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Immagine dallo spettacolo Agamennone. Photo © Michele Pantano

Davide Livermore: “Sono un militante dell’arte e della bellezza” (LUCE 347, marzo 2024)

By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Luglio 2025

LUCE incontra Davide Livermore, cantante lirico, scenografo, sceneggiatore, regista di prosa e di opere liriche, che racconta la sua poetica, il suo amore per l’arte e la contaminazione storica tra antico e contemporaneo come elemento della sua libertà creativa.

Davide Livermore. Photo © Tommaso Le Pera

“Il teatro è di tutti e ci fa sentire profondamente comunità, oggi, insieme. E se un sedicenne viene per la prima volta a teatro, quella persona deve ritornarci: è una responsabilità che sento forte”. Tarda mattinata. Caffetteria del Teatro Nazionale di Genova. Davide Livermore non ha ancora fatto colazione e quando inzuppa una striscia di focaccia nella tazza del cappuccino fumante, i suoi occhi verdi intensi e profondi hanno un guizzo di felicità. “Morbida, golosa, soffice al punto giusto, niente di più gustoso. La focaccia è una delle cose più semplici che ci sono: pasta di farina, sale, olio di oliva. Cibo dei pescatori e dei camalli. Mi fa sentire genovese anche se non sono figlio di questa terra. Il salato nel cappuccino? Non l’avrei mai immaginato così delizioso. In questo gesto riconosco qualcosa che mi appartiene, una tradizione. Il cibo racconta l’arte, la storia, la cultura e l’identità di un territorio. Dobbiamo cibare la nostra anima di bellezza per militare come essere umani in questo pianeta”.

L’incontro con Davide Livermore, regista visionario e di inarrestabili energie, è un travolgente racconto post-moderno sulle note di Verdi e dei Beatles in cui la storia, il passato, il presente, la tragedia di Eschilo e i ledwall cinematografici, la lirica, il cinema e il fumetto, i cavalli e il falco della regina, Totò, la focaccia genovese, il senso dell’arte e della vita e il gioco del teatro si intrecciano, in un fluttuare di ricordi a random, formando una cosa sola. Un racconto di vita. E di una passione. Per la vita. Come a teatro Livermore mischia i generi, dramma antico e opera lirica, rompe schemi e idee preconcette, scuote il pubblico (e fa storcere il naso ai puristi) con i suoi allestimenti di bellezza sorprendente e spettacolare, creando un nuovo linguaggio narrativo ed emotivo. Perché sul palcoscenico, dice, “è bellissimo giocare ai pirati della bellezza”.

Immagine dallo spettacolo Agamennone. Photo © Michele Pantano

Livermore non ha certamente bisogno di presentazioni, ma proviamo a riassumere in poche righe una formazione multiforme: cantante lirico, scenografo, sceneggiatore, regista di prosa e di opere liriche in Italia e all’estero (per quattro volte ha firmato l’apertura di stagione alla Scala di Milano con oltre 2,8 milioni di spettatori televisivi). A lungo direttore artistico del Teatro Baretti di Torino, già sovrintendente del Reina Sofía di Valencia, dal 2020 è il direttore del Teatro Nazionale di Genova (in città alloggia in una delle dimore signorili dei Rolli, palazzi nobiliari in cui, ai tempi della Superba, la Repubblica marinara ospitava le personalità di rango e ambasciatori stranieri in arrivo a Genova).

Dopo il debutto del suo Fantozzi, Una tragedia, e in attesa dell’uscita del suo primo film The Opera! che ha diretto, scritto e sceneggiato insieme a Paolo Gep Cucco (creative director della società di Entertainment Design D-wok che, collabora con il regista da anni) e che racconta il mito di Orfeo ed Euridice trasposto nella contemporaneità, Livermore è ancora adrenalinico e il suo entusiasmo è contagioso.

“È il sogno di una vita. Mettere in scena la ‘nuvoletta’ dell’impiegato è una cosa che avevo in mente dall’età di 11 anni quando, d’estate all’isola d’Elba, con la mia famiglia si rideva leggendo i libri di Fantozzi e mia mamma mi diceva: ‘Fantozzi siamo noi, siamo noi che non smettiamo di resistere’. Fantozzi ha una forza politica e rivoluzionaria. Alla fine dello spettacolo Gianni Fantoni nel ruolo del celebre sfigato ragioniere si rivolge al pubblico dicendo: ‘Siamo proprio sicuri che sia solo io il fallito? Che ci sia da ridere solo di me?’. Noi in realtà stiamo messi molto peggio di Fantozzi… Il confronto con la nostra quotidianità è implacabile. Fantozzi aveva 13 mensilità, le ferie pagate, un contratto a tempo indeterminato. Aveva la pensione, andava in vacanza, aveva Pina, una relazione stabile; noi abbiamo rapporti che durano forse sei mesi, se non addirittura solo scambi virtuali. Al tempo di Fantozzi l’università era pressoché gratuita come la sanità, e oggi?”.

“Abbiamo bisogno di bellezza. Vogliamo essere pirati della bellezza”. Bellezza è una parola che ritorna sempre nei suoi discorsi.

Fantozzi. Una tragedia. Photo © Nicolò Rocco Creazzo

Sarei tentato di rispondere con una battuta: questo tema è attuale proprio perché inattuale. Mi spiego. Oggi il concetto di bello appare terribilmente inflazionato; la bellezza, non vale più per sé, ma per quello che rende, è diventata mercato. Ci riempiamo gli occhi e la bocca di una parola di cui abbiamo completamente perso di vista il significato. E credo che l’arte faccia bene a ripudiare questa caricatura di bellezza. In origine il bello era un’esperienza religiosa, non un’esperienza estetica. Aveva a che fare con il reale, non con l’apparenza, con l’essere, non con l’avere. Si presentava come un’illuminazione, una rivelazione.

Cosa intende dunque lei per bellezza?

Io per bello intendo la ricerca dell’anima mundi, non è un fatto estetico né intellettuale. È riconoscere la parte più elevata, sacra, che sta in tutte le cose, ma invade anche la nostra anima. Con la bellezza siamo di fronte a uno slancio continuamente ripetuto, che ogni volta ci porta sulla soglia dell’inedito e al possibile che abbiamo davanti: una ulteriorità di senso. È una porta che si apre, ci vado a sbatter contro e dico “toh guarda!”. Senza spirito non c’è bellezza. Educare alla bellezza vuol dire educare l’uomo alla sorpresa, alla meraviglia, è educare all’umanità. Voglio usare il teatro per creare ponti, far crescere una comunità, nella bellezza. Dobbiamo portare anche le brutture, in teatro, certo! Forse qualcuno vorrebbe riscrivere Carmen per non farla morire alla fine del primo atto perché mostriamo un femminicidio? Come non deve morire?! Dobbiamo vedere gli orrori proprio perché dobbiamo educare all’affettività. E questo lo può fare il teatro.

Le sue regie ottengono applausi ma anche qualche contestazione. Se un giorno piacesse a tutti sarebbe un successo o un fallimento?

Sarebbe un fallimento totale. Voglio essere sempre urticante per qualcuno, per quella parte di pubblico che viene a teatro pensando di essere in una Jacuzzi con le bolle. Non è così. Il teatro è uno specchio implacabile della società, deve continuare a essere critico come strumento di denuncia civile e sociale e pungolo al cambiamento. È antagonista e non succube del potere costituito, non andiamo a teatro per vedere una ricostruzione storica, ma per essere toccati nel vivo del nostro presente. Aver trasformato l’opera lirica in un “vado a mangiare la pizza o vado all’opera” rappresenta un vergognoso livellamento verso il basso. Se il teatro si accontenta di fare precotti, fa entertainment nel senso deteriore del termine, e questo non è il compito del teatro pubblico, che deve invece prendere l’anima dello spettatore. Bisogna far sognare il pubblico, farlo riflettere, disperare, provocarlo. A cosa serve il teatro, del resto, se non rappresenta la nostra società, se non sa mettere in scena l’uomo, se non morde e scuote le coscienze? Credo si debba tirare fuori il coraggio, la voglia di osare e sperimentare. Meglio un po’ di follia e innovazione tecnologica del dress code. Meglio il dio Apollo, in smoking e papillon, Egisto che giunge alla reggia a bordo di un’iconica Lancia Aprilia, le Erinni che si i materializzano sulla scena ricoperte di lustrini.

Immagine dallo spettacolo Coefore/Eumenidi. Photo © Federico Pitto
Immagine dallo spettacolo Coefore/Eumenidi. Photo © Maria Pia Ballarino

Quali sono state finora le parole chiave che hanno guidato il suo lavoro?

Studio e gioco. Da regista voglio raccontare una storia, e per farlo sono tenuto a conoscere chi l’ha immaginata, per chi l’ha scritta, in che società. Devo capire quali erano le intenzioni dell’autore e cosa ci può raccontare oggi quel testo. Mi chiedo: questa cosa come si racconta? E tradurre tutto nella contemporaneità. E poi subentra allora il gioco. E vuole dire abbracciare quel bambino con gli occhi verdi, la zazzera castana rossiccia, le ginocchia ossute che guardava le giubbe rosse dei cavalli nelle scuderie del nonno.

Dove trova fonti di ispirazione?

Una cosa che mi dà nutrimento è stare completamente fuori dalla zona di comfort. Le cose accadono se tu sei capace di essere vuoto e, allora, arriva un’immagine, un suono, un gesto. Le cose arrivano se sei capace di essere una spugna; devi farti attraversare. Assorbo da tutto e da tutti. Per cui in certi momenti trovo meraviglioso David LaChapelle, i colori di Stanley Kubrick, la luce del Mantegna, Inception di Christopher Nolan. Il canale sensoriale che utilizzo maggiormente è quello uditivo, poi quello cinestetico e infine quello visivo. Insomma, tendo l’orecchio e resto con il cuore aperto.

Cosa è per lei la luce?

Macbeth, diretto da Davide Livermore al Teatro della Scala. Photo Brescia e Amisano; © Teatro della Scala

Narrazione allo stato puro. L’illuminazione agisce su due livelli: uno che serve a definire il tempo dell’azione, proprio come il movimento di una macchina da presa, e il tempo dell’anima che racconta il dialogo interiore e che comunica il clima emotivo di ciò che stiamo vedendo e la sua evoluzione. E questi due tempi, scanditi dalla luce come un metronomo, devono essere riconoscibili dallo spettatore. Le luci devono stare assieme alla drammaturgia. Una battuta, o una musica per me, deve risuonare assieme alle luci. Antonio Castro, il mio light designer che ho conosciuto a Valencia, sa perfettamente che tanto nella vita detesto la luce fredda quanto la amo in palcoscenico; questa temperatura di luce e la palette dei colori pantone 500, “oggettivizzano” gli aspetti clou della drammaturgia e permettono il passaggio dalla mimesi alla catarsi. Mi spiego: la tragedia non è il racconto del vero, ma del verosimile e si esprime per paradossi, esagerazione.

L’arte può anche narrare fatti realmente accaduti, ma diventa arte solo se li trasfigura e li fa assurgere a un più ampio significato e assume dunque valore universale, permettendo così allo spettatore la catarsi, la liberazione. Insomma, attraverso l’uso della luce, in relazione a ciò che succede in scena, diciamo allo spettatore; “Le emozioni del personaggio sono anche le tue emozioni, è una cosa che ti riguarda”.

C’è tanta tecnologia digitale nei suoi allestimenti. Usa enormi ledwall circolari, immettendo una forte componente di spettacolarità, montaggi cinematografici che le conferiscono la sua inconfondibile cifra stilistica.

Sono componenti essenziali della narrazione drammaturgica, la sfida è quella di essere fedeli ai libretti, ma immaginando un’estetica che sia emozionante, nuova, immaginifica. Ma è la storia del teatro che è anche un luogo di sperimentazione tecnologica. Cosa c’è di strano? Eschilo si era inventato una passerella che si muoveva da sola grazie alla tecnologia navale del tempo. Voglio usare con creatività tutti gli strumenti a disposizione di una messa in scena non passatista. Comprese le video animazioni. Insomma, fare spettacolo in un’epoca abituata al video e alla video arte, alle clip e al digitale, alla contaminazione. L’arte va “sdata”, ovvero data all’ennesima potenza. Il teatro è fatto dai vivi per i vivi, anche se questo porta a volte lo spettatore fuori dalla sua comfort zone e può farlo arrabbiare. Questo è un cammino che ho iniziato da anni e in cui c’è molto da fare.

Immagine dallo spettacolo Agamennone. Photo © Michele Pantano
Immagine dallo spettacolo Agamennone. Photo © Federico Pitto

L’incontro con la musica quando e come è avvenuto?

Immagine dallo spettacolo Agamennone. Photo © Federico Pitto

Sono cresciuto fra cavalli e musica. Ho sempre cantato e ho sempre desiderato cantare. Quand’ero bambino l’opera si cantava in casa dopo cena. Ne erano tutti patiti. Stavano insieme più famiglie. C’era uno strumento: un pianoforte o la fisarmonica che qualcuno tirava fuori. E si cantava. Il mio babbo, che aveva una voce bellissima, cantava la Bohème, mio nonno il Lamento di Federico dell’Arlesiana, mia nonna le arie della Traviata. Non avevano studiato: lo facevano da persone che avevano passione. Cantavano senza paura di sbagliare e senza alcun intento di criticare. Il primo dispositivo con cui ho iniziato ad amare la musica è stata la grossa fonovaligia di mio padre.

Ha studiato canto al conservatorio di musica di Cuneo

Volevo tanto essere un uomo di mondo.

Prego?

Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo. Non la conosce? È una delle battute più famose di Totò durante lo storico sketch del vagone letto, quando si trova a dover fronteggiare l’onorevole Cosimo Trombetta in Totò a colori. Ho iniziato a cantare nel ’93 e la carriera da baritono mi ha portato vicino a grandi personaggi come Luciano Pavarotti o Placido Domingo, José Carreras, su palcoscenici importanti quali la Scala, la Fenice e Roma. Vuole sentire un acuto? Sono ancora in formissima.

L'animale con cui si identifica?

Il falco della Regina, velocissimo nel volo. Un combattente dell’aria. Le sue vertiginose picchiate in mare sono meravigliose. Le scogliere dell’isola di Salina ne sono piene.

Le picchiate del falco Livermore quali sono?

Le mie picchiate sono tuffi al cuore. Succede quando mi innamoro di un’idea, di un progetto, quando guardo le persone che amo, i miei figli, quando ascolto musica, quando penso a qualcosa che mi fa stare bene. E continuo ad averne di tutti i tipi.

AUTHOR

Cristina Tirinzoni

Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesia: "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni) e "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice)

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