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La luce nel restauro tra tutela, conservazione, valorizzazione e creatività
By Cristina Ferrari
Pubblicato il
Maggio 2025
Si è da poco conclusa RESTAURO – Salone Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali, la Manifestazione, giunta ormai alla sua 30ma edizione, che ogni anno accoglie a Ferrara istituzioni, appassionati e professionisti da tutto il mondo, per tre giorni tra esposizione, formazione e dialogo interdisciplinare, per tracciare nuove rotte nel settore del restauro e della valorizzazione dei beni culturali.
Un incontro multidisciplinare: gli interventi degli esperti
Quest’anno in fiera è stato protagonista anche il settore dell’illuminazione grazie alla presenza delle associazioni AIDI – Associazione Italiana di Illuminazione e APIL – Associazione Professionisti dell’Illuminazione che hanno promosso un incontro dal titolo Il ruolo della luce tra valorizzazione e conservazione. L’evento, che ha avuto luogo il 15 maggio e di cui LUCE era media partner, ha indagato sul ruolo della luce nella valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale.
Nei progetti di restauro, infatti, la luce gioca un ruolo importante sia dal punto di vista dell’illuminazione (e quindi della valorizzazione e della fruizione) che da quello della conservazione e della salvaguardia, come ha ricordato Laura Bellia, Presidente AIDI. SI tratta di tematiche complesse, anche perché il patrimonio artistico, storico e archeologico italiano è molto vasto e variegato. E per questo è importante che associazioni come AIDI e APIL collaborino per fare in modo che negli interventi di restauro venga considerata la giusta qualità dell’illuminazione.
L’importanza di fare sistema per diffondere la cultura della luce è stata ribadita anche da Bianca Tresoldi, Presidente APIL. La luce non è solo una questione tecnica ed estetica, ma è anche capace di dare identità e significato ai luoghi, di suscitare emozioni, accompagnare la memoria e, se progettata bene, diventare un vero e proprio atto culturale in grado di valorizzare e preservare il nostro patrimonio storico e culturale.
Il rapporto tra luce e beni culturali è, infatti, imprescindibile, ha ricordato Mariella Di Rao, direttore di LUCE e LUCEweb e moderatore dell’incontro. Ma è anche complesso in quanto si basa su esigenze che regolano la conservazione e la valorizzazione e la fruizione, principi spesso in contrasto tra loro. Una luce “efficace” diventa un veicolo di messaggi e significati per le opere che illumina, ad es. illuminando dettagli altrimenti non visibili, e nel rapporto con l’opera la luce non è solo fisica ma anche intellettuale. Insomma si può parlare di luce significante.
Il ruolo della luce nella valorizzazione dei beni culturali è un tema che si sta affrontando nei cantieri di restauro, ha affermato Alessandro Mascherucci, Funzionario Architetto presso la Soprintendenza Speciale di Roma. La luce contribuisce alla valorizzazione e riscoperta dei significati nelle architetture e nelle opere che gli interventi di restauro restituiscono alla pubblica fruizione. Senza la luce (a partire da quella naturale) non ci sarebbe la percezione dei volumi e un buon intervento illuminotecnico evidenzia e valorizza le opere. La luce artificiale è componente essenziale e conclusiva nel cantiere. Ci si deve rivolgere a professionisti, nei cui progetti si avverte la loro personale impronta, anche in relazione agli oggetti dati. Per una buona illuminazione, infatti, è anche fondamentale la conoscenza dell’oggetto da illuminare, del suo stato, delle sue caratteristiche intrinseche. Ad es. nei contenti archeologici la luce può svolgere una funzione ricostruttiva e di guida alla lettura di palinsesti frammentari o, nelle architetture, rievocare il significato simbolico che la luce aveva nelle opere stesse e nelle sperimentazioni effimere (apparati effimeri). L’uso simbolico della luce introduce novità anche nella gestione della luce reale nell’architettura: apparati effimeri e successive traduzioni architettoniche reali. È una sedimentazione che ci viene dall’antichità, basti pensare agli architetti scenografi del Barocco, quali Bernini, Borromini, padre Pozzo.
Conoscere i luoghi e il contesto aiuta i progettisti a realizzare “progetti di luce” che vadano anche oltre la mera illuminotecnica e a trovare uno spazio per la creatività personale anche in un contesto normativo a tutela dei beni cultuali, ha sottolineato l’architetto e lighting designer Egidio Ferrara. In luoghi come musei all’interno di palazzi storici vanno tenute in considerazione le esigenze di conservazione e di fruizione sia delle opere che dello spazio in cui sono conservate, oltre alle norme. Per il progetto si deve arrivare alla definizione di un’idea, un concetto di valorizzazione e comunicazione della bellezza. Il progetto di luce è diverso a seconda dei luoghi e degli ambiti a cui si rapporta, cercare di formulare il linguaggio della luce deve essere coerente e aderente al luogo stesso e andare nella stessa direzione. Per questo di deve attingere da un vasto repertorio di informazioni: storia del luogo, come questo viene fruito, che opere contiene e come si rapportano con l’architettura, ecc. Ogni architettura ha la sua luce, nasce sotto una luce naturale, ma viene illuminata artificialmente fin dall’antichità (ce ne parlano ad es. Leonardo e Vasari). Il progetto deve unire aspetti tecnici a un’idea e far emergere una tipologia di racconto, ovvero come si vuole raccontare un luogo, una mostra… E gli aspetti tecnologici devono essere a supporto dell’idea.
Conoscere la parte tecnica è fondamentale in quanto, come ha ricordato Matteo Mucciante, architetto lighting designer, Ufficio dei Conservatori dei Musei Vaticani, la luce è anche tecnica e fisica e risponde alle leggi della fisica. Ma alla componente tecnica si associa anche un atto culturale, una componente umanistica. Già Raffaello e Baldassare Castiglione spiegavano l’importanza della conservazione e raccomandavano di prestare attenzione agli effetti della luce. E qui entra in gioco l’importanza dei colori. Qual è la luce giusta per i colori? Sicuramente la luce del giorno, carica di tutte le lunghezze d’onda e che maggiormente evidenzia la cromia. La luce naturale scolpisce i volumi, anche quando l’opera non è colorata (es. una facciata di un palazzo o di una chiesa), ne influenza la percezione (che sia bidimensionale o tridimensionale, un dipinto, una statua, un’architettura) e veicola il messaggio dell’artista/architetto. La luce è energia, la migliore è quella che è descritta da uno spettro il più completo possibile, che riproduce tutti i colori dell’opera d’arte. Per la luce artificiale quindi il cuore pulsante del progetto è la sorgente luminosa e qui entrano in gioco le competenze del lighting designer. Oggi il LED permette di scegliere e sagomare lo spettro, trovare uno spettro corrispondente all’opera che si va a illuminare. E per la scelta si deve partire dalla conoscenza dell’opera stessa, per trovare una luce “giusta” che la valorizzi senza trascurare gli aspetti conservativi. Va inoltre considerata l’interazione dell’oggetto con l’ambiente in cui si trova e con la luce naturale e quella artificiale che riempiono l’ambiente stesso.
Il ruolo della luce nella valorizzazione è fondamentale, ha spiegato Fabiana Sinisi, consulente di B5 srl. Pensiamo ai parchi archeologici, realtà complesse che racchiudono molte opere e per cui sono necessarie differenti competenze professionali. Si tratta di contesti culturali a scala urbana e quindi la stessa scala riguarda anche il progetto di luce. Per facilitare la lettura è necessario stabilire gerarchie luminose facendo scelte sia tecniche (es temperatura-colore, flussi luminosi, ottiche) che filologiche: bisogna conoscere bene la storia del sito e delle opere, ma anche le possibilità dei corpi illuminanti, pure in temini di personalizzazione delle sorgenti luminose e della morfologia dei corpi stessi, per integrarli nei siti. E tutto questo sia su scala urbana che su scala più piccola (singoli ambienti e spazi all’interno del sito): la luce diventa una guida per il fruitore.
Valorizzazione ma anche conservazione: la luce, come ha ricordato Matteo Mucciante, non deve, infatti, arrecare danni alle opere. La luce è energia che, a seconda dell’intensità, può portare benefici e danni, arrecati anche dalla luce non visibile. I rischi sono diversi a seconda dei materiali: quelli organici sono molto sensibili all’effetto della luce, la miglior conservazione sarebbe al buio, ma questo si scontra con le esigenze di fruizione. Se si espone un manufatto lo si espone anche a una fonte di rischi, perché tutti gli oggetti assorbono parte dell’energia che li colpisce e vi rispondono con effetti attivi (il principale è il danno fotochimico, da scolorimento, causato dalla componente ultravioletta) e passivi (es da irraggiamento, cicli di riscaldamento e raffreddamento). Contro i danni della luce naturale si possono usare schermature che ne tagliano le componenti dannose, mentre per quella artificiale si possono scegliere sorgenti prive di tali componenti dannose, come le fonti a LED. Va ricordato inoltre che i danni della luce sono cumulativi nel tempo e per questo le normative hanno introdotto il concetto di dose di luce annuale a seconda della categoria di materiali (quanta luce può venire assorbita in un anno).
Quindi conoscenza delle tecnologie e possibilità di utilizzarle. Ma questo rientra anche nei problemi legati al budget e al rapporto con la committenza che non sempre è “illuminata” su questo tema. Per questo Egidio Ferrara ha parlato dell’importanza del ruolo delle associazioni come AIDI e APIL nel diffondere la cultura della luce e nel far conoscere la figura del progettista della luce. Il rapporto con la committenza è spesso in divenire e sia i committenti che i professionisti del settore devono prendere coscienza dell’importanza di una buona illuminazione. Per questo più che di criticità bisognerebbe parlare di complessità: un buon progetto deve essere corale, con informazioni condivise e confronto tra i diversi attori coinvolti e la figura del lighting designer va prevista fin dalle prime fasi del progetto stesso. Fortunatamente si assiste a una sensibilità crescente sul tema.
Sensibilità che caratterizza anche la Soprintendenza Speciale di Roma che, come spiegato da Alessandro Mascherucci, per molti suoi progetti ha coinvolto i professionisti della luce in tutte le fasi, da quelle preliminari a quelle conclusive. Ne sono esempio il restauro del sepolcro di Giulio II in San Pietro in Vincoli e della Basilica di Sant’Agostino, per cui si è considerato anche il problema dell’inquinamento luminoso. Esiste un apparato normativo, ma spesso si percepisce una sorta di “deregulation” dovuta anche a pressioni turistiche e commerciali che possono portare ad es. a valorizzare troppo alcune strutture ricettive/commerciali situate nelle vicinanze di beni cultuali a discapito dei beni stessi. Per questo motivi gli effetti della luce vanno sempre valutati attentamente e si devono stabilire gerarchie luminose a seconda del contesto.
Per il contesto storico poi, ha continuato Egidio Ferrara, si deve partire dalla comprensione di ciò che si illumina, dell’opera e del suo rapporto con il luogo in cui è inserita. Il progetto è sempre un gesto critico in cui si riconosce la personalità del progettista, non una mera esecuzione di una regola. Fondamentale in un buon progetto è valorizzare il patrimonio storico/artistico/archeologico (corretta lettura, narrazione dello spazio attraverso la luce), assicurarne la corretta fruizione e la conservazione. La tecnica deve essere lo strumento, non il progetto.
Il tecnico del restauro ha come fine la conservazione del bene e ogni minimo intervento, anche illuminotecnico, può venire visto come invasivo e impattante. Tutto questo, secondo Fabiana Sinisi, può venire risolto con l’inclusione del progetto di illuminazione fin dalle prime fasi.
Quindi ancora una volta l’importanza del progetto di luce. Ma la luce si vede anche nella storia dell’arte la cui conoscenza, secondo Matteo Mucciante, deve rientrare nella formazione del lighting designer, in un dialogo tra cultura tecnica e umanistica. L’attenzione all’ambiente è fondamentale per lo studio del progetto illuminotecnico, al punto che talvolta, nel conteso giusto, basta poca luce per ottenere l’illuminazione corretta, come nel progetto per la Sala 8 della Pinacoteca Vaticana, o far interagire luce natura e artificiale, come in quello per la Sala delle Dame. Vedere è esperienza sensoriale, guardare è esperienza culturale e illuminare è una grande responsabilità.
Ma apparecchiature e sistemi devono venire anche sottoposti a interventi di manutenzione, come ha sostenuto Carolina De Camillis, architetto lighting designer e docente della Scuola di Specializzazione Beni Architettonici e Paesaggistici di Roma. E più un sistema è complesso e sofisticato meno è facile trovare tecnici manutentori in grado di svolgere interventi. Per questo motivo è fondamentale usare la tecnologia al meglio e semplificare il più possibile. Un buon progetto illuminotecnico poi deve prevedere e minimizzare il più possibile i danni, tra cui, oltre a quelli già citati, anche quello microbiologico.
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Cristina Ferrari



