunisti in un clima postcolonialista, un dibattito culturale aperto a revisioni e sul significato e il valore dell’arte dell’Africa, tematica che ha condotto anche della Biennale di Lione (2000). In Laguna 110 partecipanti, tra collettivi, artisti e organizzazioni varie provenienti da diversi Paesi, convocati come “casi minori”, si mostrano ognuno per sé e, più che confrontarsi, sono legati da echi letterali o poetici, mossi dalla necessità di mostrare in questa kermesse lagunare il proliferare di un’arte che dovrebbe rappresentare l’altra faccia del mondo, già occidentalizza, e che, tra stoffe e oggetti rituali, scardina il protagonismo egocentrico dell’arte occidentale, ma non brilla per altre intuizioni. Sono noiosi i pochi video concentrati per lo più all’Arsenale, ottimo il Padiglione Centrale ristrutturato e razionalizzato, dove trionfa la pittura e l’empatia per il “Sud globale”, con opere vive, caotiche e pulsanti di energia. La Biennale 2026 galleggia sul disordine mondiale, volente o nolente ci rispecchia e, nei flutti stagnati della Laguna; tutto è discriminante, politicizzato, l’arte contemporanea è in crisi di identità e interessa per lo più ai capitalisti globalizzati del mercato dell’arte, priva com’è di una visione di futuri.
Qui tutto è esperienza, manca un’arte che pone al centro la progettualità dell’esserci, capace di tessere processi democratici, al contrario fomenta divisioni ideologiche, in cui le parole chiave sono rottura, censura, polemiche, dissenso e, in questo calderone all’insegna di chissà quale libertà, vince il caos mediatico e gli artisti spariscono nel fango del chiacchiericcio di narrazioni del pensiero debole o riciclato. Comunque sia, spetta al pubblico l’ardua sentenza, anche di premiare i padiglioni, come a Sanremo, e giriamo pagina, andiamo oltre la crisi ambientale, di nascite e il calo del desiderio di immaginari futuri, comunque scopriremo vivendo (parafrasando la canzone di Lucio Battisti) cosa resterà di questa vecchia carissima Biennale, nata nel 1895, lo stesso anno del cinema dei Fratelli Lumière (sarà una coincidenza?).
Passeggiando tra i padiglioni che inscenano tematiche scontate all’insegna dell’etica ecologica volta ad abbracciare persone, animali e piante nelle precedenti edizioni, anche se fatichiamo a uscire fuori dall’impasse delle cause ed effetti del Modernismo, continuiamo a riflettere su cause ed effetti delle evoluzioni delle diaspore, sul riscatto dei sud nel mondo, aprendo il tema sulla funzione dell’arte contemporanea come generatrice di speranza, patrimonio della cultura fluida trasversale che si è diffusa a macchia d’olio, andando oltre le provocazioni macchinose di alcuni padiglioni. Stiamo parlando del padiglione austriaco, dove Florentina Holzinger (Vienna, 1986) presenta il progetto interdisciplinare Seaworld Venice, con l’obiettivo di stimolare ragionamenti sul corpo oggetto di provocazione e riflessione, sull’acqua e sulle tensioni tra natura e tecnologia, con performance scenografiche, medium di denuncia sociale e ambientale. E qui, tra balletti di motociclette cavalcate da valchirie nude, ragazze sommerse in un acquario, e un’altra a testa in giù usata come battacchio di una campana dal suono funero, non proprio tutto è in “chiave minore”, come suggerisce il titolo stesso di questa edizione 2026 della manifestazione-kermesse all’insegna libertà espressiva più antica del mondo, laboratorio di riflessioni comuni in crisi di visione.
In Minor Keys è un dispositivo mediatico transnazionale, dichiaratamente panafricano di fatti “antro-politici”, nel nostro complesso e distopico mondo, rappresentato, come già detto, da 110 artisti, scelti da Koyo Kouoth, che si mostrano ma non attivano processi democratici. In questo scenario destabilizzante e caotico, seppure a tratti poetico e divertente, noi spettatori siamo come argonauti di un malessere interiore diffuso, sospesi tra tematiche relative a parità di genere, crisi ambientale, e anche il femminismo africano e i “donnismi” vari sembrano precocemente invecchiati.
In Laguna quasi tutto è contro l’uomo bianco, narrato come un mostro capitalista, in cui l’essere europeo è soprattutto una colpa. Ai Giardini prevale il tema ecologista e, in generale, ne usciamo con la consapevolezza che l’arte occidentale, rielaborata dagli artisti del sud del mondo, domina il sistema dell’arte, da anni strumento di arricchimento per i capitalisti bianchi e neri. I curatori delegati, Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor), Siddartha Mitter (editor-in-chief), Rory Tsapayi (assistente alla ricerca), seguono il mantra contro il Capitale Occidentale, puntano sul riscatto dell’artigianato, della manifattura, dell’argilla, di feticci apotropaici e paesaggi in difesa di ciò che sta scomparendo.
Così noi osservatori di altari, pitture neopicassiane, magmatici esplosioni di segni dai colori vivaci, sculture totemiche, statuette di animali, di alberi sonori, obelischi e pochissimi video, e un manifestato disinteresse per la tecnologia, assistiamo al trionfo dell’anticolonialismo green, sostenibile all’insegna di un’arte ecosofista, con molta acqua qua e là comparsa in diverse installazioni (simbolo di purificazione e di rinascita), tra veneri della sudafricana Buhlebezwe Siwani ispirate a quelle floride del Rinascimento italiano.
Il Padiglione Italia
In una Biennale meno concettuale e digitale degli ultimi anni, vince il Padiglione Italia, a cura di Cecilia Canziani, abitato da metafisiche Colonne, Sister e Daimon, sculture antropomorfe della piacentina Chiara Camoni (1974), anche se non fa notizia, dove tutto è artigianale, lento e rarefatto. Le sue ieratiche creature d’ispirazione etrusca-minoica di Camoni, in porcellana, gres o in argilla, ci guardano da vicino, sono di dimensioni poco maggiori alla scala umana, cercano un corpo a corpo con i visitatori distratti e sordi ai loro richiami contemplativi, storditi come sono dal rumore dei conflitti e da nuovi miti del nostro tempo malato di un radicato individualismo, di cinismo e di prevaricazione politica e culturale, dove l’arte come attivatrice di pace e libertà è morta sotto le coltri di ipocrisie di comodo di destra e di sinistra, in una società alienata, sola con i social.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
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