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Elettrocittà, 2021, perspex, neon e pellicole viniliche. Photo courtesy Studio Lodola

Il “lodolismo” di Marco Lodola (LUCE 350, dicembre 2024)

By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Maggio 2026

INDICE

LUCE ha incontrato Marco Lodola (1955, Dorno, Pavia), artista di fama internazionale che il critico d’arte Renato Barilli inserisce nel gruppo Nuovi Futuristi (1980), maestro della Light Art italiana e portatore sano di passioni per il rock’n’roll, la luce attiva e le dinamiche sociali all’insegna della condivisione per la gioia di vivere la vertigine dell’apparenza.

Lodola è un musicista mancato che disegna coreografie luminose, come esperienze di socialità, con progetti trasversali, appassionato dei Beatles, dei Fauves (gruppo di cui Matisse è esponente), di Depero, di Wesselmann, di Hockney, di Warhol, di Michelangelo e di Beato Angelico e che sperimenta materiali industriali. Lo distinguono il suo eclettismo progettuale e la sua coerenza poetica: è un innovatore classico illuminato dalla figurazione. Incontrato a Pavia, nel suo atelier chiamato Lodolandia dal critico Alberto Fiz nel 1983, scopriamo che per lui tutto è immagine, creatività e divertimento.

Bacio in vespa, 2024, perspex, neon e pellicole viniliche. Photo courtesy Studio Lodola
Ballerina Blu, 2024, alluminio e LED. Photo courtesy Studio Lodola

Lei è un musicista?

No, suono male tutti gli strumenti, ma la musica, il ritmo, la composizione, gli accordi si riflettono anche nel mio modus operandi dinamico e in dialogo con il pubblico.

Che funzione ha il disegno nel suo lavoro, per vocazione antintellettualistica?

Balletto, 2019, perspex, neon e pellicole viniliche. Photo courtesy Studio Lodola

È determinante. Ho bisogno di disegnare per vedere subito su carta ciò che poi realizzerò. Ho frequentato prima il liceo artistico, poi l’Accademia di Belle Arti a Firenze e a Milano, quando ero bambino facevo un cerchio perfetto. Il disegno è la traccia fondamentale del mio lavoro, dalla matita al computer.

Adoro il fumetto, l’illustrazione e la grafica pubblicitaria e nel disegno c’è tutta la mia poesia. Prima disegno poi lo trasformo in una dima, prendendo spunto dalle insegne luminose, definite da Filippo Tommaso Marinetti “avvisi luminosi”, che ho fatto mie, le ho sospese nello spazio per mostrare i miti dell’era massmediatica, così per il piacere effimero di guardare, sono icone riconoscibili in superficie senza essere superficiali.

Debutta negli anni ’80 nel gruppo del Nuovo Futurismo a Milano, nella galleria di Luciano Inga Pin, quando, dopo i concettualismi degli anni ’70, trionfano il colore e la figura e il successo commerciale è un obiettivo. Chi sono i suoi maestri?

Dai Futuristi ho scoperto l’interdisciplinarità, l’entusiasmo per la luce elettrica, di Fortunato Depero mi affascina la connessione tra grafica e arte, una estetica visiva dai segni riconoscibili. L’importanza del colore l’ho approfondita nella mia tesi dedicata ai Fauves e a Matisse. Folgorato dalla luce miro alla visibilità della forma, perché non rappresenta solo un mezzo fisico per vedere, ma è anche verità, è un tramite di conoscenza. Le mie sculture vivono di luce in un eterno presente, per rinnovare il piacere dell’immagine carica di significati, per ciascuno diversi, e sono create per la collettività.

Le sue sculture luminose in plexiglas, commissionate a scopo commerciale o per celebrare importanti occasioni storiche, puntano sul dinamismo, vivacità dei colori e sono in dialogo con i luoghi interni ed esterni in cui si collocano. Che importanza ha lo spazio nel suo lavoro?

È fondamentale: lavorando in grande e per lo più per la committenza pubblica e per le industrie, nelle sculture reinterpreto elementi insiti nel territorio, luogo e contesto culturale in cui agisco, adotto un linguaggio segnico luminoso, mirando alla immediata riconoscibilità del soggetto. Volutamente “popolari”, le mie sculture non si confondono con altre, innesto l’arte nella vita contemporanea, sempre più complessa, all’insegna di una ricercata piacevolezza.

Lei è stato definito artista commerciale, cosa pensa di queste critiche di élite intellettuali?

Prima mi ferivano, ora non mi interessano. Lavoro da oltre quarant’anni, produco un centinaio di sculture pubbliche all’anno, continuo a mantenere Lodolandia, la mia “bottega” dove coltivo passioni, e mi sento un privilegiato perché mi pagano per divertirmi e per continuare a fare ciò che Federico Fellini ha detto che faresti comunque anche senza compenso.

Quali materiali ha sperimentato?

Elettrocittà, 2021, perspex, neon e pellicole viniliche. Photo courtesy Studio Lodola

Pellicole adesive, tinte acriliche, plexiglas, materiali plastici, neon e tubi luminosi e produco opere definite banalmente commerciali, e me ne vanto, però mi riconoscono ovunque, come Andy Warhol. Non sopporto gli artisti ipocriti che si fingono poeti disinteressati al denaro che per me è uno strumento e non un fine per mantenere la mia libertà progettuale e pagare lo stipendio ai miei collaboratori, ne ho dieci. Sono copiato, mi basta! I miei committenti sono industrie, istituzioni pubbliche, musicisti, pubblicità e moda. Produco le opere in maniera artigianale in laboratorio con materiali industriali all’insegna di una poliedricità creativa. Lavoro giocando. Il passaggio alla scultura in grande mi ha portato alla coloratura fatta con pellicola adesiva e non mi interessa sapere quanto durerà, comunque più di me, dei miei committenti e collezionisti.

I suoi amici sono musicisti, fotografi, artisti, scrittori, critici. Quanto ha influito nel suo lavoro la passione per la musica e le donne?

La musica, l’arte, le donne (sono al terzo matrimonio e ho due figlie) sono la mia vita. Mi rigenero nella collaborazione con gli amici musicisti, come per esempio con Max Pezzali, i Timoria, Jovanotti, i Bluvertigo, Drupi, Gianluca Grignani. Quando creo le scenografie dei loro concerti o le copertine dei loro dischi è come se suonassi anch’io con loro. Nel mio “Disneyland pavese”, ricavato da un ex edificio industriale, c’è la sala prove, costruita dal gruppo Timoria negli anni ’90, dove sono passati molti artisti, c’è l’anima, l’essenza rockettara che cresce e fa parte di me e del mio mondo e immaginario.

Qual è il suo sogno?

Il sogno di Matisse era dipingere con il colore, io voglio dipingere con la luce, per me la decorazione è contenuto e obiettivo di ogni opera, per rinnovare il piacere evanescente dell’immediatezza dell’immagine che evoca mondi e racconti senza spiegare nulla.

La Ballerina sospesa in leggiadro passo di danza, copiatissima, Pin up, Vespa e Innamorati, opera ispirata a Vacanze Romane, e altre icone cinematografiche insieme a Dante, Leopardi, Raffaello, Eco, Puccini, Verdi, Mozart: sono questi i protagonisti delle sue sculture luminose che mirano al consenso estetico-visivo di un pubblico internazionale. Perché non ha puntato sulle scritte, a parte Love, citazione di Robert Indiana, ma su figure che raccontano la postmodernità e sono parte della nostra cultura “nazionalpopolare”?

Perché sono un citazionista nostalgico attivo, opero nell’immaginario collettivo, con sculture-flash sulla memoria, galleggio e mescolo cultura “alta” e “bassa”, coerente alla figurazione e agli effetti pittorici cha la luce mi permette di manifestare. Ho vissuto l’avvento dei Beatles, il vinile, i nuovi media, la pubblicità, il fumetto, i cambiamenti sociali e del gusto. Per me il tempo si suddivide in prima e dopo i Beatles, tutti gli altri sono arrivati dopo. Nel presente non ho ancora trovato, a livello musicale, chi ha segnato e incarnato un’epoca. Considero i Beatles come i Mozart della musica leggera.

Che rapporto ha con l’arte pubblica?

Continuativo, con il mio lavoro adempio alla funzione sociale dell’artista, opero per la comunità. Vivo per lo più di committenze pubbliche, e per fortuna, altrimenti dovrei andare a lavorare sul serio! La Factory di Warhol era aperta, Lodolandia invece è un rifugio per pochi amici autentici, dove nascono progetti e collaborazioni condivise, dove mi rifugio, penso e continuo a fare ciò che mi diverte. Con Ottavio Torchio, il mio assistente e amico dal 1999, conosciuto in un’azienda di insegne luminose a Pavia, condividiamo una “bottega” d’arte, con il supporto di dieci collaboratori, di mia figlia Bianca e di suo marito.

Perché non l’hanno mai invitata a realizzare opere per l’evento Luci d’Artista a Torino?

Non lo so, me lo chiedo anch’io, ma se me lo chiedessero ora direi di no, sono contro le appartenenze ideologiche elitarie, a favore di un’arte democratica e diffusa, non di parte.

Come nasce il progetto con Giovanni Terzi e Simona Ventura per la Fabbrica del Vapore a Milano?

Per gioco, amicizia, stima e divertimento, unendo il segno della luce all’arte, al fashion, al glamour e alla musica: una festa e un piacere effimero che fa bene a tutti!

Simona e Giovanni (Simona Ventura e Giovanni Terzi), 2020, perspex, neon e pellicole viniliche. Photo courtesy Studio Lodola
Love, 2020, alluminio e LED. Photo courtesy Studio Lodola

Cosa direbbe a sua nipote?

Di non chiamarmi nonno e di non rompere…

AUTHOR

Jacqueline Ceresoli

Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.

IN QUESTO ARTICOLO

light artmarco Lodola

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