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Grande Anima, opera disegnata da Marcantonio, esposta all’aeroporto di Fiumicino nel 2020. Photo © Michele Vecchiotti

Tra favole, animali e sogni di bambini: l’arte e il design emozionale di Marcantonio (articolo pubblicato su LUCE 345, settembre 2023)

By Pierluigi Masini
Pubblicato il
Aprile 2024

L’autore ha incontrato Stefano Seletti, fondatore dell’omonimo marchio, e Marcantonio Raimondi Malerba, artista e designer, che ci raccontano della loro collaborazione che ha portato alla realizzazione di opere caratterizzate da un linguaggio universale onirico e affascinante

Stefano Seletti. Photo © Alberto Zanetti
Marcantonio Raimondi Malerba. Photo © Antinori

Stefano Seletti

“Vuole sapere com’è andato il nostro primo incontro, più o meno una decina di anni fa? Marcantonio mi stupisce perché riesce a superare vari filtri e arriva direttamente a me con un progetto davvero unico: un mobile contenitore, o meglio una cassa da spedizioni, a forma di maiale. Mai visto niente del genere prima. Così è nato Pig, il primo mobile della serie Sending Animals.

Stefano Seletti ricorda e sorride. La storia del brand oggi si identifica fortemente con i progetti di Marcantonio legati agli animali. E la scelta di prendere quella direzione la racconta così: “La nostra azienda non aveva una storia legata al mobile, né all’Art de la Table o all’illuminazione, e quindi l’unica possibilità per affermarci era concepire un prodotto rivoluzionario.  Un’esigenza vera e propria più che una scelta. Da qui il nostro motto aziendale (R)evolution is the only Solution.

Il tema degli animali si è poi trasferito nell’illuminazione…

Non potevo fare altrimenti. Mi sono detto: devo utilizzare un concetto rivoluzionario. Ed è nata la scimmia che tiene in mano la lampadina. Che poi, dal punto di vista del design classico, è il modo più sbagliato di illuminare una stanza. Per vari motivi. Perché vedi la fonte luminosa, perché il corpo illuminante rappresenta solo una minima parte rispetto all’ingombro complessivo dell’oggetto, eccetera. Tutto vero. Ma in realtà da lì è nato un nuovo modo di illuminare.

Monkey Lamp, disegnata da Marcantonio. Photo courtesy Seletti

E la scimmia è diventata un best seller.

Sì, la Monkey Lamp, per due o tre anni almeno, è stato il nostro prodotto più venduto. Direi 100mila pezzi o giù di lì. Ricordo quando siamo andati insieme in Cina, io e Marcantonio, con la prima scimmia scolpita: l’abbiamo tenuta per tutto il viaggio sulle ginocchia perché non ci fidavamo né di metterla nella stiva né nella cappelliera, avevamo paura che potesse rompersi, era troppo delicata. Quando siamo arrivati dal nostro storico fornitore, questi ha mostrato subito grande attenzione per la novità, il prototipo è stato ricoperto di silicone e così è partito lo stampo-madre, quello della scimmia seduta. Poi ne abbiamo fatte diverse versioni. Dopo è arrivato il topolino, che per qualche anno ha superato nelle vendite la scimmia grazie a un target price davvero molto interessante.

Mouse Lamp, disegnata da Marcantonio. Photo courtesy Seletti

Qual è il successo del design di Marcantonio?

È un design emozionale a cui il consumatore si sente vicino. Usa un linguaggio universale, subito riconoscibile in tutto il mondo. Le faccio un esempio. Noi abbiamo una forte community su Instagram, oltre 400mila follower e, in piena pandemia, quando eravamo chiusi in casa, alcuni di loro avevano dato un nome alla scimmia o al topolino, proprio come si fa con gli animali domestici. Le dico di più. Il cane con il pezzo di lampadario in bocca è la copia fedele di Rio, il mio Jack Russell. Marcantonio ha voluto farmi una sorpresa. Ecco, questi sono oggetti che ti tengono compagnia. Una lampada di design, per bella che sia, non ti emoziona più di tanto… mentre un oggetto artistico disegnato da Marcantonio ci riesce molto di più.

Lampade che piacciono a un pubblico giovane.

A un pubblico estremamente giovane. Siamo orgogliosi di avere circa un 12% di acquirenti nella fascia di età 18-24 anni, e credo che nessuna azienda abbia queste performance. Ma non sono solo giovanissimi quelli che li comprano. Io stesso, come altre persone di mezz’età, sono curioso rispetto alle scelte dei giovani e quello che piace a loro molte volte piace anche a me.

Abbiamo parlato della scimmia, del topolino e di Rio. Ora cosa dobbiamo aspettarci?

Stiamo partendo con un filone molto difficile, ma in cui crediamo molto, quello delle figure umane. Abbiamo presentato e donato la prima opera pochi mesi fa al Museo del Cinema di Torino, si chiama Inner Glow (tradotto: bagliore interno), e rappresenta una bambina in scala 1:1 che tiene in mano un globo luminoso. Un’opera forte che ti colpisce molto quando la vedi. La riproponiamo ora a settembre a Maison et Objet, la fiera di Parigi, in edizione limitata. Certo, è un progetto impegnativo e difficile, perché passiamo dall’animale all’essere umano e speriamo che il mercato ci premi anche stavolta.

Inner Glow, dettaglio. Photo courtesy Seletti

Marcantonio e Seletti hanno aperto un filone che è copiato in tutto il mondo. Come ci si difende dalle imitazioni?

È vero, questo è un problema serio, sul mercato ci sono oltre 200 copie delle nostre lampade. Difendersi è quasi impossibile. Noi registriamo i modelli e ci avvaliamo di consulenti legali in varie parti del mondo. Ma succede quello che abbiamo visto nel campo della moda, è difficile contrastare il fenomeno. La vera differenza la fa il prodotto, perché se le analizzi tutte, non c’è una copia che si avvicini all’originale. Marcantonio è un bravissimo scultore e il confine tra l’arte e il gadget è davvero molto sottile: ci vuole pochissimo a cambiare l’espressione degli occhi, in giro ci sono imitazioni con troppi dettagli poco curati… Ecco questi, che sembrano particolari, in realtà fanno davvero la differenza. Grande Anima è un’opera lunga 12 metri che Marcantonio ha disegnato nel 2009. È riuscito a realizzarla solo 11 anni dopo, nel 2020, quando è stata esposta all’aeroporto di Fiumicino: migliaia di persone hanno ammirato il grande scheletro della balena appeso al soffitto, sospeso sulle loro teste a tre metri d’altezza, fluttuante presenza illuminata da centinaia di luci all’interno. Visione inattesa, sogno, stupore.

Marcantonio

“Quello è stato il mio primo progetto della serie degli animali, la prima scultura luminosa e anche la più imponente, così piena di energia e magia, così grande e forte. Poi ho distribuito questa stessa carica in tanti altri prodotti più piccoli, in tanti altri animali”, spiega Marcantonio. Nel suo caso la vecchia querelle – ovvero, se prevalga in lui più l’artista o il designer – si risolve in due parole. “Arte funzionale”. Così la definisce lui. Un ossimoro, una contraddizione in termini? No. Realizzare opere di design od oggetti d’arte è qualcosa che gli viene naturale. Così ha creato un genere nuovo, unico, che ha successo e viene imitato: un grande racconto popolato da personaggi presi in prestito dalle favole.

Marcantonio è il suo vero nome. Il cognome è Raimondi, omonimo del grande incisore allievo di Raffaello, a cui si aggiunge Malerba. Ma lui vuole essere Marcantonio e basta. Nome e anche marchio, un brand facile da ricordare che per assonanza richiama l’antico triumviro romano. Lui ha la delicatezza e la sensibilità dell’artista unite allo spirito forte, volitivo, di un romagnolo di 47 anni nato a Massa Lombarda, diecimila anime in provincia di Ravenna.

Già, la Romagna. Un posto dell’anima dove Marcantonio ha coltivato i suoi sogni di bambino, un bambino che spesso giocava da solo, che amava fantasticare con cose semplici come sassi e bastoni, seduto nella natura all’ombra di un albero. Lui piccolo che con occhi pieni di meraviglia vedeva un uccello posarsi vicino, uno scoiattolo o una lucertola sbucare da un cespuglio. Immerso in una dimensione incantata, dove lasciare esercitare la mente in tante storie diverse. Dove costruire favole da ripensare la sera prima di addormentarsi. Racconti che pian piano prendevano forma sul suo quaderno e poi oggi nei suoi progetti. Marcantonio ha seguito la sua indole, ha studiato all’istituto d’arte e da molti anni ha aperto il suo studio a Cesena.

Quando lo chiamo per intervistarlo, all’indomani dell’alluvione disastrosa che ha colpito quelle terre, mi dice di risentirci dopo qualche giorno, perché si è messo anche lui gli stivaloni ed è andato a dare una mano insieme ai volontari, chi burdel de paciug (tradotto: quei ragazzi del fango) come hanno voluto chiamarsi.

Marcantonio, partiamo proprio da Grande Anima. Viene da pensare al povero Pinocchio inghiottito dalla balena, da cui fugge nottetempo…

Pinocchio? Ma chissà (sorride divertito)… Ci sono animali che hanno un “percepito” più magico di altri: sono i protagonisti delle favole, delle storie dei bambini. O quelli che abitano il mito. La balena in fondo è un’arca, Moby Dick viene chiamato anche Leviatano, con un’accezione negativa legata al caos… Diciamo che lì, in quel progetto, io per la prima volta ho ascoltato il mio senso della meraviglia. Mi sono ricordato di com’era bello, da bambino, andare a vedere i musei della scienza, osservare gli scheletri dei dinosauri, animali enormi, e scoprire come erano fatti dentro. Così mi sono immaginato l’emozione delle persone con il naso all’insù a osservare la balena. E non volevo che la mia opera desse solo un’impressione negativa, perché lo scheletro lo colleghiamo alla morte. Volevo che fosse onirica e affascinante, l’idea di comporre l’anima dell’animale con centinaia di lampade e di renderla luminosa è stata in realtà l’intuizione iniziale: in questo modo si crea un contrasto, negativo e positivo, davanti al quale nascono domande.

Grande Anima, opera disegnata da Marcantonio, esposta all’aeroporto di Fiumicino nel 2020. Photo © Michele Vecchiotti

Cosa rappresentano quelle centinaia di luci?

Le luci sono l’anima del cetaceo, ma allo stesso tempo sono la nostra società, le lampade delle nostre case, dei bar e dei ristoranti, le insegne degli hotel e dei parcheggi, le luci delle città. Le lampade, in fondo, siamo noi. La balena è morta ma a guardar bene forse è ancora viva, esprime un senso di magia. Le luci ammassate sono belle. Le luci all’interno dello scheletro sono belle. Anche lo scheletro alla fine è bello. Non capiamo se la balena è viva o morta: ma se le luci siamo noi, allora la balena è viva e contiene le nostre vite. Ho espresso anche un invito a riflettere, ognuno ci vede un po’ quello che vuole.

Grande Anima (dettaglio), opera disegnata da Marcantonio, esposta all’aeroporto di Fiumicino nel 2020. Photo © Michele Vecchiotti

La natura e la luce, qualcosa che poi si trova in moltissimi suoi progetti…

Sì, e dopo la balena è arrivata la scimmia. La scimmia è un archetipo, in fondo la scimmia siamo noi. E in mano, invece di avere un osso – come nel finale di 2001 Odissea nello Spazio, il film di Stanley Kubrick – ovvero uno strumento che di fatto rappresenta il primo passo sulla strada di quell’evoluzione che porta all’uomo, ecco, la mia scimmia, invece di tenere un osso prende la luce. Entra in casa nostra, ci ruba la lampadina e va in giro per i fatti suoi. E poi da lì, da quella prima scimmia, proseguire è stato tutto un gioco ironico e poetico, con tutte le diverse declinazioni che le ho dato.

Dopo la scimmia è venuto il topo…

Già, il topo. Anche in questo caso un gioco legato all’ironia. Prima del topo si era pensato a uno scoiattolo o a un criceto, a un animale diciamo pure più “carino”. Ma io mi sono detto: se vai a vedere la mostra di un artista di cui conosci le sue opere, torni a casa e non è cambiato niente. Hai visto quello che già sapevi. Se invece quell’artista è in grado di farti piacere qualcosa che prima non ti piaceva affatto, se riesce a farti fare un passo in più, ad arricchirti di una poetica in più, ecco allora torni a casa e hai aggiunto qualcosa a quello che sapevi. Voglio dire questo: il topo, in fondo, è un animale che non piace a tutti, anche se è presente in moltissime favole per bambini. È un animale povero, umile. Ma raccontato così funziona e non appare banale.

Abbiamo parlato del mondo delle favole, della magia di tornare bambini. E l’ironia, invece, da cosa nasce?

Ha a che fare con il gioco. Io ho studiato arte, sono appassionato d’arte, e amo soffermarmi a capire quello che sto osservando. Apprezzo molto quando l’artista fa fatica. Quando tribola. Mi spiego meglio usando la frase di un attore dei Monty Python che ha detto che i più grandi creativi sono quelli che riescono a stare nel problema. Stare nel problema significa vivere il disagio e uscirne solo dopo averlo esaminato a lungo. E questa definizione si adatta perfettamente a me. Io sono in grado di rimanere nel problema più a lungo e mi prendo tutto il tempo per capire se la mia idea è giusta dal punto di vista etico, formale, strutturale, culturale. E più ci rimango, più approfondisco. Perché se il risultato alla fine appare semplice, allora è un successo. Ma non è facile arrivarci.

C’è anche in lei quel senso di spaesamento tipico dei dadaisti.

È vero, mi piace molto il guizzo geniale che spesso ha a che fare con l’ironia. Da qui la mia volontà di fare oggetti comprensibili a tutti, in qualsiasi parte del mondo, perché so bene che il mio design piace anche a chi non è appassionato al mondo del design. E a me diverte farlo vivere con un pizzico di provocazione e di spiazzamento. Si tratta di creare nuovi linguaggi con oggetti che già conosciamo. O meglio: creare oggetti nuovi con identità vecchie. Questa ricerca continua nasce da una mia necessità interiore, legata al sentirmi eternamente insoddisfatto. Quella predisposizione a tribolare è un po’ il leitmotiv del mio studio. Dico sempre a chi lavora con me che quello che fa non è abbastanza, che non va bene, che dobbiamo cercare ancora. Per questo poi non posso tollerare chi copia e magari pensa: “Che ci vuole? Lo faccio anch’io”. Chi non rispetta la proprietà intellettuale, l’idea avuta da uno prima di lui.

AUTHOR

Pierluigi Masini

Pierluigi Masini è giornalista professionista, laureato con lode in Lettere alla Sapienza di Roma, indirizzo Storia dell'arte. Dopo aver lavorato per 35 anni al Gruppo Monrif (Il Giorno, il Resto del Carlino, La Nazione), oggi collabora con diverse testate e si occupa di arte e design. Ha scritto con Antonella Galli il libro I luoghi del design in Italia edito da Baldini+Castoldi.

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