MILANO OMAGGIA GIORGIO MORANDI: LA MOSTRA “MORANDI 1890 – 1964” A PALAZZO REALE


Giorgio Morandi con le sue bottiglie. Photo courtesy Ufficio Stampa del Gruppo 24 ORE

C’è una tensione silente in questa mostra e non smette di suscitare suggestioni e interrogativi: Morandi ti coglie di sorpresa. Le sue opere, così intimamente poetiche, illuminate da una luce impalpabile, ma vibrante, intrise di una serenità immobile e avvolgente hanno qualcosa di magico, ipnotico. Nella loro disarmante semplicità, bottiglie, caffettiere, tazze, portafiori e brocche perpetuano l’illusione di una realtà eterna nel mondo. Pittore ripetitivo? E invece no: non c’è un solo quadro uguale all’altro. Con un azzardo, potremmo dire che le sue celebri bottiglie sono le Variazione Goldberg della pittura. Variazioni di un tema che torna su se stesso (come l’opera per clavicembalo composta da Johann Sebastian Bach) in infinite variazioni impercettibili di forme, di tonalità, di disposizione nello spazio, dalle variabili combinatorie infinite. Con tocchi lentissimi di pennellate, senza urti né accelerazioni, “le cose” raffigurate con insistenza sulla tela sono tolte, messe, rimesse, spostate, inclinate, affiancate, di continuo riposizionate, contrapposte, nascoste le uno dietro alle altre, in un lavorio compositivo teoricamente senza fine – muovendole nella luce e nello spazio e nel silenzio. Il minimo spostamento crea un sussulto di luce, una suggestione che ci porta oltre il visibile.

Forse adesso sì riusciamo a “sentire” il segreto della “partitura” morandiana, posando lo sguardo sul suo mondo rarefatto e poetico che torna sempre uguale e sempre diverso, percorrendo  le 34 sale della mostra Morandi 1890 – 1964 (imperdibile, e l’aggettivo non sembri esagerato) con cui Milano omaggia il grande maestro della pittura del Novecento, allestita nelle sale di Palazzo Reale (fino al 4 febbraio 2024.) Una retrospettiva ampia e scrupolosa curata da Maria Cristina Bandera, storica dell’arte e tra le massime esperte dell’opera di Morandi, e che raccoglie circa 120 opere scandite lungo il percorso espositivo che segue un criterio cronologico, partendo dal periodo degli esordi in cui sono evidenti suggestioni di ambito cubo-futurista arrivando agli anni ‘50 con protagoniste assolute le celebri nature morte, fino alla smaterializzazione della materia con gli acquerelli dell’ultimo periodo, al limite dell’evanescenza.

Solitario ma non isolato. Morandi vive sempre nella sua amata Bologna fino al 1964, anno della sua morte, senza però mai distogliere l’attenzione dalla realtà culturale che lo circondava, informatissimo su tutto e aperto a nuovi contatti. Pochissimi viaggi, pochissimi spostamenti. Nella sua vita visita solo 5 città: Firenze, Venezia, Padova, Milano, Roma. Rinuncia a inviti a New York, Parigi, Berlino, Londra, L’Aja, Ginevra, San Paolo, dove vengono allestite mostre con le sue opere. “Si può viaggiare per il mondo e non vedere nulla. Per ottenere la comprensione non è necessario vedere molte cose, ma guardare attentamente ciò che vedi”. Morandi ha saputo guardare il mondo da una stanza della sua casa a Bologna in via Fondazza 36 (oggi Museo Morandi, generosissimo dono della sorella Maria Teresa alla città di Bologna nel 1993). Divisa in due: da una parte lui, dall’altra le sue tre sorelle, il suo studio in fondo a un corridoio. Un vecchio scrittoio, il cavalletto. Lì dormiva in un letto “alla turca” e dipingeva. Qui osservava, contemplava a lungo la luce (“lentezza meditata”, dirà Roberto Longhi della pratica artistica dell’amico Morandi) che proviene dall’unica grande finestra aperta sul cortile, una finestra-balcone a cui a volte si affaccia per guardare le sue rose e l’ulivo donatogli dall’amico milanese Lamberto Vitali (collezionista, è uno dei massimi esperti di incisione e di storia della fotografia). Luce che fa da tramite tra lui e le cose. Chiudeva gli scuri delle finestre per valutare la quantità di luce. Colorava le sue bottiglie (che sceglieva aggirandosi fra rigattieri e il mercatino del sabato alla Montagnola) prima di dipingerle. Leggenda vuole che, se stava dipingendo un quadro e non riusciva a finirlo con la luce su cui aveva avuto le sue percezioni cromatiche, il pittore lo metteva da parte per riprendere a lavorarci l’anno dopo, nello stesso giorno e nelle stesse ore.

Paziente sperimentatore di spazi, distanze, contiguità e slittamenti, Morandi era un ricercatore: della immaterialità del reale. Morandi ti coglie di sorpresa, come dicevamo. Perché il suo slancio pittorico non è urlato ma puro silenzio di forma, di luce e di colore, quei colori che non squillano, verdi pastosi, bianchi, grigi, neri e ocra. Il rosa confina con l’arancione chiaro che sfuma nel giallo e nel marrone. Colori tenui che l’occhio accarezza e l’anima si quieta nel percepirli, in una impaginazione raffinata dello spazio, immersa in un’atmosfera contemplativa nella quale il tempo sembra essersi fermato. Come quelli dei paesaggi di Grizzana, il paese sull’Appennino dove Morandi trascorreva i mesi estivi, e le sue 70 sfumature di verde (tante ne aveva contate l’artista). Pochi dipinti, come quelli di Giorgio Morandi, possiedono il dono del silenzio che chiude l’opera in un ordine assoluto, isolato dal caos senza senso del mondo. Una presenza delle cose discreta e solenne che si propaga nello spazio e si materializza tramite la luce. Oggetti quotidiani, a cui è restituita lentamente la luce dell’immortalità. Per sottrazione, Morandi raggiunge la profondità del reale. Per renderlo eterno. “Quello che importa è toccare il fondo, l’essenza delle cose”,  dichiara l’artista stesso. Tolgono il fiato le ultime due sale della mostra che raccolgono le opere degli anni conclusivi, quando dagli anni ’50, sperimenta sequenze e minime varianti compositive e la fluidità e trasparenza dell’acquerello: opere sempre più intangibili, con effetti di un’inquietante sospensione temporale ed emotiva. La visione si fa progressivamente astratta, le forme sfumano, si fondono con gli sfondi bianchi da cui emergono. I colori si raffreddano e diventano sempre più irreali. La varietà delle cromie si riduce a un campionario ridotto di tinte, dal giallo paglierino al rosa chiaro, al grigio chiaro. Prevale l’ombra più della luce. Nella natura morta del 1963, nell’ultima sala di esposizione, i contorni si sfaldano e i vasi e le bottiglie si stringono gli uni alle altre, in uno spazio immobile, in cui s’intravede l’infinito (come scriveva Bernardo Bertolucci.) Anche le corolle dei fiori diventando pura astrazione. In cui perdersi. Vedere allora oltre lo sguardo, oltre l’apparenza. Echi di Assoluto vibranti nel segreto senza fine di uno stupore delle cose.