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Una vita tra restauro e conservazione. Addio all’architetto Andrea Bruno, “maestro del fare”
By Cristina Ferrari
Pubblicato il
Luglio 2025
“La trasformazione è l’unica garanzia di conservazione delle memorie attraverso l’architettura”. In questa frase è raccolta la visione di Andrea Bruno, il grande architetto torinese venuto a mancare il 6 luglio a 94 anni. 94 anni come 94 sono le pietre nel suo atelier torinese, in cui il “maestro del fare” infilava una corda, una per ogni anno, come racconta Francesca Brancaccio, CEO della società B5 srl e componente del CD di Assorestauro e di Icomos Italia.
Noto a livello internazionale, visionario e famoso per i suoi progetti audaci, Andrea Bruno ha improntato il suo lavoro sulla salvaguardia e conservazione del patrimonio architettonico, storico, artistico e culturale.
La carriera: conservazione e salvaguardia
Laureatosi nel 1956 presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, Bruno ha iniziato la sua attività professionale nella Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte, per poi dedicarsi all’attività progettuale e di didattica universitaria sempre al Politecnico di Torino, per poi trasferirsi, nel 1991, al Politecnico di Milano. È stato anche presidente del Centre d’Etudes pour la Conservation du Patrimoine Architectural et Urbain della Katholieke Universiteit di Lovanio e docente all’ICCROM (International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of the Cultural Property) di Roma.
Dal 1974 è stato consulente UNESCO per il restauro e la conservazione del patrimonio artistico e culturale, incarico che lo ha portato a partecipare a numerose missioni ufficiali in Medio Oriente e Nord-Africa. Sempre nel 1974 ha progettato l’Ambasciata d’Italia in Afghanistan, Paese in cui ha in seguito operato anche sul minareto di Jam, capolavoro in pericolo nella provincia di Ghor, e ha condotto studi per la conservazione e valorizzazione dei Buddha di Bamiyan, distrutti nel 2001, oltre a diventarne consigliere per la Divisione Culturale dell’UNESCO (dal 2002).
Fra le opere internazionali più significative possiamo citare il Museo archeologico di Maa a Cipro, la Porta del Tempo a Tarragona, il Centre d’art contemporain du Mouvement et de la Voix Les Brigittines a Bruxelles, il Musée de l’eau a Pont-en-Royans in Francia, il Castello di Lichtenberg in Alsazia, il Musée d’art et d’histoire Romain Rolland a Clamecy, la cittadella universitaria di Fort Vauban a Nîmes, il Musée de la Corse a Corte, il restauro del Conservatoire des Arts et Métiers a Parigi, il completamento della Cattedrale di Bagrati in Georgia. In Italia ha curato il restauro e l’allestimento di importanti istituzioni quali il Castello di Rivoli, diventato nel 1984 il primo museo pubblico di arte contemporanea in Italia, il Palazzo Carignano (sede del Museo del Risorgimento di Torino), e il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino.
“La sua figura, tra insegnamento, progettazione e consulenze internazionali, lascia una traccia profonda in numerosi siti storici, musei e spazi monumentali e un segno indelebile in quanti hanno avuto la fortuna di incontrarlo nella formazione e nelle attività nel campo del restauro e della conservazione del patrimonio architettonico. Nei suoi interventi di restauro ha testimoniato sempre la necessità di progettare con la luce, ritenendola un valore nella forma e percezione dello spazio e affidandosi a lei come strumento evocativo. Ci ha dimostrato la possibilità di trasformare vincoli in opportunità, utilizzando tutti gli impianti necessari al riuso e rendendoli partecipi della configurazione spaziale e valorizzandoli come elementi guida nei percorsi. ”, conclude Francesca Brancaccio.
AUTHOR
Cristina Ferrari
Laureata con lode in lettere classiche all’Università degli Studi di Verona, con tesi in archeologia, è giornalista pubblicista dal 2012 e collabora a diverse testate tra cui Archeo, Medioevo, LUCE
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