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Paso Doble, Francesca Alfano Miglietti (FAM) e Antonio Marras. Photo Lorenzo Palmieri

Il “Paso Doble” di Antonio Marras e Maria Lai, fra ombre e luce

By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Marzo 2026

INDICE

Paso Doble, Francesca Alfano Miglietti (FAM) e Antonio Marras. Photo Lorenzo Palmieri

“Un giorno mi disse una frase bellissima: ‘Antonio, siamo troppo innamorati; forse dovremmo provare, di tanto in tanto, a creare un po’ di distanza tra noi’. È stata la dichiarazione d’amore più intensa e sincera che abbia mai ricevuto”. In un’atmosfera rilassata e giocosa, durante la serata inaugurale della mostra Paso Doble, allestita presso la Galleria M77 di Milano, lo stilista e artista visivo Antonio Marras ha più volte sottolineato quanto la poetica della “piccola fata sarda” abbia influenzato il suo modo di guardare all’arte. “Maria Lai era capace di trasformare materiali semplici – stoffe, fili, frammenti di quotidianità – in autentiche opere d’arte. Una creatura che ‘tiene per mano il sole e l’ombra’, un’artista in grado di ‘ricucire il mondo’ attraverso la poesia e la manualità. Con lei ho condiviso un rapporto speciale, una sintonia profonda di interessi e idee, una connessione che continua a vivere intatta nel tempo”. E aggiunge. “È stata la prima persona a vedere e sostenere i miei lavori. Se oggi ho il coraggio di non vergognarmi dei miei pasticci, lo devo a lei: mi ha preso per mano e guidato in questo universo creativo. Entrambi eravamo accomunati dal desiderio di dare nuova vita e significato a scarti e frammenti, trasformandoli in qualcosa di completamente altro”.

Questa mostra (visitabile fino al 18 maggio 2026) è la testimonianza più evidente di un rapporto che continua a generare significati, anche a distanza. Paso Doble, progetto speciale curato da Francesca Alfano Miglietti (nota come FAM), critico, teorico dell’arte e saggista, tra le voci più interessanti nello studio della trasformazione dei linguaggi contemporanei, mette in scena una danza sospesa nel tempo, senza fine, tra le opere di Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013) e Antonio Marras (Alghero, 1961). Tra avvicinamenti, lontananze e risonanze inattese, le loro opere dialogano, si specchiano e si sfidano, offrendo al visitatore un’esperienza intensa e coinvolgente.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Un intreccio tra due universi artistici

Un Paso Doble ritmato da una partitura visiva, creando pause, respiro, fra ombre e luce, di oltre 200 opere: design, sculture, libri cuciti con la stoffa, collage e installazioni, includendo anche numerose opere inedite e i lavori realizzati a quattro mani come Llencols de aigua (in catalano “Lenzuola d’acqua”) e Janas: una delle espressioni più profonde del dialogo artistico tra Antonio Marras e Maria Lai, realizzata nel 2003 ad Alghero e oggi parte della collezione privata di Marras. In questa opera gli artisti non si limitano a creare un’opera, ma costruiscono uno spazio di relazione, dove il filo non unisce soltanto tessuti, ma persone, memorie e storie condivise. Ne nasce un’installazione potente, materica e teatrale, dove arte e artigianato si intrecciano e il confine fra visibile e invisibile si fa sfuggente, amplificato da un sorprendente gioco di ombre studiato per l’allestimento: le piccole Janas sospese fluttuano leggere come se stessero per volare, proiettando sul lenzuolo bianco sagome immense, molto più grandi della loro reale dimensione. È in questo passaggio — dal minuscolo al monumentale — l’opera sprigiona tutta la sua forza e il suo incanto. Lunghi teli bianchi, cuciti a mano, accolgono antiche camicie da notte ricamate con frasi raccolte da Maria Lai durante un progetto didattico. Davanti al grande lenzuolo sono sospesi piccoli abiti, omaggio di Marras alle Janas — le piccole fate delle grotte della mitologia sarda tanto care a Maria Lai — che compaiono quasi come apparizioni. Le “lenzuola d’acqua” suggeriscono un fluire continuo, qualcosa che passa ma non si perde. È una metafora della memoria collettiva: un tessuto fatto di voci, storie, generazioni.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Al piano terra, ad accoglierci, ci sono le opere di Marras: le ceramiche, disposte al centro della stanza, movimentate da paraventi, mentre i disegni ad acquerello e a inchiostro intinto nel caffè decorano le pareti, in una danza di rimandi, tracce e memorie. Marras contamina, assorbe, trasfigura, esonda. Sorprende. “Ho l’esigenza, direi l’urgenza di fare cose, riempire spazi, imbrattare fogli, superfici, tutto ciò che mi si palesa davanti”, racconta. E, indicando alcuni splendidi acquerelli su vassoi per pasticceria di cartoni dorati, spiega: “Quelli sono i ricordi della domenica. La domenica è sempre stata una delle giornate più difficili per me: non si lavora, io detesto le vacanze e i tempi morti. Eppure, quelle domeniche dell’infanzia erano speciali. C’erano le paste da noi. I vassoi di cartone dorati, chiamati ‘solfatte’, eppure sembravano destinati solo a essere buttati via. Ma a me piaceva l’idea di recuperare qualcosa che altrimenti sarebbe andato perso. C’era qualcosa in questo gesto di riappropriarsi di ciò che viene scartato che mi affascina da sempre”.

Antonio Marras. Photo Lorenzo Palmieri
Antonio Marras, inchiostro, matita, foglie d'oro e acquerello su carta, 30,5 × 21 cm. Photo di courtesy

Al piano superiore ecco il mondo poetico di Maria Lai: le lavagne scolastiche, in velluto nero, diventano superfici di esplorazione poetica. Il filo bianco disegna geometrie e segni che richiamano mappe astrali, costellazioni e universi lontani, invitando lo sguardo di chi osserva a confrontarsi con l’idea dell’infinito. In questo dialogo tra materia tessile e segno grafico si rispecchia metaforicamente anche il cammino dell’artista, fatto di ripetizioni, correzioni e incessanti sperimentazioni. I libri cuciti, realizzati con tessuti di recupero: pagine di stoffa cucite insieme, in cui il filo si fa inedito “inchiostro” su cui l’artista ricama figure geometriche, traccia forme che evocano parole senza essere leggibili, trasformando il gesto del cucire in un racconto visivo e tattile.

Maria Lai, 1980, tecnica mista, 27 × 34 cm. Photo Courtesy © Archivio Maria Lai by Siae 2026 e M77
Maria Lai, Quasi buio, 1989, filo, stoffa, tempera,18 × 13,5 × 4 cm. Photo Nelly Dietzel, Courtesy © Archivio Maria Lai by Siae 2026

In questo allestimento anche le ombre assumono un ruolo da co-protagoniste: diventano estensioni poetiche delle opere. Leggere e fluide, si allungano sulle pareti e sul pavimento, fluttuano a mezz’aria e animano gli spazi espositivi, suggerendo presenze e assenze in continuo dialogo con le opere stesse. Contemplare questo intreccio di luci e ombre si trasforma anch’esso in un Paso Doble, un ritmo lento e avvolgente che sospende la nostra frenesia quotidiana e fa vibrare il tempo e lo spazio in una dimensione di assoluta bellezza, fra visibile e invisibile. Il tema è stato approfondito insieme a Francesca Alfano Miglietti.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Come nasce l’idea della mostra?

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Il titolo Paso Doble evoca la danza spagnola di coppia, fatta di avvicinamenti e distanze, tensioni e armonie. Pur appartenendo a generazioni diverse, Maria Lai e Antonio Marras condividono una profonda affinità: entrambi sardi, entrambi legati alla poetica del tessuto e della memoria. Per Lai il filo diventa strumento di scrittura nello spazio, gesto capace di cucire storie, relazioni e silenzi. Marras attraversa linguaggi molteplici con un approccio scenico e teatrale, intrecciando moda, arte, teatro e installazione in un unico, denso impasto creativo. Li accomuna l’urgenza di dare forma a ciò che non può essere detto, affidandolo alla materia, alla cucitura, al segno.

Due universi che non si sovrappongono né si confondono, ma rimangono in una tensione feconda: ogni opera conserva la propria autonomia e, al tempo stesso, trova nuova risonanza nell’incontro con l’altra. Ne nasce un intreccio di frammenti artistici, biografici e identitari che, posti in dialogo, generano significati inattesi. Questo fil rouge costituisce la trama dell’intero percorso espositivo: un continuo gioco di prossimità e distanza che racconta affinità e differenze, consonanze e scarti, nel passo a due di due artisti uniti da una comune tensione verso l’altrove. Lai lo sintetizzava così: “L’uomo è sempre in attesa di un altrove, e intanto se lo inventa con l’arte”. Marras le fa eco: “Credo che l’arte sia una particolare forma di isolamento, di concentrazione, un modo per estraniarmi dal reale. Mentre pasticcio, sono in una bolla, in una sorta di altrove”.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Ne testo introduttivo scrive: “La mostra invita gli spettatori a diventare parte integrante del progetto”. In che modo?

Li invita a scoprire le opere innanzitutto con lo sguardo, collocandosi agli angoli delle stanze, lungo un percorso che si sviluppa tra rivelazioni e sorprese. Grazie all’uso di luci tenui e d’ambiente, lo spettatore viene incoraggiato a mescolare la propria ombra con quelle dei lavori esposti, soffermandosi nelle zone più appartate e meno evidenti, dove la scoperta diventa un’esperienza di coinvolgimento attivo.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Ha cercato fonti di luce particolari?

No, per me non è tanto il tipo di luce a fare la differenza, quanto il punto da cui proviene. Più che una luce “speciale”, considero fondamentale la sua collocazione e il modo in cui attraversa lo spazio, generando ombre. La luce può scendere dall’alto, affiorare dal basso o insinuarsi lateralmente, modificando la percezione e il significato dell’opera proprio attraverso il gioco delle ombre.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Nella società delle immagini iperilluminate, avvolta dal bianco accecante delle gallerie d'arte, dai display perennemente accesi e da flussi visivi continui, siamo portati a considerare l’ombra come un disturbo, un elemento da rimuovere. Nel suo allestimento, al contrario, l’ombra assume un ruolo centrale: diventa una presenza attiva nell’opera e nell’esperienza visiva complessiva, capace di amplificarne il significato, affinare lo sguardo e aprire al disvelamento di nuove significazioni.

In un certo senso, l’ombra è all’origine stessa della pittura. Plinio il Vecchio racconta che la pittura nacque dal gesto amoroso della figlia del vasaio Butade quando, per trattenere l’immagine dell’amato in partenza, ne tracciò con un carboncino il profilo proiettato sul muro dal lume di una lanterna nascosta. Su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto; fattolo seccare con il resto del suo vasellame lo mise a cuocere in forno. Come dire che l’ombra dell’amante è la fugace presentificazione di un’assenza. L’ombra non è assenza, ma traccia, forma e rivelazione. Anzitutto della luce stessa. L’ombra appartiene alla luce. Nasce dall’incontro tra la luce e qualcosa di materiale che, bloccandone il passaggio su una superficie, proietta dall’altro lato della fonte luminosa, una nerezza più o meno densa. Solo nel buio non esistono ombre. È importante non temere mai le ombre. Significa semplicemente che c’è un po’ di luce nelle vicinanze.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

D’altra parte, per secoli l’ombra ha custodito significati ambigui, talvolta persino sinistri. Definire un uomo “pieno di ombre” è avvolgerlo di un’aria di inquietudine, come se dentro di lui si celassero segreti e turbamenti nascosti.

Occorre imparare a danzare con la propria ombra, per dirla con Friedrich Nietzsche. C’è un racconto, Il viandante e la sua ombra (del 1879), in cui esplora proprio il rapporto tra l’uomo e la propria ombra. Non si tratta soltanto di riconoscere l’esistenza di un’oscurità interiore, ma di imparare a “danzare” con essa, trasformandola in forza creativa invece di reprimerla. In questo senso, il testo anticipa in modo sorprendente alcune intuizioni della futura psicoanalisi freudiana, mettendo in luce la necessità di accogliere e integrare gli aspetti più oscuri, dolorosi e irrazionali della psiche, piuttosto che rimuoverli.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

“Tenendo per mano il sole” è anche il titolo della prima fiaba cucita di Maria Lai (1984), a cui è seguita “Tenendo per mano l'ombra”.

Le fiabe di Maria Lai non sono semplici racconti per l’infanzia, ma meditazioni profonde sulla vita e sulla natura umana. Attraverso queste opere, l’artista costruisce una metafora complessa e stratificata: un percorso volto a comprendere e armonizzare la propria dimensione luminosa e solare con la presenza inevitabile dell’ombra. Se il sole incarna la luce, la consapevolezza e la conoscenza, l’ombra rappresenta l’ignoto, la parte nascosta del mondo e di noi stessi, quella che non sempre riconosciamo pienamente. Non si tratta di respingerla o negarla, ma di accoglierla come componente essenziale dell’esistenza, imparando – come suggerisce poeticamente Lai – a “tenerla per mano”.

“La luce che non genera ombre non è vera luce”, scrive Jun’ichirō Tanizaki in quel suo bellissimo trattato estetico, “Libro d’ombra”, del 1933.

Tanizaki esalta l’estetica tradizionale giapponese, nella quale la bellezza non si manifesta nella luce abbagliante, ma nelle zone d’ombra e nei chiaroscuri generati dalla penombra, in netto contrasto con l’ossessione occidentale per l’illuminazione intensa e uniforme. L’ombra è invece essenziale per dare valore e profondità, mistero, agli oggetti, agli spazi abitati, rivelandone la dimensione più intima e silenziosa.

Cosa rappresenta l’ombra per Marras?

Per Marras ogni elemento può trasformarsi in materia d’arte: la propria storia, la Sardegna, il mare, i viaggi, gli stracci, le relazioni. Anche l’ombra entra a far parte del suo linguaggio espressivo. Le stoffe sovrapposte generano zone d’ombra reali, mentre le cuciture producono ombre interne. Non come semplice effetto ottico ma come strumento poetico e concettuale, l’ombra diventa così una vera e propria “materia poetica”: un tessuto impalpabile che tiene insieme l’intero lavoro. Attraverso di essa affiorano margini, tracce e presenze sospese, mai del tutto definite. Un frammento poetico e vivo della memoria che non è mai nitida né completa, ma fatta di lacune, sovrapposizioni e ritorni. Simile ai suoi tessuti, che non sono nuovi né integri e portano con sé tracce di vite precedenti, anche l’ombra custodisce ciò che resta quando la storia non può più essere raccontata per intero. Sfuggente, non chiude definitivamente una forma, mantiene l’opera in uno stato di tensione continua: non mostra ciò che è evidente, ma invita a percepire ciò che si sottrae alla luce.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Al piano terra è esposta una serie di paraventi realizzati con pannelli di telina écru, sui quali Marras è intervenuto con collage, disegni, intarsi, cuciture e segni. Ombra e paravento: un dispositivo concettuale archetipo alchemico.

Il paravento, per sua essenza, non divide mai completamente: filtra la luce, suggerisce contorni, lascia affiorare figure e presenze. Per Marras diventa racconto visivo: non semplice oggetto, ma organismo vibrante che attraversa il tempo, intreccia identità e silenzi, proietta ombre e abita lo spazio con intensità poetica. In questa mostra, Marras esplora il tema dell’acqua e della memoria collettiva, evocando atmosfere liriche che rimandano ai grandi laghi italiani. Così ogni ombra si fa narrazione: una traccia sottile che custodisce storie pronte a dissolversi allo sguardo, ma non al ricordo.

Antonio Marras, Circolo, 2025, inchiostro e acquerello su cartoncino, 70 × 100 cm. Photo di courtesy
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Lei e Marras come vi siete conosciuti?

Ci siamo incontrati sul pianerottolo di casa di Lea Vergine ed Enzo Mari, e l’intesa è stata immediata. Da allora il nostro rapporto vive di equilibri dinamici: confronto e scontro, vicinanza e distanza, conflitti e affinità profonde. Anche il nostro, in fondo, è un paso doble.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Per Marras aveva già curato “Nulla dies sine linea. Vita, diari e appunti di un uomo irrequieto”, la sua prima grande mostra antologica alla Triennale di Milano nel 2017. L’esposizione riuniva installazioni, disegni, schizzi, filmati e sculture, tra cui le “Orfanelle”: lampade in tessuto realizzate con vecchie sottovesti degli anni Cinquanta.

Le Orfanelle nascono da veli, grembiuli e abiti dismessi, lacerati e ricuciti, impreziositi da dettagli come tasche, ricami e trasparenze. Non sono abiti, né semplici lampade: sono entità luminose, presenze sospese nello spazio e rischiarate dall’interno, come se un’anima esitante avesse scelto di restare. Marras le descrive evocativamente come “angeli caduti, fate erranti che anelano ad ascendere in un percorso terra-cielo”, suggerendo una dimensione fiabesca e simbolica. Danzano come orfanelle e proiettano la loro ombra sul pavimento.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

Qual è il rischio di oggi?

Non riuscire più a vedere, accecati da troppa luce. Una luce fisica e metaforica. Viviamo in un mondo sovraesposto: troppa visibilità, troppe immagini, un flusso incessante di informazioni. Questo eccesso, invece di illuminare, abbaglia. Ci impedisce di distinguere i contorni, di comprendere davvero, di cogliere l’essenza delle cose. Le ombre, al contrario, ci restituiscono profondità. Sono loro che permettono di percepire le sfumature della realtà, di dare forma e significato a ciò che la luce, da sola, finirebbe per cancellare.

Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri
Immagine della mostra Paso Doble. Photo Lorenzo Palmieri

AUTHOR

Cristina Tirinzoni

Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)

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