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La drammaturgia dell’interruttore in Circle Mirror Transformation. La partitura di luci di Alessandro Verazzi
By Cristina Tirinzoni
Pubblicato il
Maggio 2026
INDICE
- 1 L'allestimento scenico
- 2 Il disegno luci. Intervista ad Alessandro Verazzi
- 2.1 Come nasce il disegno luci?
- 2.2 Quali fonti luminose ha utilizzato?
- 2.3 Accensione e spegnimento: questo ritmo intermittente dialoga profondamente con il tema centrale dello spettacolo: la difficoltà di stabilire una continuità stabile dell’identità e della relazione.
- 2.4 Ogni riaccensione, infatti, non restituisce mai esattamente la stessa situazione: qualcosa, anche di impercettibile, è slittato. Questo scarto tra la percezione dello spettatore (interrotta) e la continuità implicita dell’azione degli attori crea una sottile tensione, quasi un disallineamento tra chi guarda e chi agisce.
Entrano in scena senza fretta, i personaggi, mentre dispongono specchi mobili ai lati dello stanzone, uno spazio rimediato alla meglio, qualche sedia recuperata forse da una vecchia platea o da una sala d’attesa, per terra grossi cerchi per fitness e per gioco (a un certo punto, Valerio Binasco ne indossa uno e, ruotandolo attorno alla vita e ai fianchi, si lancia in una prova di hula hoop). L’atmosfera è segnata da un palpabile imbarazzo e da un senso di spaesamento.
È andata in scena, dal 28 aprile al 3 maggio, al teatro Strehler di Milano, la pièce Circle Mirror Transformation per la regia di Valerio Binasco, che figura anche tra gli interpreti insieme a Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa e Maria Trenta, disegno luci di Alessandro Verazzi. Seguiranno Bologna, Teatro Arena del Sole, 14-17 maggio; Osimo (AN), Teatro La Nuova Fenice, 19-20 maggio; Roma, Teatro Argentina 2-14 giugno.
Il testo, nella traduzione italiana di Monica Capuani e Cristina Spina, è della drammaturga statunitense Annie Baker, 45 anni, Premio Pulitzer nel 2014 per The Flick, una delle voci più significative del teatro contemporaneo americano. Le sue opere sono spesso caratterizzate da una scrittura che privilegia la sospensione dell’azione e il non detto, al punto che è stato osservato come nei suoi testi “non succeda niente”, avvicinandoli al minimalismo narrativo di Raymond Carver.
L'allestimento scenico
La vicenda riunisce cinque sconosciuti in un’anonima sala di provincia (ben scenografata da Guido Fiorato) nel Vermont, dove partecipano a un laboratorio teatrale.
Ci sono Marty (Pamela Villoresi), l’insegnante, e i suoi quattro allievi: suo marito James (lo stesso Valerio Binasco) che ha una figlia da una precedente unione e con cui da un anno e mezzo non parla; Schultz, un falegname da poco divorziato (Andrea di Casa); Lauren, una adolescente inquieta che sogna di interpretare Maria in West Side Story (Maria Trenta), ma forse in famiglia non appoggiano la sua scelta o forse ci sono solo problemi economici; Theresa (Alessia Giuliani), bella ed esuberante, che è già stata attrice, fuggita da New York e da una relazione tossica per venire a vivere in provincia.
Forse fuggono tutti da qualcosa: da un passato che non riescono ad accettare, da un presente complesso, oppure da sé stessi, da amori sbagliati, da un vuoto affettivo, o l’incapacità di trovare un vero dialogo. Qualcuno avrà detto loro che esiste un “teatro che cura” e, così, hanno deciso di mettersi alla prova, di esporsi, di dare voce alle proprie solitudini, alle paure e al bisogno – spesso confuso – di contatto. Non lo sappiamo.
Nel corso di sei settimane, l’esperienza che vivono somiglia più a una sorta di terapia drammatica che a un vero e proprio corso di recitazione: gli esercizi – scanditi dalle didascalie luminose di Simone Rosset, proiettate sul fondale della scena per introdurre al pubblico le attività e i metodi propedeutici alla recitazione – spaziano dal “ricordare” all’“ascoltare”, dal “tu sei me” fino a momenti più leggeri e ironici, in cui i partecipanti sono invitati a trasformarsi in un albero o in un guantone da boxe.
Mentre i partecipanti continuano a domandarsi, invano, quando arriverà “la vera recitazione”, senza accorgersi che è forse già lì, in quel lavoro minimo e continuo sul proprio stare in scena e nel mondo. È proprio in questa cornice che si chiarisce il senso dell’esperienza: un luogo in cui non si insegna a recitare, ma a sentire, a percepirsi, ad ascoltarsi, a cercare sé stessi, fino a entrare nella mente dell’altro e a farsi, almeno per un istante, altro da sé.
Nel titolo di Annie Baker, Circle Mirror Transformation, si condensa già l’intera architettura poetica del testo: un vero triangolo semantico in cui ogni elemento rimanda agli altri in un continuo gioco di riflessi e rinvii. La scrittura di Baker procede per ellissi, affidandosi al non detto e ai silenzi che, come l’autrice stessa osserva in una rara nota al testo, “hanno lo stesso valore del dialogo”.
Il “cerchio” allude innanzitutto alla disposizione fisica del gruppo durante gli esercizi di recitazione, ma indica soprattutto un campo relazionale chiuso e in costante mutamento, che modifica incessantemente chi vi prende parte; in cui ciascuno è al tempo stesso osservatore e osservato, tutti sono simultaneamente coinvolti ed esposti. Lungi dal produrre equilibrio, questo dispositivo genera un campo di tensioni minime ma persistenti: desideri non dichiarati, timidezze, attrazioni laterali, esclusioni quasi impercettibili.
È proprio in questa configurazione che si innesta il secondo elemento del titolo, il “mirror”, lo specchio di Baker che non restituisce un’immagine coerente, bensì frammenti, una moltiplicazione di variazioni, come effetto dello sguardo altrui. Lo specchio diventa così un circuito dinamico, non una superficie statica. Ogni volta che sembra emergere una definizione, essa viene continuamente riformulata nello sguardo dell’altro. Il terzo elemento, la “trasformazione”, non coincide con un esito definito. Nel testo di Baker, ciò che accade è più sottile: una sequenza di micro-spostamenti percettivi, quasi impercettibili, generati dal contatto con l’altro, che impediscono qualsiasi stabilizzazione definitiva.
La regia di Binasco aderisce con rigore a una grammatica della sottrazione, per lavorare su soglie, intermittenze, disallineamenti. Un teatro in cui ciò che manca – la parola non detta, la scena non mostrata, diventa, paradossalmente, il luogo più denso di significato. In apparenza, sulla scena non si manifesta alcun vero e proprio “evento”: ciò che si muove in profondità rimane appena accennato, affidato a un accumulo di minimi scarti e a quasi impercettibili slittamenti emotivi, in cui i silenzi finiscono per risuonare quanto, se non più, delle parole. È proprio in questa tensione trattenuta che lo spettacolo trova il suo ritmo: una sequenza di micro-accadimenti che, sommati tra loro, producono una trasformazione sottile ma concreta. E un processo di progressivo disvelamento.
Gli attori sostano nei silenzi senza riempirli, accettano l’imbarazzo, espongono l’incertezza. Non cercano la battuta efficace né il momento emotivo risolutivo; al contrario, lasciano che le emozioni emergano lateralmente, quasi per accidente. Attraverso storie vissute o improvvisate, a turno, affiorano nervi scoperti, emergono confessioni. Ed è forse proprio questo ciò di cui hanno bisogno: raccontare e raccontarsi, diventare per un attimo altro da sé. E ogni volta anche noi spettatori impariamo qualcosa di più sui personaggi.
In questo quadro, nel ruolo dell’insegnante, Pamela Villoresi agisce come perno silenzioso: osserva e orienta il gruppo con la funzione di guida e catalizzatore, come in uno psicodramma. Senza esplicitare le proprie intenzioni, costruisce un contesto in cui il gioco (play) diventa progressivamente uno spazio di esposizione, fino a far emergere aspetti intimi e fragilità degli allievi. Villoresi costruisce un’interpretazione in cui ogni sfumatura vocale (che in alcuni momenti può evocare una qualità timbrica o una familiarità con il tedesco, l’attrice ha effettivamente una madre di origine tedesca) contribuisce a definire una presenza autorevole e insieme volutamente sfuggente, coerente con l’ambiguità strutturale del testo. All’inizio Marta sembra avere un ruolo chiaro: è l’insegnante, la figura che organizza il cerchio, che propone gli esercizi. Anche nei momenti di apparente inattività, la sua presenza resta attiva, vigile, concentrata, come se stesse costantemente “tenendo” lo spazio.
Brava Alessia Giulian nel muoversi sul sottile confine tra gioco e confessione, dove ironia e vulnerabilità coesistono, senza mai fondersi in un unico registro. Durante gli esercizi di laboratorio, la sua adesione al “fare finta” si incrina, lasciando affiorare, nelle pause e nei silenzi, un coinvolgimento emotivo autentico; nel suo nervosismo euforico si concentra tutta la paura di Theresa, così intimorita dalla solitudine da cercare un fragile sollievo in una relazione breve e senza impegno con il malcapitato Schultz, che finisce per invaghirsi di lei, proprio come accade anche a James.
Esemplare è l’esercizio di James e Theresa: con una sola parola ciascuno – “goulash” e “ak-mak” – costruiscono un dialogo che sembra funzionare perfettamente. Credono di capirsi, ma i sovratitoli voluti dal regista svelano l’opposto: ognuno sta dicendo tutt’altro. I personaggi ignorano il reale significato delle parole dell’altro, mentre il pubblico ne è pienamente consapevole. “È proprio in questo scarto che emerge con chiarezza un aspetto fondamentale della comunicazione: ciascuno tende a leggere nell’altro ciò che desidera, eppure il dialogo, in qualche modo, riesce comunque a esistere, su un piano quasi fisico o psichico. Ne nasce così un esercizio di grande forza: parlarsi, non capirsi, fraintendersi… un meccanismo che non riguarda solo i suoni astratti, ma anche il linguaggio quotidiano”, sottolinea Binasco. “Allo stesso tempo, però, allo spettatore viene offerta una possibilità preziosa: quella di comprendere davvero, di entrare nelle personalità dei personaggi molto più di quanto loro stessi siano in grado di fare”.
Verso la fine c’è una scena particolarmente intensa in cui ciascuno è chiamato a scrivere un segreto personale. I bigliettini vengono poi piegati, mescolati e ogni partecipante ne estrae uno a caso, leggendolo al gruppo. La scena si conclude con tutti che si guardano (in silenzio, ovviamente) con aria di accusa, stupore, senso di colpa, indignazione e orrore a bocca aperta. Nonostante il sorteggio, a noi spettatori risulta subito evidente chi ha scritto cosa.
Ci sarà l’ennesimo, ma ultimo esercizio, tra Lauren e Schulz, ed è la finzione del “potrebbe accadere in futuro” creato con una rivelazione – anche qui non detta fino in fondo – del “sarebbe potuto accadere in passato”.
A suggellare la pièce è la romantica “Stand By Me”, il cui testo in italiano è proiettato sul fondale “Quando cadrà la notte / e la terra sarà buia / E la Luna è l’unica luce che vedremo / no, non avrò paura / oh, non avrò paura / finché tu sarai con me, sarai con me”.
Il finale di Circle Mirror Transformation lascia volutamente in sospensione anche la traiettoria di Marta e proprio questa indeterminatezza è uno dei punti più significativi del testo di Annie Baker – che la regia di Valerio Binasco conserva integralmente, senza “chiusure” interpretative.
Il disegno luci. Intervista ad Alessandro Verazzi
Uno degli aspetti più caratteristici del disegno luci è il ricorso reiterato all’accensione e allo spegnimento, che struttura lo spettacolo come una vera e propria partitura. Non si tratta di semplici variazioni luminose funzionali al passaggio tra le scene: emerge piuttosto una “drammaturgia dell’interruttore”, un dispositivo essenziale nella forma ma complesso negli effetti, capace di trasformare un elemento tecnico in uno dei principali motori della percezione e della costruzione di senso. Abbiamo approfondito il progetto illuminotecnico con il lighting designer Alessandro Verazzi.
Come nasce il disegno luci?
Nel mio lavoro per Circle Mirror Transformation ho scelto consapevolmente di rendere la luce visibile, concreta, dichiarata. I fari sono esposti su entrambi i lati della scena e mostrati apertamente nella loro funzione tecnica, senza alcun tentativo di nasconderli. È una scelta che nasce dal desiderio di condividere con lo spettatore il meccanismo stesso del teatro, senza per questo rinunciare alla forza emotiva e drammatica della luce. Mostrare il dispositivo tecnico non significa rompere l’incanto, ma renderlo più fragile e vero.
Quali fonti luminose ha utilizzato?
I fari laterali che ho utilizzato sono dei PAR64, strumenti tradizionali, quasi archetipici nel linguaggio dell’illuminazione scenica. La loro presenza richiama una dimensione più artigianale e autentica del fare teatro. Attraverso il colore e una dimmerazione attenta e sensibile, questi proiettori contribuiscono in modo decisivo alla parte più lirica e suggestiva del disegno luci. La loro luce non è mai invadente, ma accompagna, respira con la scena, si trasforma lentamente seguendo il ritmo emotivo dello spettacolo. La luce, così concepita, non si limita a illuminare: diventa un atto narrativo. Rivela e nasconde, scolpisce i corpi degli attori e ne evidenzia gli stati d’animo, creando inquadrature precise, quasi cinematografiche. Ho cercato di costruire un linguaggio luminoso che fosse essenziale, onesto e profondamente emotivo, capace di sostenere la drammaturgia e amplificarne la risonanza interiore.
Accensione e spegnimento: questo ritmo intermittente dialoga profondamente con il tema centrale dello spettacolo: la difficoltà di stabilire una continuità stabile dell’identità e della relazione.
Come la luce si accende e si spegne, così i personaggi appaiono e si ritirano, si espongono e si proteggono. Il buio diventa allora non solo una pausa visiva, ma la metafora di una zona opaca dell’esperienza, in cui qualcosa resta inevitabilmente non detto.
Il buio è quasi un taglio una cesura che interrompe il flusso relazionale per poi riattivarlo in una configurazione leggermente diversa. Questo ritmo obbliga lo spettatore a un lavoro attivo di ricomposizione. Dal punto di vista percettivo, il buio funziona come una sorta di camera di risonanza. Durante il blackout, lo spettatore è spinto a rielaborare ciò che ha appena visto, ad eseguire una sorta di “reset”. Ogni riaccensione è un ritorno in media res, senza spiegazioni, come se si entrasse in una stanza dove qualcosa è già successo o sta per accadere. L’effetto è quello di una narrazione per lacune, in cui il non mostrato pesa quanto il mostrato.
Ogni riaccensione, infatti, non restituisce mai esattamente la stessa situazione: qualcosa, anche di impercettibile, è slittato. Questo scarto tra la percezione dello spettatore (interrotta) e la continuità implicita dell’azione degli attori crea una sottile tensione, quasi un disallineamento tra chi guarda e chi agisce.
La luce ripristina la visibilità. I personaggi sono di nuovo lì, ma leggermente diversi, come se il tempo invisibile del blackout avesse agito su di loro. Una variazione seppur minima, coerente con l’estetica di Baker, dove i cambiamenti sono quasi impercettibili, ma cumulativi. C’è poi un livello metateatrale evidente: l’accensione e lo spegnimento continui rendono manifesto il dispositivo scenico, ricordando costantemente che ciò che si vede è costruito, montato, regolato. È come se il teatro mostrasse il proprio quadro elettrico, il proprio sistema nervoso. In questo senso, il gesto tecnico dell’illuminazione diventa equivalente agli esercizi di recitazione messi in atto dai personaggi: entrambi rivelano la struttura teatrale, non la nascondono.
AUTHOR
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, giornalista professionista e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi di cultura, libri, teatro, arte. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Di Parole e Silenzio" (Genesi Editrice, 2026). "Come un taglio nel paesaggio" (Genesi Editrice, 2014) e "Sia pure il tempo in un istante" (Neos Edizioni, 2010)
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