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Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni

By Mariella Di Rao
Pubblicato il
Novembre 2025

INDICE

La critica d’arte Jacqueline Ceresoli, in questa sua ultima pubblicazione, racconta l’evoluzione della Light Art attraverso il lavoro e le storie di tante artiste. La luce, come ci spiega Ceresoli, può essere proprio quell’elemento che predispone l’intreccio tra diversità di approccio all’arte e sensibilità diverse tra il maschile e il femminile.

Un libro importante che vuole essere, in un giorno come questo, anche un’occasione per ricordate le tante, troppe, donne vittime di violenza.

La copertina del libro

“Una ragazza dovrebbe avere una stanza tutta per sé e un rendita di cinquecento sterline l’anno”. Lo diceva la grande scrittrice Virginia Woolf nel 1929 in Una stanza tutta per sé, libro coraggioso che ha aperto prospettive nuove e stimolanti sulla condizione femminile, legando strettamente il discorso sull’emancipazione femminile alla libertà economica. Le donne sono sempre state uno specchio prezioso nella galleria della poesia e dell’arte maschile e la loro realtà è rimasta sepolta, senza voce per raccontarsi. In tal senso, l’operazione che l’autrice fa è molto interessante in quanto con questo libro dà voce a tante donne note e meno note che possiamo definire “illuminate”, dando valore e senso al loro coraggio e a un pensiero che non dovrebbe conoscere confini di razza, genere e cultura, come sancisce l’articolo tre della nostra Costituzione. Perché le sue eroine non sono solo artiste, scrittrici, filosofe, ma anche comuni lavoratrici, accomunate tutte dal concetto di libertà. Anche se, come emerge dalle pagine di questo libro, l’istruzione e la cultura più in generale sono sempre state, e continuano a esserlo, la chiave fondamentale di accesso all’emancipazione femminile. In una ricorrenza come quella di oggi che ricorda le tante, troppe, donne vittime di violenza non solo fisica ma anche psicologica, mi piace pensare che anche LUCE possa fare la sua parte per ricordare ancora una volta quanto la cultura possa costituire un antidoto prezioso contro ogni forma di sopraffazione.   Non a caso è nato in Iran il movimento Donne, vita e libertà portato avanti dopo la morte della ventiduenne Mahsa Amini a causa dei maltrattamenti subiti mentre la trasportavano al centro di detenzione, rea solo di camminare per strada con il velo abbassato. Qui, il coraggio delle donne è stato alimentato soprattutto dalla cultura, in quanto in Iran c’è sempre stato un alto livello di istruzione, soprattutto di quello femminile.

Purtroppo, però qui come ancora in tanti altri Paesi, soprattutto del Medio Oriente, l’accesso al lavoro non è lo stesso tra uomini e donne e questo è ancora più vero per le professioni meno qualificate. Pertanto, se non si studia e si vuole lavorare, non si riesce a farlo e, se si riesce, non ci sono né garanzie né rispetto. Non è quindi solo questione economica. In molte parti del Mondo è ancora normale escludere la donna dalla società e dalla sfera pubblica limitandone la libertà e, anche nei Paesi Occidentali come l’Italia, dove si discute abbondantemente di parità di genere, spesso le donne non riescono ancora a emergere negli ambiti più alti, in particolare nei settori come quello tecnologico e ingegneristico condizionati da brandelli di cultura patriarcale che le costringono a scegliere tra la dimensione domestica e quella lavorativa e le influenzano a non prediligere gli studi delle discipline STEM che oggi garantiscono più facilmente l’accesso ai posti più retribuiti e con alte possibilità di carriera. Per tutte queste ragioni è importante un libro come Donne luce e libertà di Jacqueline Ceresoli, critica d’arte, curatrice della rubrica di Light Art su LUCE, e il duplice intento che lo ha ispirato: da una parte non dimenticare le storie e il lavoro di tante artiste e dall’altra, cercare di riconciliare il femminile con il maschile proprio attraverso la Light Art. Un modo originale di parlare di questa bellissima disciplina il cui racconto fatto dall’autrice si intreccia con quello dell’arte e della cultura più in generale. La luce, come ci spiega Ceresoli, può essere proprio quell’elemento che predispone l’intreccio tra diversità di approccio all’arte e sensibilità diverse tra il maschile e il femminile. Una luce che è metafora gender di complicità e di confronto, dove trova spazio l’alterità della donna che si sottrae all’ego maschile e diventa ermafrodita. Quindi possiamo definire questo libro un’operazione culturale non femminista ma postfemminista che stimola un pensiero critico di lettura della relazione tra questi due generi. L’obiettivo non è solo di far conoscere le artiste della luce, ma introdurre commistioni di genere, metodologie ed esperienze. Ma cos’è la luce per le donne della Light Art? La luce, come la donna, ha potere generativo duttile e adattabile a infinite possibilità e resta per le artiste che lavorano con questo elemento il cordone ombelicale tra opere e vita. L’artista con le sue opere luminose si proietta oltre lo spazio e il tempo, trascende sé stessa per rinascere ogni volta diversa nello sguardo di chi la guarda. Quindi genera l’opera che metaforicamente rigenera la morte esorcizzando il buio proprio attraverso l’uso della luce. Ne consegue un’idea di maternità molto diversa da quella raccontata tradizionalmente, una maternità sublimata nella luce, aprendo nuove riflessioni sulla sua identità dove il processo creativo è più importante dell’opera stessa. Nella Light Art secondo le donne l’elemento luminoso è un’esperienza sinestetica, è metafora, simbolo, allegoria, intreccio spazio-temporale, rivelazione, relazione e risveglio con la consapevolezza di un femminile che si riappropria di uno spazio pubblico prima di dominio solo maschile. In questo approccio le artiste dimostrano intenzione e attitudine completamente differenti dai colleghi maschi, in quanto capaci di sperimentare, di esprimersi con un linguaggio plurimo, di osservare il mondo con uno sguardo trasversale, costruttivo, fluido e quasi magico, unendo l’aspetto cognitivo con quello emotivo, estetico e poetico. Il libro è anche un’occasione per raccontare le evoluzioni della Light Art al fine di comprenderne a fondo valore, forza dirompente e bellezza. Una bellezza che può essere solo effimera e decorativa o giusta e utile per la società, e quest’ultima è quella che l’autrice definisce “intelligente” in quanto rileva una comprensione dell’etica da parte dell’artista che la trasferisce sull’opera. Sono intelligenti, ad esempio, le opere che descrivono il rapporto con la natura e si occupano di “ecosofia” dove la luce può ben esprimere la sua forza rigeneratrice e di cambiamento. L’autrice ci fa riflettere anche sul ruolo delle Light Artist oggi, in una società ingegneristica e tecnologica dove sempre più scienza, arte e cultura si completano a vicenda e dove c’è ancora tanto da esplorare per generare le basi di un nuovo umanesimo più vicino all’uomo e alla sua relazione più intima e profonda con l’ambiente. Uno spazio importante della narrazione è dedicato al neon che prende vita intorno alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, materiale duttile che ha innestato un forte desiderio di pluralità, collettività, condivisione, cooperazione, democrazia sociale e ambientale ed è diventato un linguaggio simbolico originale che è nello stesso tempo individuale e collettivo. Manuela Bedeschi ne è una degli interpreti principali realizzando opere dove la luce è libertà spirituale ed esprime la sua visione della vita come flusso e il suo impulso espressivo di “sentire” il mondo. Un altro merito del libro è di parlare non solo delle artiste della Light Art, ma anche di quelle delle arti visive, della letteratura, del teatro che non hanno mai lavorato con la luce artificiale direttamente, ma brillano di luce propria per la fatica che hanno fatto per diventare faro delle avanguardie ed essere citate anch’esse nei libri di storia dell’arte, di letteratura e del design. Nanda Vigo, artista, architetto, designer, negli anni ’60 è stata la prima donna italiana a introdurre materiali luminosi e specchianti nei suoi ambienti. Da allora ad oggi sono ancora troppo poche, almeno nel nostro Paese, le donne della Light Art e, molte di loro, lavorano nell’ombra perché la luce non ha sesso, ma chi la interpreta sì, e continuano, come hanno sempre fatto, a prendersi cura di manifestare stati di grazia nell’orrore.

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