Eventi
“Oggetti di funzione ed emozione” e multidisciplinarietà. A Milano la retrospettiva “ALCHIMIA – La rivoluzione del design italiano”
By Cristina Ferrari
Pubblicato il
Novembre 2025
Nato a Milano nel 1976, “in un momento di forti mutamenti sociali e culturali”. Questo è Alchimia, movimento fondato dai fratelli Alessandro e Adriana Guerriero, che “rappresentò un laboratorio interdisciplinare dove design, architettura, arti visive, moda, musica e performance si confrontavano liberamente, restituendo una visione sognante, utopica, provocatoria ed eclettica di un possibile design e una possibile cultura del tempo”.
Studio Alchimia: libertà e contaminazione
Quindi un laboratorio di libertà e contaminazione “in cui design, architettura, arti visive, moda, musica e performance si sono intrecciati per dare forma a un linguaggio nuovo, ironico e poetico”, un laboratorio di idee innovative “ma anche come una piccola impresa autonoma”. Ed è per la ricerca sul design, per il suo essere portatore di idee e interessi che Studio Alchimia ha ricevuto il Compasso d’Oro nella categoria Design Studio nel 1981, come ha ricordato Andrea Cancellato, direttore dell’ADI Design Museum che, da domani 11 novembre e fino al 22 gennaio 2026, ospita la mostra Alchimia. La rivoluzione del design italiano, retrospettiva completa dedicata al collettivo milanese, attivo fino al 1992, che ha unito artisti e designer che cercavano di sovvertire le regole del funzionalismo, mescolando artigianato, industria e sperimentazione.
La mostra
“Tra le tante persone che hanno contribuito al movimento figurano Alessandro Mendini, Ettore Sottsass, Andrea Branzi, Michele De Lucchi e molti altri, accomunati dall’intento di superare il funzionalismo dominante e di restituire al progetto una dimensione simbolica e comunicativa” ha affermato François Burkhardt, già direttore del Centre de Création Industrielle del Centre Georges Pompidou di Parigi e della rivista Domus, e curatore della mostra insieme a Tobias Hoffmann e ad Alessandro Guerriero. “Alchimia fu un movimento di contro-design che restituì al progetto la capacità di essere linguaggio, racconto e interpretazione del mondo”.
Dopo la tappa inaugurale al Bröhan-Museum di Berlino (dal 17 marzo al 7 settembre 2025), la mostra milanese si presenta in una versione ripensata e ampliata, con un inedito allestimento concepito dallo stesso Alessandro Guerriero.
Il pubblico sarà invitato a salire su un tappetozattera, una struttura simbolica che, come spiega lo stesso Guerriero, “sospende il quotidiano per immergersi nello spirito utopico e sperimentale che ha reso Alchimia un’esperienza irripetibile nel panorama del design italiano”. È “un tappeto ricco di decori e di un pulviscolo di cerchi con i nomi degli oggetti” che “fa viaggiare nel tempo e nello spazio quelle particolari realizzazioni tridimensionali dei decori, note con il nome di mobili … mobili, qui un po’ accatastati quasi fossero di ritorno da una delle centoventisette mostre che Alchimia ha realizzato in giro per il mondo. O forse mobili pronti a partire di nuovo per una avventura culturale e artistica, guidata dalla volontà di esprimere un progetto capace di trasformare l’ambiente in cui gli uomini vivono per renderlo appassionato, emotivo e concreto come i desideri che ciascuno coltiva dentro di sé”.
A Berlino la mostra, allestita in una sequenza di ambienti di piccole dimensioni, era introdotta da una sezione sul radical design e si concludeva con un approfondimento su Memphis ed era strutturata per tematiche specifiche: dalle collezioni di mobili alla moda, dall’ornamentazione all’arte, all’architettura e alla comunicazione (grafica, mostre, fotografie e film).
A Milano è invece ospitata in uno spazio longitudinale di 36 x 4 metri che non prevede pareti intermedie, un ambiente unico occupato da un grande podio che termina con uno spazio chiuso di 4 x 4 metri in cui sono esposte le opere grafiche bidimensionali. Sono presentate al pubblico “oltre centocinquanta opere tra oggetti, arredi, schizzi, fotografie, tele e video, per raccontare la storia del collettivo e il suo impatto sulla cultura visiva contemporanea” in un “allestimento attraente per il pubblico milanese, che conosce già la storia di Alchimia dato che questo gruppo ha operato nel capoluogo lombardo: il che permette di eliminare l’introduzione e la conclusione della mostra originaria. La presentazione audiovisiva di Metamorphosi sarà presente anche a Milano insieme a video che rievocano eventi, happening o performance del gruppo realizzate negli anni Ottanta (sfilate di moda, Abito sonoro, Mobile infinito ecc.)”.
La filosofia di Alchimia
“A metà degli anni Settanta, conclusa l’esperienza del Radical design, si ripropone la questione di come far collaborare strettamente artigianato e industria, dando spazio a programmi di produzione definiti non più dai reparti marketing delle aziende ma dagli stessi designer. Dalla rinuncia alla produzione ipotizzata dal movimento radicale si passa ora alla sua ridefinizione, con la conseguenza di una maggior libertà e influenza del progettista e di un design più vicino ai bisogni reali delle varie tipologie di consumatori”, spiega Burkhardt. Questo perché il design è nato per il benessere delle persone. Alchimia nasce dal design radicale: senza il design radicale non ci sarebbe Alchimia e senza Alchimia non ci sarebbe il design attuale. Alchimia era un luogo di libertà e riflessione, e la libertà permette l’innovazione, e per questo oggi più che mai è importante recuperare la libertà.
La mostra è un contributo alla storia di Alchimia, che nasce nell’epoca “del dibattito intorno al Postmoderno, un movimento nato per superare il Moderno. Il tema del superamento degli schematismi del Moderno, poco esplorato dai teorici del design, era percepito con forza dal gruppo riunito intorno ad Alchimia. Due sono i loro riferimenti: il primo è la teoria relativa al ‘pensiero debole’ del filosofo Gianni Vattimo (1936-2023), che evidenzia come il progetto postmoderno non prenda più le mosse dai sistemi ‘forti’ e totalizzanti che caratterizzano la modernità, ma sia pronto a valorizzare i segni ‘deboli’ che giungono dalla realtà evitando di sottoporre quest’ultima al confronto con una razionalità schematica. Il secondo sono le riflessioni elaborate dal sociologo francese Abraham Moles (1920-1992) nel saggio Il kitsch, l’arte della felicità, da cui Alessandro Mendini, membro di Alchimia e alter ego di Guerriero, svilupperà la teoria della ‘rivalutazione del banale’”. Con la teoria del “design banale”, “il gruppo ha sovvertito le regole del funzionalismo e dell’estetica industriale, restituendo al progetto il valore di racconto, simbolo e interpretazione del mondo”.
Vuole “creare un metodo non solo interdisciplinare, ma in grado anche di inglobare nuovi territori intermedi tra le singole discipline”. Guardando anche alla comunicazione: “Un aspetto importante di Alchimia è aver saputo raccogliere intorno all’atelier una generazione di creativi in grado di sperimentare nuove forme di comunicazione nel campo del cinema, del video e della fotografia, riconoscendo l’importanza determinante dei mass media come strumento di autopromozione”.
Quindi non guardare unicamente alla razionalità e a ciò che già esiste: il futuro è nell’immaginare e nello sperimentare.
L’esposizione è stata realizzata sotto il patronato congiunto del Presidente Federale Tedesco Frank-Walter Steinmeier e del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e grazie al contributo di Poste Italiane, Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e Abet Laminati. È stato stampato anche un catalogo di 400 pagine in tre lingue, curato da François Burkhardt e Tobias Hoffmann, in coedizione tra Bröhan-Museum e ADI Design Museum.
AUTHOR
Cristina Ferrari
Laureata con lode in lettere classiche all’Università degli Studi di Verona, con tesi in archeologia, è giornalista pubblicista dal 2012 e collabora a diverse testate tra cui Archeo, Medioevo, LUCE
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