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DADAMAINO 1930 – 2004 @ Stefano Anzini

AL MA*GA DI GALLARATE DADAMAINO E DINTORNI

By Jacqueline Ceresoli
Pubblicato il
15 Febbraio 2024

Dadamaino, Volume, idropittura su tela, 60×50 cm, collezione privata
Photo courtesy MA*GA

A Gallarate (VA) il MA*GA continua a sorprendere per qualità espositiva, con tre mostre monografiche di Michele Ciacciofera (Nuoro, 1969) e Giovanni Campus (Olbia, 1929) da scoprire nello scrigno lombardo, dove spicca una antologica completa di una protagonista dell’avanguardia astratta, entrata nella storia dell’arte del secondo Novecento. Stiamo parlando dell’indomabile Dadamaino, all’anagrafe Edoarda Emilia Maino (Milano, 1930-2004), che folgorata da un Concetto Spaziale (di colore blu viola) di Lucio Fontana nel 1956 – un faro per tutti gli artisti dell’epoca – esposto in un negozio di elettrodomestici in via Cordusio a Milano, abbandona la figurazione per dedicarsi alla serie di Volumi (1958-60).

Dada a Milano debutta con tele monocrome, esposte per la prima volta il 18 dicembre del 1959 a Brera, nell’ambito della mostra La donna nell’arte contemporanea. Si tratta di tele perforate a mano intese non tanto come superficie pittorica, bensì come oggetto, una variazione originale dei tagli di Fontana.

Dada è l’unica donna a inserirsi attivamente nella ricerca di Azimuth, nuovo linguaggio di Piero Manzoni ed Enrico Castellani, e partecipa alle collettive della nuova galleria Azimut in via Clerici 12 a Milano. Vive e lavora in un contesto culturale prevalentemente maschilista, proponendo una ricerca già riconoscibile dal 20 maggio del 1961, quando espone alla Galleria del Gruppo N di Padova. La presentazione è scritta dall’amico Piero Manzoni che nelle sue opere vedeva “bandiere di un nuovo mondo”. Le altre due donne di scena a Milano in questo periodo sono Nanda Vigo e Grazia Varisco, attiva nel Gruppo T.

PERCORSO ESPOSTIVO DI DADA IN DIALOGO CON LE OPERE DELLA COLLEZIONE DEL MA*GA 

Dadamaino, Progetti per oggetto cinetico spettrocolore, 1966, poliestere, diam max 23 cm, collezione privata
Photo courtesy MA*GA

La mostra comprensiva di 80 opere, anche di grandi dimensioni, a cura di Flaminio Gualdoni, responsabile scientifico dell’Archivio Dadamaino e co-curatore alla celebre mostra della Biennale di Venezia nel 1990 (quando furono esposti due poliesteri lunghi 18 metri ciascuno), si apre con i Volumi che dialogano con opere di Fontana e di Manzoni e altri compagni di ricerca dell’avanguardia milanese tra gli anni Cinquanta e Sessanta, aperta a nuovi linguaggi non figurativi, incentrata sullo spazio e la percezione visiva.

Oltre alle opere di Dada si scoprono quelle dei gruppi milanesi più sperimentali dell’epoca, ci sono anche fotografie di Dada, bella, giovane e determinata, che nel 1976 ha partecipato con due opere alla seconda mostra della X edizione del Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate, fondato nel 1949. A questa mostra espone Rilievo bianco inclinato 18°, 1975, legno verniciato, 100×100 cm, e Volume a moduli sfasati, 1960, plastica, 100×100 cm. Quest’ultima opera è stata acquistata dalla commissione artistica per essere destinata, come tutti gli acquisti del Premio Gallarate, alla collezione permanente della Civica Galleria d’Arte Moderna, ora MA*GA.

Il percorso espositivo s’innesta sulle opere di Dada per il MA*Ga, si apre con la serie dei Volumi, superfici monocromi forate a mano, bianche o nere o su tele dipinte, e prosegue con i Moduli sfasati e i Rilievi. Incantano per qualità manuale i suoi cartoncini e rhodoid tagliati a lamelle per dare forma ad alterazioni tridimensionali delle superfici in bilico tra pittura e scultura. Sono folgoranti i suoi Oggetti ottico-dinamici, strutture tridimensionali, realizzati con piastrine di alluminio con l’obiettivo di creare effetti geometrici circolari. Tutte le opere stroboscopiche degli anni Sessanta sono il risultato delle sue frequentazioni con il GRAV – Groupe de Recherche d’Art Visuel, e altri gruppi come Gruppo Zero, e Punto.

Dadamaino, Movimento delle cose, 164×116 cm, collezione privata
Photo courtesy MA*GA

Dada in constante evoluzione, nei Componibili e con Ricerca del colore (in mostra 5 tavole su 100), degli anni Settanta, documenta il suo interesse per il colore per le sue qualità percettive. L’artista nel 1969 ha partecipato a progetti ambientali: non vincerà, ma è già “immersivo” Environment lumino-cinetico. Questo progetto è stato ideato per un concorso che prevedeva di collocare opere lungo le vie e piazze parigine studiate per Place du Châtelet di Parigi a cura di Frank Popper.

Lo stesso anno realizza Illuminazione fosforescente automotoria sull’acqua nell’ambito di Campo urbano a Como, in cui disperde sulla superficie del bacino del lago di Como circa mille tavolette di polistirolo di vernice fosforescente. Nel 1976 Dada espone L’Inconscio razionale e approda a L’alfabeto della mente (1977), quando turbata dall’eccidio di palestinesi raccolti nel campo profughi libanese di Tell al–Za’tar (1976), inizia a tracciare piccoli segni come silente manifestazione di indignazione e protesta. Inquietano i suoi brulicanti segni verticali e orizzontali che non diventano parola, ma tracciano grafismi evolutivi che si espandono nello spazio del foglio di cartoncino o su tela già preparata, come delle stele, senza soluzione di continuità, che esposti al MA*GA in questo drammatico periodo bellico di genocidi sono di scottante attualità.

METALINGUAGGIO E GRAFISMI DINAMICI: UN INNO ALLA VITA

Dadamaino, Costellazione, 1984, inchiostro su carta su tela sintetica, 70×94 cm, collezione privata
Photo courtesy MA*GA

La dimensione scritturale culmina nei Fatti della Vita (1978-1982), un ciclo importante che è alla base di una installazione ambientale creata per la sala alla XXXIX Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 1980. Così come anche nel ciclo Costellazioni (1981-1987) su carta, cartoncino o carta montata su tela, in cui i segni ripetuti diventano sempre più microscopici quasi dei punti segmenti minimi, disposti in maniera ritmica; ideali spartiti di energia vitale del Cosmo.

La mostra si conclude con l’installazione ambientale Il movimento delle Cose (1987-1996), caratterizzata da piccoli segni in divenire ancora più vorticosamente ritmici rispetto a Costellazioni. I suoi sciami di trattini in uno speciale inchiostro nero, sviluppati su fogli trasparenti di poliestere, sembrano cogliere il Panta Rei di Eraclito, lo scorrere dell’acqua e la trasparenza dell’aria. Questo imponente ciclo montato su cavetti d’acciaio fu presentato nel Padiglione Italia della XLIV Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale a cura di Laura Cherubini, Flaminio Gualdoni e Lea Vergine, con due lavori delle dimensioni di 1.22×18 metri entrambi montati in parallelo a formare un ambiente. Al Ma*Ga i suoi fogli trasparenti vibrano in un ambiente bianco e asettico illuminato da luce artificiale e naturale catturata da lucernari della sinuosa architettura, dove si ricorrono pulsanti organi vitali di un nuovo mondo.

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