Eventi
La fragilità umana in mostra al MAST di Bologna. La mostra dedicata alle fotografie di Jeff Wall
By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
Marzo 2026
La Fondazione MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazioni e Tecnologia), nata nel 2013 a Bologna per sostenere una “crescita economica, sociale e culturale condivisa”, presenta Jeff Wall. Living, Working, Surviving, la mostra a cura di Urs Stahel comprensiva di 28 opere – lightbox e stampe realizzate tra il 1980 e il 2021 – che ripercorre la carriera del fotografo canadese, nato a Vancouver nel 1946 (fino all’8 marzo). Tutte le foto in mostra trattano la fatica di vivere, cogliendo nei piccoli gesti degli “umili e offesi”, direbbe Fëdor Dostoevskij, l’enigma del quotidiano e il peso del vivere. Wall non dà spiegazioni delle sue grandi fotografie che fagocitano lo spettatore in storie dell’uomo comune immortalato al lavoro in lightbox in bianco e nero e in stampe a colori dall’immobilità ipnotica.
La mostra, a ingresso gratuito e che non segue un percorso cronologico, intende aprire riflessioni sul mondo del lavoro, sui luoghi dello sforzo di vivere, mettendo in evidenza l’aspetto pittorico del fotografo canadese con tableau di metafisica sospensione che rappresentano situazioni, visioni, azioni stranianti, in bilico tra cinema e fotografia. Wall ha dichiarato: “Non sono obbligato ad essere un cronista”, infatti, in ciascuna sua immagine, che trasuda mistero e in cui viene ritratta gente comune e non modelli professionisti, non moraleggia, non denuncia, ma ci invita a riflettere sulla condizione dei perdenti e le tante contraddizioni del mondo occidentale. Nelle sue opere tutto sembra assurdamente reale e, tra un dettaglio e l’altro, c’è il fascino di ciò che si immagina ma non si vede. Scopriamo composizioni perfette sul piano di costruzione dell’immagine, nitide e chiare, capaci di incuriosire senza spiegare nulla, in cui vediamo persone e ambienti della classe media e povera che “scontano la vita lavorando” con fatica, ai margini della vita agiata, che suscitano domande allo spettatore, complice dei suoi “rebus visuali”.
Lavoro, miseria e sopravvivenza: gli umili in mostra
Wall dal 1996 si distingue per avere adottato lightbox, opere retroilluminate, soluzioni formali copiatissime da schiere di artisti contemporanei, come si vede in transparency rigorosamente in bianco e nero, per mostrare un mondo senza colore, mentre nel Duemila compaiono i lavori cromatici, dove tutto è inesorabile enigma. In mostra sono presenti molti suoi lavori iconici come Volunteer (1966) in cui si vede un uomo che spazza il pavimento di un ricovero per senzatetto, un volontario (come dice il titolo stesso) che in questo fermo immagine richiama nella postura la statuaria classica, senza saperlo. In Weightlifter (2015) si nota lo sforzo di innalzare oggetti pesanti, l’azione rimanda alle forme più arcaiche di lavoro, come evoca Men move an engine block (2008), in cui due uomini sono impegnati a trasportare a mano un motore.
Anche nelle altre fotografie di vite esauste che riscattano la fatica, lo sforzo, il peso del lavoro sono documentati momenti di verità di vita sociale nel presente in un mondo sempre più cinico e sordo alle difficoltà degli altri e, in questa “modernità liquida”, direbbe Zygmunt Bauman, siamo sempre più soli con i social media. Povertà, miseria, marginalità e sopravvivenza: sono questi i temi, che troviamo, palpitanti di poesia, nelle grandi fotografie di Wall che, per essere godute a pieno, necessitano di un tempo lungo di osservazione, al fine di cogliere la cinematography dell’autore, incentrata sulla maestria della composizione, dei dettagli, delle luci, fino alle porzioni di cielo e paesaggi spiazzanti per la loro complessità di segni e rimandi alla pittura e alla fotografia cinematografica.
Espedienti che, come ad esempio una moschea sullo sfondo o la strada serrata calpestata dall’uomo in viaggio in Villager from Aricakoyu arriving in Mahmutbey-Istanbul, September, 1997, ci trascinano in un mare di ipotesi su quello che potrebbe rappresentare. I luoghi di nessuno sono paesaggi urbani, aree industriali ritratte da lontano, come si vede in Coastal Motifs (1989) e in The Well (1989), dalle inquadrature minacciose, in cui il terreno sovrastante sembra crollare addosso a una donna mentre scava alla ricerca dell’acqua.
Al MAST lo spettatore attraversa metaforicamente luoghi della marginalità, squallide periferie degradate, perdendosi in una foresta di case fatiscenti e segni sullo sforzo di vivere, come in River Road (1994), dove in realtà non c’è nessun river, il fiume è evocato solo nel titolo. In Tetanus (2007) bisogna fare attenzione a diversi elementi citati non a caso, come le tende, l’automobile senza targa, i vasi rovesciati a terra, gli appartamenti al piano superiore molto curati mentre, in basso, sedute, fanno capolino figure che sembrano sfinite dalla vita.
L’osservazione della realtà di Wall si rivela nella poetica della fragilità dell’uomo nella fotografia a colori Overpass (2001), dove quattro persone di etnie diverse, prese dalla stanchezza, corrono nella stessa direzione lungo la rampa overpass, come suggerisce il titolo, spingendo faticosamente i bagagli. Ma c’è da chiedersi: dove andranno? Li vediamo di schiena e sono senza fissa dimora in transito da un alloggio temporaneo a una strada ai margini di una zona difficile di Vancouver, dove Wall ha il suo studio e lavora.
L’ambiguità pervade le opere del fotografo aperte a diverse interpretazioni e in cui nulla è come appare, e tutto richiede attenzione, tempo e riflessione, come nella sequenza A Portal Account (1997) in cui si coglie un non so cosa di losco, senza sapere esattamente cosa. Wall “dipinge” circostanze di vita in cui pianificazione e casualità, luci, gesti, ambientazione svelano la sua formazione artistica. Sia nei tableau che nei lightbox, ogni singolo dettaglio di tutto il suo immaginario rimanda a Eugène Delacroix, Diego Velázquez, Édouard Manet, e Pieter Bruegel, come si nota in Dressing Poultry (2007), ritratto del “popolo” alle prese con la spennatura dei polli. Si sopravvive anche là dove i soggetti sono ben vestiti e curati, come notiamo in Sunseeker (2021), in cui una donna sale sul tetto di un’automobile alla ricerca di un po’ di sole, e chissà da quale luogo oscuro proviene o quale vissuto si è lasciata alle spalle. Vediamo storie di gente comune, i vinti dalla sofferenza, chi lotta e lavora per sopravvivere con dignità.
Nell’ultima settimana della mostra, in omaggio a Jeff Wall al MAST sono in programma proiezioni video mappate, slow motion, macrotexture statiche che ampliano l’esperienza visiva senza alterarne l’essenza. E qui si vive un’estensione percettiva in una dimensione immersiva che dimostra il superamento della barriera di tecniche e linguaggi, in cui arte e tecnologia sono connessi.
AUTHOR
Jacqueline Ceresoli
Storica e critica dell’arte. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente. Collabora con diverse testate di architettura e arte. Il suo ultimo libro è Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (Postmedia Books, 2025). Scrive su LUCE dal 2012 e tiene la rubrica Light Art da quando l’ha proposta al direttore diversi anni fa.
IN QUESTO ARTICOLO
LEGGI DI PIÚ
Eventi
Il “Paso Doble” di Antonio Marras e Maria Lai, fra ombre e luce
BY Cristina Tirinzoni | 6 Mar 26


