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La torcia olimpica: la luce che attraversa il Novecento
By Sabino Maria Frassà
Pubblicato il
Febbraio 2026
INDICE
- 1 Luci e ombre della torcia olimpica: da propaganda a rito globale
- 2 Le principali Torce Olimpiche della storia
- 2.1 Giochi Olimpici di Berlino 1936
- 2.2 Giochi Olimpici di Londra 1948
- 2.3 Giochi Olimpici di Roma 1960 – le prime Paralimpiadi della Storia
- 2.4 Giochi Olimpici di Tokyo 1946
- 2.5 Giochi Olimpici di Barcellona 1992
- 2.6 Giochi Invernali di Torino 2006
- 2.7 Giochi Olimpici di Pechino 2008
- 2.8 Dai Giochi Olimpici di Tokyo a Milano–Cortina
Quando si parla di torcia olimpica, si tende istintivamente a collocarla in un mito che sentiamo ancora vivo: quello dei valori fondanti dello sport, dell’agonismo sano e dell’uguaglianza tra gli atleti. Le sue immagini vengono così naturalmente ricondotte all’alveo dell’antichità classica, come se si trattasse di un’eredità “democratica” diretta della Grecia antica, di un simbolo immutato nel tempo e nella sua funzione.
Luci e ombre della torcia olimpica: da propaganda a rito globale
In realtà, questa continuità è in larga parte una costruzione simbolica moderna. Nell’Olimpia antica ardeva un fuoco sacro, legato al culto di Zeus e di Hera, ma non esisteva alcuna torcia olimpica, né una staffetta che collegasse il santuario a una città ospitante. Le lampadedromie, le corse rituali con le torce, erano pratiche locali, circoscritte, prive di qualunque ambizione universale o narrativa globale.
La torcia come la conosciamo oggi nasce, infatti, nel Novecento, ben lontano dalla rinascita delle Olimpiadi moderne di fine Ottocento, ed è il risultato di un’operazione culturale e politica precisa, carica di ambiguità. Nel 1936, in occasione dei Giochi Olimpici di Berlino, il regime nazista inventa la staffetta della fiamma da Olimpia alla capitale tedesca, trasformando il fuoco in un dispositivo narrativo potentissimo: continuità storica, purezza, missione, corpo in movimento. Un mito moderno, costruito con cinica consapevolezza visiva, attraverso un sincretismo storico e culturale che, talvolta, procede in modo disinvolto rispetto alla propria storia recente, facendo viaggiare sostanza e rappresentazione su binari paralleli, non sempre destinati a incontrarsi.
Eppure, proprio in questa contraddizione risiede una delle chiavi della contemporaneità. Nella pacificazione dei simboli, costi quel che costi, che piaccia o no, si manifesta una forma di resilienza collettiva: il mondo va avanti, spesso dimenticando la Storia, con il rischio che essa torni a ripetersi. Per questo, fare chiarezza sulle immagini – sulle loro origini e sui loro slittamenti di senso – può aiutare a leggere meglio il presente e, forse, a orientare il futuro.
Il paradosso storico è che la torcia olimpica, nata in un contesto totalitario, sopravvive al proprio creatore e viene progressivamente risemantizzata, fino a diventare uno dei riti più condivisi del mondo contemporaneo. La sua storia è dunque la storia di una metamorfosi del significato: da strumento di propaganda a linguaggio globale, da emblema di potenza a metafora di responsabilità collettiva.
È a partire da questo slittamento di senso che il fuoco olimpico può oggi essere riletto come dispositivo narrativo contemporaneo, capace di interrogare il presente più che di evocare il passato. In questa prospettiva si collocano anche progetti culturali come Cortina di Stelle che – anche grazie al dialogo con San Marino – ripresenta in mostra due torce iconiche (1960 e 2006), mettendole in relazione con l’interpretazione artistica della torcia proposta da Fulvio Morella. Ne emerge una rilettura del mito olimpico lontana dalla retorica celebrativa: qui la luce non è trionfale, ma relazionale; non abbaglia, ma orienta.
Il fuoco diventa così metafora di ascolto, inclusione e responsabilità condivisa, in continuità con il percorso aperto dalle Paralimpiadi e dalle Olimpiadi invernali di Milano–Cortina. Le Olimpiadi si svolgono ogni 4 anni, alternandosi tra estive e invernali, e, di conseguenza, ogni due anni si svolge un’edizione olimpica. La staffetta, non solo all’interno della singola edizione olimpica, ma tra Olimpiadi diverse, assume il senso di una pacificazione storica che non coincide con la rimozione del passato, bensì con una crescita consapevole: non un’agiografia, ma un cammino fatto anche di cadute, dalle quali l’umanità ha saputo rialzarsi nel segno della fraternità olimpica.
Dalla propaganda alla resilienza, la torcia olimpica continua così a bruciare non perché immutabile, ma perché capace di trasformarsi. È questa continua riscrittura – più che la pretesa di eternità – a renderla ancora oggi un simbolo vivo.
Le principali Torce Olimpiche della storia
Giochi Olimpici di Berlino 1936
La torcia di Berlino 1936 rappresenta l’atto di nascita del mito olimpico moderno. È la prima volta che il fuoco viene acceso a Olimpia e trasportato fino alla città ospitante attraverso una lunga staffetta. Il progetto, firmato da Walter Lemcke, è formalmente sobrio, ma carico di significato simbolico. Più che un oggetto, la torcia è un gesto: il fuoco in viaggio costruisce un ponte immaginario tra Grecia antica e Germania contemporanea, legittimando un’ideologia attraverso la classicità e trasformando il rito in un potente strumento narrativo.
Giochi Olimpici di Londra 1948
Nel 1948 Londra eredita un rito carico di ambiguità. I cosiddetti Giochi dell’austerità, i primi dopo la Seconda guerra mondiale, scelgono di non rinunciare alla torcia, ma di svuotarla della sua enfasi ideologica. Disegnata da Ralph Lavers, la torcia londinese è essenziale, funzionale, quasi dimessa. In un’Europa ferita, la fiamma non celebra la forza, ma la possibilità di ricominciare. Il mito sopravvive, ma cambia direzione e significato.
Giochi Olimpici di Roma 1960 – le prime Paralimpiadi della Storia
Con Roma 1960 la torcia assume una dimensione apertamente archeologica. Il progetto di Amedeo Maiuri richiama le forme del mondo antico, trasformando l’oggetto in un ponte simbolico tra passato e presente. Roma non utilizza la torcia per affermare una supremazia, ma per riaffermare una continuità culturale mediterranea. Qui il mito non è più imposto: è evocato, interpretato, messo consapevolmente in dialogo con la storia.
Giochi Olimpici di Tokyo 1946
Tokyo 1964 segna il ritorno del Giappone nella comunità internazionale. La torcia, disegnata da Sori Yanagi, unisce rigore moderno e sensibilità tradizionale. Ma è il gesto finale a caricarla di un valore simbolico profondo: l’accensione del braciere da parte di un atleta nato a Hiroshima il giorno dell’esplosione atomica. Il fuoco olimpico diventa memoria, e la memoria si trasforma in speranza.
Giochi Olimpici di Barcellona 1992
A Barcellona 1992 la torcia entra definitivamente nell’immaginario globale. Disegnata da André Ricard, è indissolubilmente legata all’iconica accensione del braciere con la freccia infuocata. Qui il fuoco non è solo simbolo, ma parte di una coreografia perfetta: design, corpo e gesto coincidono. La torcia diventa immagine, e l’immagine fa il giro del mondo.
Giochi Invernali di Torino 2006
Torino 2006 segna un passaggio cruciale: l’ingresso pieno delle Paralimpiadi nel racconto simbolico del fuoco. La torcia, progettata da Paolo Pininfarina, appartiene alla stessa famiglia formale di quella olimpica, ma il suo significato cambia radicalmente. La fiamma paralimpica afferma la centralità dei corpi plurali, rendendo il mito finalmente inclusivo e condiviso.
Giochi Olimpici di Pechino 2008
Con Pechino 2008 la torcia diventa apertamente uno strumento geopolitico globale. Disegnata da un team di designer cinesi guidato da Lenovo e ispirata a un rotolo di carta decorato con le “nuvole auspicio”, percorre un itinerario planetario fino al Monte Everest. Il mito olimpico si confronta qui con il tema del potere, della visibilità globale e della costruzione dell’immagine internazionale.
Dai Giochi Olimpici di Tokyo a Milano–Cortina
Tokyo 2020 chiude idealmente il cerchio della storia. La torcia progettata da Tokujin Yoshioka, a forma di fiore di ciliegio e realizzata con alluminio riciclato proveniente da Fukushima, è la torcia delle Olimpiadi rinviate dalla pandemia. Per la prima volta, il fuoco olimpico non accompagna un racconto di invincibilità, ma si carica apertamente di fragilità, attesa e resilienza collettiva. Il mito non viene celebrato: viene messo alla prova.
AUTHOR
Sabino Maria Frassà
Sabino Maria Frassà è un curatore e giornalista professionista, esperto di arte e CSR. È direttore creativo di Cramum, ente non profit che dal 2012 è impegnato nell'attività di scouting e sostegno alle eccellenze creative in Italia.
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